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Penna e calamaio - Samuel Paterini, operaio per forza e poeta per vocazione

Redazione 07/09/2018

Per questa nuova puntata di "Penna e calamaio" abbiamo incontrato Samuel Paterini, 43 anni, di Rota d'Imagna, poeta decisamente sui generis sia per lo stile diretto e coraggioso dei suoi versi, che per la forte (ma sincera) personalità. Lui stesso si autodefinisce  "operaio per forza e poeta per vocazione". Originario di Vimodrone (hinterland milanese) da qualche anno si è trasferito a Rota d'Imagna dopo aver frequentato la Valle Imagna per tanti anni come villeggiante.  "La Valle Imagna la conosco da tanti anni - ci racconta -  e di anno in anno si rafforza il mio legame con lei. Forse non è un caso se la mia prima poesia è nata dopo 4 anni che respiravo il suo fascino, la sua prospettiva".

La Voce delle Valli: Quale è stata la tua prima poesia e quale avvenimento ti ha fatto prendere in mano la penna (o la tastiera) e buttar giù i primissimi versi?

Samuel Paterini: La prima poesia la ricordo bene: non volevo si trattasse di una poesia perché il mio intento era ricordare un ragazzo venuto a mancare prematuramente, un ragazzo che frequentava l’associazione di volontariato volta all’attività ludico ricreativa per disabili. Era il 2008, ed erano appena 3 mesi che li frequentavo. Quel dolore mi ha fatto stupire di quanto il volontariato sa essere una vera e propria famiglia. Dopo quella volta ho voluto provare a scrivere d’amore e di sociale: sicuramente essendo quello un periodo in cui sentivo spesso la musica di De André, lo spaziare di emozioni mi è venuto facile.

Dopo la tua opera prima, quante poesie sono seguite? Ci puoi raccontare come è nata la tua prima raccolta? E gli altri libri?

Dopo queste prime “riflessioni” sono seguite una sessantina di poesie nell’arco dei 3 anni successivi. Solo 7 mesi prima della pubblicazione del libro “Il giorno che non vedi” cominciai a pensare di fare un libro: ho sempre scritto per me e le persone che più mi stavano vicine, ma una volta un’amica mi disse che, in gran segreto, fece leggere i miei scritti a due amiche insegnanti le quali le consigliarono di spingermi a pubblicarle, che quelle emozioni non meritavano di restare in un cassetto. A quattro anni dal primo libro, seguì “Il viaggio”: 80 poesie di cui una ventina sperimentate a 4 mani con altri poeti e anche con chi non aveva mai scritto una poesia. Direi che sarebbe curioso leggerle e notare quanto la poesia possa creare simbiosi"

Ci sono temi ricorrenti nelle tue poesie? Se sì, quali? Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con la tua arte?

Mi piace svariare, ho sempre avuto la “paura” di essere ripetitivo. Nonostante tutto, però, ho scritto tanto di amore e di sociale, scoprendo come questi temi abbiano un mondo all’interno, e che era difficile ripetersi se si lasciava il coraggio alle emozioni di finire sul foglio. Al contrario di molti poeti, ho scritto per la maggiore nei momenti di allegria, essendo per la maggiore una persona positiva, volevo trasmettere anche alle persone tristi o afflitte dal senso di colpa che c’è sempre una nuova opportunità, anche a fronte di uno “sbaglio voluto” e che l’importante è un po’ di sana introspezione ed avere il coraggio di guardare le cose da un’altra prospettiva.

Credi che nel 2018 la poesia (rispetto ad altre forme d’arte più immediate come musica o cinema) abbia ancora la forza comunicativa sufficiente per catturare l’attenzione delle persone sempre più frenetiche e meno attente a ciò che gli accade attorno?

Se la poesia ha perso il suo appeal e la sua forza comunicativa la colpa la do alla maggioranza dei poeti contemporanei che sono dei veri e propri edonisti del lessico. Per fare un parallelo con la musica - che invece gode al momento di maggior fortuna - le poesie di questi poeti risultano, al di là dei paroloni, vuote come i tormentoni estivi. Per me, invece, l’emozione è figlia della semplicità, basti pensare ad un anziano che prende per mano la propria compagna di una vita, ad una mano tesa che aiuta una persona in difficoltà…Ecco, per me il poeta deve tornare in modo diretto (ma non scontato) quelle emozioni a chi involontariamente gliele ha donate con un gesto spontaneo, e non essere rinchiuse in salotti “bene”. Anche per questo motivo non ho mai partecipato a concorsi di poesia: per me la poesia non è competizione, ma confronto.   

Oltre al Paterini poeta, c’è stato anche un Paterini promotore della poesia. Molto interessanti in tal senso gli incontri letterari organizzati a Rota d’Imagna gli anni scorsi. Un vero peccato non aver assistito ad altre edizioni. Tornerai ad organizzarne altri? Ci puoi raccontare anche dell’esperienza nelle scuole?

Come ho detto nel finale della domanda precedente, il confronto lo volevo fare emergere sulla competizione, così mi sono voluto muovere in prima linea per non essere un’incantatore, uno dei tanti maestri della retorica. Rimanendo questo per me un comandamento, ho scoperto che quel format (40 poeti su 2 giorni per un totale di 5 ore al giorno) era molto pesante e stancante. I numeri e l’attenzione del secondo anno sono pressoché dimezzati rispetto al primo anno. Così ho capito che non era quello il modo di “abbracciare la gente”, perciò per il futuro immagino una sinergia tra eventi teatrali, musicali e poesia. All’interno di questi eventi partecipati poter portare 4-5 poeti con brevi interviste e un paio di letture può essere più efficace, perché il pubblico, non ha paura di emozionarsi.
Le scuole, invece, sono le esperienze in assoluto più gratificanti che ho vissuto in questo campo. Gli adolescenti delle superiori, i bambini delle elementari sono ancora pieni di poesia, quindi spero di fare altre esperienze nelle scuole, perché se reciti un copione i bambini lo capiscono. Loro sarebbero una selezione naturale per i poeti.

Ti autodefinisci “operaio per forza e poeta per vocazione”. Una frase che rispecchia appieno la tua personalità artistica (e non), ma puoi spiegare meglio questa “definizione” a chi non ti conosce?

Ammetto che chi legge questa autodefinizione possa pensare che sono zeppo di retorica e di ego, ma è nata dopo un’introspezione in cui ricordavo in me gli insegnamenti dei nonni e di papà e mamma. “Il lavoro è tutto dignitoso, il sacrificio rende adulti ed il fieno va messo in cascina", ossia accettare qualsiasi tipo di lavoro e, nel frattempo, se scontento, cercarne un altro. 
Così mi sono trovato a cercare quelle piccole gratificazioni in un lavoro che, a differenza di quello precedente, mi piaceva. In questi vent’anni però non è cambiato il lavoro, ma è cambiato il mondo del lavoro, perciò sempre più mi sentivo “costretto” in un mondo che stentavo a riconoscere. Un mondo in cui il profitto è l’unico comandamento, e per arrivare ad esso si è pronti a calpestare l’etica, l’onore delle singole persone, con un conseguente e smisurato incremento delle responsabilità dei lavoratori.

Sei fermo da qualche anno. Per scelta, per mancanza di ispirazioni, oppure stai lavorando a qualcosa sottotraccia?

Sono fermo da più di 2 anni. Pensate che il secondo libro “Il viaggio” non l’ho mai presentato, e per uno scrittore che si autoproduce, facendo una tiratura grossa per contenere il prezzo di copertina,  è un costo veramente importante. Però è apparso in me il disincanto per una società sempre più improntata all’individualismo, al credere che niente è da imparare e tutto è da insegnare. Per uno che scrive e vuol far passare (come detto in apertura) un messaggio positivo, è una "mazzata", quindi ho provato disgusto per un mondo che non sa più volersi bene, perciò ho posato la penna.

Cosa riserba il futuro al poeta Paterini? Leggeremo ancora tuoi versi?

Questa società è troppo infestata e zeppa d’odio. In questi ultimi mesi addirittura avverto anche la paura di uno schema prestabilito. Un poeta ha il dovere in queste condizioni  di “imbracciare” la penna a mo di lancia e di far sentire la sua vicinanza e donare un po’ del suo coraggio a chi non ci sta, e quindi vuole per la propria patria un po’ di bellezza. Dopo due anni di silenzio, sono quindi pronto a ricominciare a vestire i panni del poeta e scrivere.

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