Pensieri in Contrada - Cà e stalla, un binomio inscindibile

Antonio Carminati 05/03/2019

Alcuni vocaboli in lingua locale esprimono una particolare capacità interpretativa della vita quotidiana delle persone, attribuendo significati precisi alle loro azioni; emanano cioè un’energia comunicativa non comune, tale da suscitare curiosità ed emozioni. Chelò e fogliò, ad esempio, non sono solo due semplici avverbi di luogo, qui e là, ma affermano con determinazione lapidaria relazioni di profonda appartenenza e vicinanza (chelò), oppure di estraneità e lontananza (fogliò), non solo fisica e geografica. Chelò stó mé, oppure chelò gh’è la mià cà, sono forti dichiarazioni che esprimono il radicamento dell’individuo sul territorio e affermano la proprietà attraverso un’esplicita attestazione di presenza, in concrete circostanze di tempo e di luogo. L’esclamazione Chelò! equivale, in termini fisici, a piantare una bandiera nel terreno. Da quel momento in poi, difficilmente removibile, poiché alcune parole sono assai più efficaci di qualsiasi testo scritto.

Gli antichi Orobi, stanziandosi in forma permanente su queste valli, oltre a modellare i versanti per renderli docili alle attività familiari dell’agricoltura e dell’allevamento di vacche e pecore, hanno anche dovuto provvedere alla realizzazione di strutture stabili sia per la conservazione del foraggio che per il ricovero di animali e persone. Alle stalle hanno fatto seguito, spesso in forma aggregata, mai isolata, le prime rudimentali costruzioni residenziali in pietra e legno, con tetto in paglia di segale e frascame di faggio. L’utilizzo della paglia per la copertura delle abitazioni è durato sino a due secoli orsono, se ancora alcune fotografie del primo Novecento documentano l’esistenza in alta Valle Imagna di tetti in paglia, soprattutto nelle costruzioni rurali sparse e distanti dai centri abitati. Le infrastrutture residenziali e produttive principali, cioè case, stalle, laboratori e altri edifici o opere rurali, si sono però caratterizzate, già nell’ultimo millennio, ossia dal periodo medioevale, per l’uso costante del materiale lapideo, pride e piöde, rinvenibile nel sottosuolo, che ha dato origine a un’edilizia robusta, grigia e dai caratteri inespugnabili: case come fortezze, contrade come castelli, con le case-torri disposte nei punti cruciali degli insediamenti e con evidenti funzioni difensive.

Tutta la Valle Imagna è costellata di stalle, case, contrade, infrastrutture agrarie di monte che, nel loro insieme, disegnano sul territorio una rete tentacolare di presenze e di relazioni e sono indice dell’eccezionale espansione degli insediamenti umani, cui viene associata una forte capacità di attrazione esercitata dall’ambiente, che si è lasciato, per così dire, conquistare dall’uomo, offrendogli lavoro e riparo. Attualmente, con l’incremento sconsiderato dell’attività edilizia - abbandonati ormai i canoni costruttivi tradizionali - in discontinuità con il modello insediativo delle contrade e nello sperpero generale delle aree rurali, che improvvisamente hanno perso valore, quel disegno antico di valle “fortificata” è venuto meno, ossia non è più così evidente come prima, nell’alternanza tra spazi di contrada, prati, pascoli, boschi, selve castanili…

Il turista che, per la prima volta, si relaziona con la valle e la sua geografia sociale ed economica, è incuriosito dall’uso ricorrente del suffisso “Cà” (da calle, rivelatrice del dominio veneziano, rispetto al quale la Valle Imagna costituiva il presidio confinario più a occidente dello Stato di Terraferma di Venezia), per indicare la dimora della famiglia rurale che di solito precede il cognome del gruppo parentale, quando viene utilizzato nella toponomastica per richiamare l’insediamento umano (Cà Berizzi, Cà Personeni,...). C’è anche chi, più semplicemente, lo considera, invece, una moncatura del vocabolo “casa”, scritto solo per metà e con il segno di elisione: Ca’. Già residenza della famiglia estesa, in molti casi la cà è accorpata alla stalla, centro di vita e di produzione, con la quale a volte condivide l’ingresso principale, comune per uomini e animali.

La Cà rappresenta un insieme di spazi polifunzionali destinati sia alla residenza della famiglia che alla gestione e conservazione delle produzioni agroalimentari e zoo-casearie: si affiancano e sostengono a vicenda, sotto un unico tetto, il più delle volte a due falde, spazi predisposti per il ricovero degli animali (stalle), oppure destinati all’accatastamento del foraggio (fienili), della legna (pòrtech) o di altre produzioni (fundì per i prodotti caseari, cantine per il vino, camere per il deposito di mele e altra frutta,...). L’espressione la mià cà, quindi, indica non solo la mera abitazione, ma, più in generale, il complesso di beni del gruppo; dabbià fò i àche o guarnàle en cà richiama le distinte azioni di liberare le vacche al pascolo o di alimentarle tenendole in stalla. Identifica, infine, anche la famiglia (mèt sö cà, ossia sposarsi - la mià cà, come pure la mià dét, sono due espressioni simili per indicare il complesso dei propri cari). La casa è la dimora della famiglia. Senza famiglia non c’è cà.

La cà può essere considerata l’espansione o una particolare evoluzione della stalla. Una straordinaria simbiosi a beneficio di entrambi gli organismi edilizi, accomunati dalla medesima sorte. Come due facce della stessa medaglia. Casa e stalla - un binomio inscindibile - costituiscono gli elementi portanti della storia sociale dei valligiani, grazie ai quali hanno potuto sopravvivere generazioni di montanari. Ambienti di coesione familiare e sociale, luoghi organizzati per ospitare una convivenza civile con le relative famiglie, produzioni e attività. Nell’ambito di una diffusa economia di sussistenza, nei secoli scorsi le famiglie rurali non potevano fare a meno della stalla, dalla gestione della quale dipendeva la sopravvivenza del gruppo. Poche le eccezioni: ol dutùr, ol preòst, ol nodèr, ol spessièr. Tutti gli altri, potevano anche vivere senza la casa, ma non in mancanza della stalla.

Spazi essenziali per esigenze primarie. Nell’antica casa del nonno Jósef, a Ricüdì, al piano terra il locale del camino era separato dalla stala di àche da un ingresso centrale, sul fondo del quale, a fianco del fundì (infossato, quasi sotto terra, cui si accedeva scendendo quattro gradini), parte la rampa di scale diretta ai piani superiori, con i primi gradini in pietra e, a seguire, quelli in legno. Bastava attraversare l’àndec per entrare nella stalla, senza dover uscire dall’edificio. Al primo piano, a fianco del fienile, al quale si accedeva di norma attraverso una porta che dava sull’andito superiore, ci sono le poche stanze, camere, camerì e camerù, a seconda della loro dimensione e utilizzo da parte dei genitori, dello zio barba o del tata, oppure della schiera di figli e nipoti, dove vengono conservati anche alcuni prodotti agricoli. Il fienile serviva pure da dormitorio di emergenza per i ragazzi nelle famiglie più numerose, in assenza di altri locali e nell’attesa dell’ampliamento dell’abitazione. Un tempo le case erano destinate a durare nei secoli e costituivano il frutto di continue addizioni di nuovi corpi di fabbrica, a seguito di successivi e continui ampliamenti. Si costruiva per i figli, e i figli dei propri figli, in vista di rafforzare la discendenza patrilinea.

Del resto, anche nella camera, il giaciglio non era poi così diverso, con un tavolaccio di legno grezzo che fungeva da lecìra, sostenuto da due cavalletti di legno, sopra il quale c’era ol sacù pié de scartòss. Gli edifici più importanti e completi, al primo piano hanno aggiunto anche il secondo, in relazione alle esigenze abitative dei figli maschi, i quali, a seguito del matrimonio, introducevano in famiglia le rispettive spose e avevano quindi diritto ad ottenere una stanza loro riservata, che costituiva forse l’unica eccezione rispetto alla regola generale della condivisione degli spazi e la prevalenza de beni ad uso collettivo. Nessun attacco al cielo, dunque, perché dopo il secondo piano ci si fermava: l’edificio non superava mai di norma l’altezza delle piante circostanti, che costituivano una sorta di misura naturale del costruire. In molti casi la casa aveva all’esterno, sulla facciata principale, il proprio stàl, ossia un cortile pavimentato cintato con mura cieche, alte anche oltre due metri, che rafforzavano la dimensione fortificata dell’edificio.

Possibilmente esposta a mezzogiorno, la cà si animava soprattutto la sera, quando i componenti della famiglia rientravano dal bosco o dal prato, e l’èra antistante, uno spazio di convivialità e di incontro tra le famiglie che gravitavano sulla medesima corte, si riempiva di bambini schiamazzanti, mentre all’intorno si diffondeva l’odore della polénta brüstülìda, dol làrd pestàt e della menèstra che la buìa söi camì o i stüe nelle varie cà. L’estate, sempre sö l’èra, dopo cena, sö la sira, si recitava insieme il rosario, mentre il mese di maggio le donne più anziane della contrada si radunavano con la coroncina presso la tribülìna più vicina. La cà si animava particolarmente il giorno del matrimonio di un suo membro, quando giungevano i diversi invitati, come pure per la veglia del caro defunto: in tal caso era un accorrere, da mane a sera, della popolazione al capezzale del letto, dove la salma stava distesa e ben vestita a festa. Söl comò la regiùra la paràa fò ü altarì, con sö la crùs, la Madóna, l’aqua santa e ü lümì sémpre ‘mpéss, il tutto disposto sopra la miglior tovaglietta ricamata della casa.

L’edificio rifletteva intensamente le condizioni di vita dei suoi abitanti, manifestava le fortune o le criticità del gruppo, ne esprimeva gusti e preferenze, sentimenti e devozioni, come quando, la sera della vigilia della granfe festa settembrina della Cornabüsa, su tutti i davanzali delle finestre venivano accesi i lümì. La cà infondeva un’atmosfera particolarissima, difficilmente rappresentabile con l’inchiostro. Sö i spalenghàde de la lòbia stavano appese, in bella mostra, per l’essicazione, i mazzi di pannocchie di granoturco, mentre il pavimento in assito grezzo di castagno sarebbe stato, da lì a poco, ricoperto dalle castagne appena raccolte, anch’esse ben distese, per farsi baciare dal sole, destinate a produrre farina o a soddisfare il palato con i pelàde. Nella camera del Tata, oltre al lècc, non mancavano ol vestére, ol comò e i dò comodìne, anche la cassapanca (spazio permettendo), o il grosso baule con la dote della moglie. Appesi al muro, ecco ol s-ciòp e due quadri: il primo con l’immagine a stampa della Sacra Famiglia di Nazareth, oppure del Sacro Cuore di Gesù, mentre il secondo con la fotografia di gruppo della famiglia della casa, cui si aggiungeva spesso anche la foto ritratto dei coniugi il giorno del matrimonio. A fianco del letto, da una parte e dall’altra della testata, appesi al muro, a fianco della candìla e dol croceféss, oppure appoggiati sui comodini, non mancavano i due santaröi, contenenti l’aqua santa, necessari per fà ol sègn de la crus tanto la sera, prima di coricarsi, quanto la mattina, apéna saltàcc fò dal lècc. Anche nel locàl dol camì sottostante, l’arredamento era essenzialmente costituito da la tàola, collocata apröf a la fenèstra, co i sò bàche atùren, la credenza appoggiata al muro e ol segièr accostato al laandì. Söl camì non mancavano la svegia e ol pistù de la sal.

La cà, con la sua austera struttura in pietra, sa stupire per la sobria semplicità dello stile e le proporzioni, tanto che il pensiero corre ai Maestri comacini, i quali, solo aldilà del Resegone, nel comasco, ma con estensione all’area lombarda, nello stesso periodo in cui nascevano e si definivano le contrade della Valle Imagna, seppero realizzare opere di rara bellezza, sviluppando ad alti livelli i mestieri di pecapride, costruttori, muratori, stuccatori e artisti. Non è ingenuo pensare a una comune culla culturale che si è espressa in molteplici forme. Anche le case più piccole racchiudono elementi architettonici originali, ma soprattutto conservano i valori e le abilità dell’uomo. Nelle case contadine è nato il lavoro e si sono formate le famiglie rurali.

Testo scritto da Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna

( Immagine in evidenza: Locatello. Contrada Coegia. Antica casa della famiglia Rota. Fotografia di Pepi Merisio)

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