I tradiziù d'öna ólta (e quelle che resistono) - Cargà mut, vita d'alpeggio: le stalle di sosta e altri ricordi

Eleonora Arizzi 19/06/2019

Quando a giugno la neve sui monti lascia il posto ad un'erba dal colore intenso, è tempo di transumare, di “cargà mut”. Anche nelle nostre valli è finalmente arrivata l’estate, quindi in questi giorni i pastori e i mandriani sono in fermento per portare il loro bestiame nei prati in quota.

In un articolo pubblicato sull’Annuario 2004 del Cai Alta Valle Brembana è presente un articolo di Rosa Gimondi intitolato “Stalle di sosta sulle vie delle transumanze”. Nel testo si legge che questi edifici erano ubicati da sempre su percorsi obbligati e sono rimasti in funzione fino al 1950/60, dopodiché per il trasporto del bestiame vennero utilizzate le ferrovie della Valle e, in tempi recenti, i camion.

Solitamente queste stalle erano situate vicine ad una locanda o trattoria affinché anche i bergamini e i loro familiari trovassero un ricovero adeguato. Ad esempio, nei tragitti delle transumanze dalla Pianura Padana ai monti delle nostre due Valli, negli anni 1935-39, le stalle di sosta erano a Sedrina, Zogno e Ponte Giurino. All’inizio della Valle Brembana, c’era la “Stalla con teggia” in via Fonteno a Sedrina, mentre a Zogno erano otto le strutture di sosta del bestiame, tra le quali quella sulla Provinciale, in via Mazzini, in via Carmine 327 e alla Stazione. In Valle Imagna, invece, c’erano tre stalle con sosta a Ponte Giurino ed erano quelle di Invernici Pasquale, Pellegrini Caterina e un tale “Invernici M.”.

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Nela stessa edizione del notiziario del Cai della sezione di Piazza Brembana, c’è l’articolo di Angelo Garbelli che in un’intervista a Angelo Garbelli fu Battista dà uno spaccato di cultura e di vita contadina. La famiglia Garbelli aveva gli alpeggi a Mezzoldo, quindi il tragitto per la transumanza era, con varie stalle di sosta: Abbiategrasso, Gaggiano, Sotto porta Ticinese, Melzo, Canonica, Boltiere, Bergamo, Zogno, Olmo e piede dell’alpeggio. Da una sosta all’altra ci voleva un giorno, quindi per questo tragitto impiegavano nove giorni.

Molto tempo prima di partire per l’alpeggio si preparava tutto il necessario per il lungo periodo estivo. Poche cose rimanevano in cascina e il bestiame veniva accuratamente pulito e agghindato con bronze e “ciòcc”. Si compravano solitamente anche dei maiali che si sarebbero ingrassati in alpeggio e anche le galline facevano parte del bestiame da portare ai monti. Chi aveva un carro con cavallo era fortunato, ma la marcia di trasferimento era comunque molto lenta.

Fino ai 13 anni d’età in alpeggio si era soprannominati “il cascì” e non si prendeva paga, poi sino ai 16 anni si diventava il “cascio” che riceveva mezza paga rispetto ai “famèi” e ai “casér” che invece erano pagati con soldi e un quota di formaggio. I “capi malga”, invece, guadagnavano in base all’andamento della stagione sui monti. Nell’intervista si parla del costo del latte nel 1939: si vendeva a 69 centesimi al litro, perciò 69 lire al quintale e il fieno si pagava 71 al quintale, quindi i margini di guadagno erano minimi e se si era in perdita si vendevano le vacche, mentre se si guadagnava se ne compravano delle altre.

Gli alpeggi venivano caricati, e così succede anche oggi, dal basso verso l’alto, seguendo la crescita dell’erba e la “casèra”, che solitamente si trova a metà quota dell’alpeggio, veniva subito abitata.

(Fonte Immagine: Orobie.it)

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