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Valle Brembana in bianco e nero - Casinò di San Pellegrino: ''il gioco non è un gioco''

Marco Mosca 16/11/2017

Il 28 luglio 1917 costituisce una data importante nella storia di San Pellegrino Terme, dal momento che in quel giorno si verificò l’interruzione del gioco d’azzardo presso il Casinò, in applicazione della legge emanata dal Ministro dell’Interno Vittorio Emanuele Orlando durante la Prima Guerra Mondiale. Terminò così un’attività iniziata nel 1907, anno dell’inaugurazione del Gran Kursaal (come veniva chiamato il Casinò), «gloriosa creazione» dell’architetto Romolo Squadrelli accolta con consenso pressoché unanime dalle cronache del periodo.

Ed è proprio spulciando tra i giornali locali dell’epoca che è possibile rendersi conto di quanto fosse ampia la questione relativa alla roulette e di quanto essa sia ancora in gran parte irrisolta a distanza di un secolo. Innanzitutto, il gioco pone due ordini di problemi:

- a livello economico esso assicura vantaggi per la stazione termale in cui è praticato;
- a livello morale esso va evitato per rispetto nei confronti dei soldati impegnati al fronte.

I due aspetti si fondono se si prende atto del fatto che «il giuoco, come fenomeno umano, è insopprimibile» : questa consapevolezza conduce a cercare il modo per rendere l’attività ludica il più possibile controllata dal punto di vista delle conseguenze sul piano etico. La soluzione proposta dal Giornale di S. Pellegrino è quella di regolamentare il gioco in maniera seria e univoca sul territorio nazionale (alias senza favoritismi per alcune località), in particolare facendolo diventare una sorta di tassa dei ricchi da destinare alle iniziative di carità patriottica.

In altre parole, richiamando l’espressione utilizzata dal Gazzettino di Salsomaggiore, «conviene disciplinare, e fare in modo che da un male possa sorgere un bene». Animati da realismo e constatato che la passione per il gioco non risulta estirpabile, è bene affrontare il problema sulla base di due principi ispiratori, ossia la morale e la realtà. Ecco dunque palesarsi con immediata evidenza una contraddizione: lo Stato ordina la chiusura delle case da gioco (luxus riservato ai ricchi), ma permette le scommesse sulle corse di cavalli e, soprattutto, il lotto (svago destinato ai più poveri e meno istruiti). 

Insomma, la morale deve essere assoluta e non distinguere caso per caso, altrimenti l’iniquo risultato è quello di usare due pesi e due misure. Come fa notare il Corriere di S. Pellegrino, l’opera di repressione del gioco da parte del governo italiano è avvenuta in modo irregolare e incostante: infatti la legge che lo vieta esiste, ma non è messa in pratica coerentemente. In questo contesto il gioco d’azzardo più immorale risulta il lotto, che colpisce, e in molti casi rovina, le classi sociali meno abbienti, ma che è legittimato dallo Stato. Altrettanto non avviene per la roulette, quando basterebbe limitarne i danni mediante l’introduzione di tasse sui gestori delle bische e di percentuali sulle vincite a favore dell’erario.

Il Corriere istituisce un adeguato parallelismo fra il gioco e la prostituzione: come è stata discussa in Parlamento la regolarizzazione di quest’ultima, così si faccia per il primo. Peraltro, secondo
il giornale, il gusto del proibito amplia la platea dei potenziali peccatori, esattamente come avviene per l’adulterio. A maggior ragione in un periodo di conflitto mondiale, l’idea di ricavare dal gioco i
mezzi per realizzare una beneficenza
di guerra pare quanto mai apprezzabile e condivisibile. 

Di fatto, si tratta dello stesso principio seguito per l’inaugurazione del Casinò dieci anni prima: la serata di apertura non fu accompagnata da banchetti o discorsi, bensì da una ricca pesca di beneficenza, frutto di numerosissime donazioni da parte delle ditte che avevano partecipato alla costruzione dell’edificio e di villeggianti facoltosi, la quale procurò un incasso di ben ottomila lire. Del resto, l’intenzione di fare del bene divertendosi è ancora attuale, basti pensare alle numerose feste esclusive riservate a celebrità e finalizzate alla raccolta di fondi per beneficenza. Nel quadro sin qui delineato, i giornali presi in considerazione lanciano con successo una sorta di campagna di sensibilizzazione sul tema del gioco d’azzardo, partendo dal presupposto che sia bene seguire la «psicologia della popolazione balneare, la quale ha sempre dato e darà sempre la preferenza a quelle stazioni dicura, che sanno anche essere, con sapiente discrezione, luoghi di svago»

In quest’ottica, fondamentale risulta la presenza dei casinò, che devono poter svolgere la loro attività in maniera legale e ben regolamentata. In effetti, come precisa il Corriere di S. Pellegrino in seguito alla discutibile fondazione del Casinò di Campione proprio nel 1917 , le case da gioco appaiono necessarie per le stazioni climatiche italiane al fine di reggere la concorrenza straniera, soprattutto in prospettiva del dopoguerra, poiché attirano la clientela ricca e possono ridare ossigeno all’economia locale.

IL CASINO' OGGI 

Cento anni sono trascorsi, tuttavia la regolamentazione del gioco in Italia appare ancora lacunosa e numerose sono le richieste di aprire - o riaprire, come nel caso di San Pellegrino Terme - casinò sul territorio nazionale, oltre ai quattro ufficialmente riconosciuti (Campione d’Italia, Saint-Vincent, Sanremo e Venezia). Purtroppo, come è noto, certe rigidità mal si conciliano con il proliferare di slot machine, sale giochi e lotterie, che negli ultimi anni hanno contribuito in modo preoccupante al dilagare della ludopatia, spesso proprio tra le fasce di cittadini meno abbienti, i quali, animati dall’illusione di dare una svolta alla propria vita, finiscono per dilapidare quotidianamente i propri piccoli patrimoni e guadagni, con tutte le drammatiche conseguenze del caso.

L’auspicio è che pragmatismo e buonsenso guidino ogni iniziativa volta ad affrontare e risolvere una volta per tutte una questione che si conferma spinosa da un secolo, 
con la ferma consapevolezza che il gioco non è un gioco. Almeno non sempre.

Articolo estratto da "Quaderni Brembani n.15" e scritto da Marco Mosca del Centro Storico Culturale Valle Brembana

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