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Le nostre Leggende - Il Monte Avaro e il patto con il diavolo

Eleonora Busi 07/02/2019

La leggenda narra che tempo fa il Monte Avaro, su cui si adagia il piccolo paese di Cusio, appartenesse ad un uomo, un milanese che in gioventù aveva prestato servizio ai mandriani della zona. Di indole scaltra e furba, crescendo imparò presto tutti i trucchi dei suoi maestri e ancor prima a trattare e negoziare, dapprima per conto del padrone e successivamente per conto proprio divenendo così molto ricco, ma incredibilmente avaro. I paesani iniziarono a vederlo sotto una luce negativa, arrivando perfino ad odiare la sua taccagneria, tanto da soprannominare l'uomo “Avarù”, l'Avarone.

Con il tempo acquistò estese pianure e campagne in cui allevava mandrie da far pascolare in Valle Brembana durante l'estate; era affezionato a quei luoghi, che erano il simbolo della sua giovinezza. Un giorno gli si presentò un'occasione ghiotta: un uomo, un mandriano della Bassa, mise in vendita l'intero Monte Avaro, che al tempo aveva altro nomeche fino ad allora era stato di sua proprietà. L'Avarone non si fece sfuggire l'opportunità, ingolosito dall'immagine di pascoli fiorenti che avrebbero provveduto ad arricchirlo ancora di più.

Era una giornata d'inverno e decise di acquistare, come si direbbe ora, “a scatola chiusa” senza preoccuparsi di visionare personalmente l'alpeggio. Compiaciuto di sé stesso, aspettò il mese maggio, quando la neve primaverile iniziava a sciogliere la bianca coltre e in una bella mattina fresca decise di partire da Bergamo, in direzione del piccolo paesello brembano dove possedeva una casa, un po' a piedi e un po' sui carri che risalivano la valle mangiando pane, salame e formaggio. Giunto sul posto si lasciò cadere stanco morto in un sonno profondo, su un pagliericcio di fortuna e il mattino dopo – riposato e arzillo – partì alla volta di quello che ormai considerava il suo piccolo tesoro.

Ma dopo aver superato l'ultimo spiazzo di abeti, l'uomo si pietrificò: non era il bel piano verdeggiante che sognava, ma una distesa arida e completamente ingombra di sassi, ghiaia e grossi macigni, alti come chiese. Il disappunto prese il sopravvento e l'Avarone non ci pensò due volte a maledire il povero vecchio proprietario e in uno scatto d'ira pronunciò la fatidica frase: “Darei l'anima al diavolo se in cambio potessi ripulire la montagna da tutto questo pietrame”.

Ad un tratto dal terreno giunse un boato e tutto iniziò a tremare furiosamente; l'uomo, fradicio di terrore fece per fuggire ma si trovò davanti la creatura più orrenda di tutte. Aveva le sembianze di un caprone rosso, ricoperto di pelo da capo a piedi – o meglio a zampe – con lunghe mani e una barbetta fuligginosa sul mento; sulla fronte livida si ergevano un paio di corna tozze dalle punte rovesciate all'indietro, mentre gli occhi brillavano sinistramente di fuoco. Il diavolo in persona, chiamato Berlicche, si presentò davanti al suo sguardo atterrito, spaventato ma soprattutto pentito.

Cercò di opporsi, ma la malvagia creatura stuzzicò la sua avidità, proponendogli un affare: con l'aiuto di cento dei suoi diavoli, avrebbe ripulito completamente il pascolo rendendolo fertile e fiorente, tanto che quell'estate stessa avrebbe potuto portarci le sue mandrie. Incalzato dalla visione, scese a patti con il diavolo, alla sola condizione che terminasse il lavoro la notte stessa entro i rintocchi del primo Ave Maria provenienti dal campanile di Cusio.

Scese la notte e fra le tenebre comparvero un centinaio di ombre demoniache, rosse e pelose, capitanate da Barlicche che fece contare all'avaro i suoi seguaci. All'appello ne mancavano due, Soffione e Sansone, ma i diavoli incominciarono lo stesso il loro lavoro. I sassi vennero sradicati uno dopo l'altro e fatti rotolare giù dalla montagna insieme alle ghiaie, ma l'uomo notò che alcuni dei macigni più grandi ancora restavano al loro posto. Si accese allora in lui la speranza che, forse, i diavoli non sarebbero riusciti a terminare in tempo l'impresa, ma non aveva fatto i conti con le due creature restanti, ovvero Sansone e Soffione.

Alla mezzanotte fecero la loro comparsa, distruggendo i massi restanti e soffiando la ghiaia più tenace, che volò via come se si trovasse all'interno di una bufera. L'avaro si fece prendere dal panico e non capì più nulla: scese di corsa dal monte e iniziò a bussare con gran forza alla porta del sagrista di Cusio, tentando di spiegargli la faccenda. Egli pensò fosse impazzito, ma si fece comunque trascinare verso la chiesa e da lì fin su nel campanile; qui l'avarone si appese alla corda della campana diffondendo nel silenzio della notte rintocchi disordinati.

Sul monte, Berlicche ululò di sconfitta e così anche gli altri diavoli, che scomparvero nel terreno. Sansone, che stava sollevando la metà dell'ultima roccia, la lasciò cadere lasciando impressi sulla sua superficie le impronte delle sue grinfie, che si narra essere visibili ancora oggi. Le creature avevano ripulito la piana, ma l'alito di Soffione l'aveva resa arida e inospitale. Non si sa che fine fece l'uomo, ma la gente del paese iniziò a chiamare la montagna “Monte Avaro”, in memoria di quell'Avarù che aveva quasi barattato la propria anima in cambio di un po' di ricchezza terrena.

(Fonte Immagine: Piero Gritti da Pieroweb)


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