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Cucina delle Alpi, a Corna Imagna arriva il mais spinato di Gandino

Giambattista Gherardi 08/12/2017 0 commenti

Appuntamento con la Cucina delle Alpi sabato 9 dicembre alla Bibliosteria di Cà Berizzi a Corna Imagna (ore 18.30 convegno e ore 20 cena – euro 30,00 – info al 366.5462000) dove è in programma un nuovo appuntamento della seconda edizione della rassegna che unisce alla buona tavola un viaggio nel patrimonio immateriale ed esperienziale di alcuni interpreti della cultura alimentare della montagna lombarda.

Un’occasione di approfondimento che va al di là della semplice degustazione, ma è momento di conoscenza e di promozione di eccellenze alimentari, civiltà gastronomiche, produzioni e ambienti umani che nei secoli scorsi hanno caratterizzato la vita e il lavoro nelle vallate lombarde. Il progetto intende fornire un ulteriore strumento utile al percorso intrapreso da Regione Lombardia presso l’Unesco per candidare la Dieta Alpina a Patrimonio Immateriale dell’Umanità.

Protagonista della serata di sabato 9 dicembre sarà il rinomato Mais Spinato di Gandino, un’antica varietà bergamasca che arrivò nel borgo della Valle Seriana nei primi decenni del 1600.  E’ una varietà altamente qualitativa ed organoletticamente pregiata, appartenente alla famiglia dei mais vitrei o semivitrei.

Fu il primo mais a giungere in Lombardia, nel 1632.  Filippo Lussana pubblicò uno studio che certificava la coltivazione a Gandino in località Clusven nel 1632, nei terreni della famiglia Giovanelli, ricchi commercianti di panni lana di cui la Valle è da secoli produttrice. Nel 1617 il mais era arrivato nei territori legati a Venezia, e in particolare nel Bellunese, nelle terre del nobile Benedetto Miari. Coevi di Miari erano l’allora Patriarca di Venezia, il barone Federico Maria Giovannelli, e i baroni Benedetto e Andrea Giovanelli, Procuratori della Repubblica veneta, tutti originari di Gandino. In entrambi i casi si tratta di mais con i chicchi dalla forma appuntita: nel Bellunese si parla di “Sponcio”, a Gandino di “Spinato”.

Si pensi che Matteo Bonafus, direttore del Giardino Reale d’Agricoltura di Torino, pubblicò nel 1833 una schedatura delle varietà di mais che ha fatto da riferimento per tutti gli studiosi. Nel 1842, in una specifica integrazione, aggiunse proprio il mais “rostrato” o “Spinato”, utilizzando la dicitura francese di “Mais a Bec”. La dedizione al tessile della Val Gandino (che comprende i comuni di Gandino, Leffe, Casnigo, Cazzano S.Andrea e Peia) fece quasi scomparire negli anni le coltivazioni. Dal 2007 un progetto di rivalutazione degli enti locali in collaborazione con il Crea - Unità di Maiscoltura del Ministero dell’Agricoltura (che ha sede a Bergamo dal 1926) sono rinate le coltivazioni, tutelate dalla De.C.O. (Denominazione Comunale d’Origine), una sorta di DOC locale ideata da Luigi Veronelli.

I semi originali del Mais Spinato sono stati isolati nella Cascina Parecia, grazie ad un’antica pannocchia conservata dai nipoti di anziani contadini. La coltivazione segue metodi sostenibili ed è legata al metodo biointensivo, che consente di aumentare la resa e la qualità della produzione attraverso una lavorazione del terreno che non prevede in alcun modo l'uso di componenti chimici. Il Mais Spinato è oggi tutelato come varietà agricola da conservazione ed i suoi semi sono conservati nel Global Seed Vault, il deposito mondiale dei semi da salvare creato sotto i ghiacci delle isole Svalbard in Norvegia. 

Ad Expo Milano 2015 la Comunità del Mais Spinato di Gandino ha rappresentato l’Italia al Cluster Cereali e Tuberi, di cui è stata partner scientifico. Dal 2016 il Mais Spinato di Gandino accompagna, eccellenza fra le eccellenze, le degustazioni ufficiali di “Benvenuto Brunello” proposte dal Consorzio del Vino Brunello di Montalcino. Il 14 e 15 ottobre 2017 il Mais Spinato di Gandino ha connotato a Bergamo il tavolo del G7 Mondiale dell’Agricoltura e la sede del Palazzo della Provincia con i suoi inconfondibili chicchi e le sue luminose pannocchie.

A guidare la serata il presidente della Comunità del Mais Spinato Antonio Rottigni e lo chef Diego Fiori.

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