Valle Brembana in bianco e nero - La leggenda del drago volante di Santa Brigida

Redazione 30/03/2018

Ai piedi del versante nord del monte Filone, all’ombra di annosi castagni, si apre nella viva roccia una profonda grotta, detta volgarmente Büsa. Era il soggiorno estivo di un animale di dimensioni così colossali che poteva pesare quanto un grosso bue e le cui forme si avvicinavano a quelle del coccodrillo. Aveva una testa enorme e piatta, sormontata da creste ossee coperte da lunghi e lucidi peli color turchino scuro. La bocca era fornita di formidabili denti e di una lingua biforcuta e paonazza: tra le due biforcazioni (cosa stupefacente) un diamante, grosso come un limone brillava di una bianca trasparenza solare. Il dorso gibboso e il ventre gonfio erano coperti di larghe squame verdastre; le ali immense, d’una membrana dello stesso colore, ma più cupo, avevano la forma di quelle dei pipistrelli; il corpo era sorretto da quattro zampacce, munite di adunchi artigli; una lunga coda; coperta di anelli squamosi di color giallo scuro, terminava con una specie di unghione nero e tagliente a forma di vanga.

Nei dintorni si spargeva la costernazione e lo sgomento tra gli abitanti; i cani guaivano e le mucche muggivano lamentosamente, divincolandosi nella stalla o galoppando nei prati. Le campane di tutti i paesi della valle, suonando a storno, traducevano, per così dire, in un segno più manifesto il terrore generale e lo aumentavano. La gente usciva sulla porta di casa e, alzando gli occhi stralunati, le braccia tremanti verso il covo, esclamava: “È arrivato! Poveri noi!...”. 

All’approssimarsi della stagione calda, il mostro andava ricoprendosi di una finissima polvere giallastra che gli procurava un prurito da farlo urlare e fischiare spaventosamente. Non potendo più reggere disperato, spiccava il volo, e sorvolando le contrade di Pozzolo, Colla, Bindo, i prati di Taleggio e di Cusio, per la Foppa e la Foppella, raggiungeva i laghi di Ponteranica dove si tuffava voluttuosamente a sedare il molesto prurito. Ma i segni del suo aereo passaggio rimanevano per un pezzo, poiché la polvere che gli cadeva di dosso per lo sbattere delle ali e il continuo grattare degli unghioni faceva seccare le erbe dei prati e le foglie degli alberi. Finita la cura, il bestione ritornava alla Büsa, ma verso la metà di settembre se ne andava. Che sollievo per il paese di Santa Brigida e dintorni!

Ma da dove venisse e dove andasse, nessuno l’ha mai saputo. Nella storia dell’umanità la figura del drago è sempre stata presente, discendendo dal serpente di cui rappresenta una evoluzione.Secondo una antica tradizione, nasceva da un uovo, che impiegava cento anni a schiudersi e poi altri mille per raggiungere lo stato di adulto. Come conseguenza, aveva avuto molto più tempo di tutti i comuni mortali per imparare e, quindi, era dotato di conoscenze che agli uomini normali erano negate, specie in un mondo in cui le informazioni non si acquisivano sui libri di scuola, ma solo per esperienza personale. Se nessuno discute della sua origine, i giudizi su di esso si sono sempre nettamente differenziati: in Cina, ad esempio, è ancora oggi visto come portatore di conoscenza e gode di ottima fama, mentre in Occidente, sulla scia del giudizio negativo che troviamo nella Bibbia e per i suoi legami col mondo celtico, è quasi unanimemente, considerato un mostro da combattere perché apportatore di disgrazie.

Basti, a questo proposito, citare la figura di San Giorgio, uccisore di draghi. Simbolicamente questo suo patrimonio di conoscenze era rappresentato da un diamante di dimensioni eccezionali, che egli portava sempre in bocca e difendeva con estremo vigore: l’unico possibile modo per rubarglielo era quello di aspettare che lo posasse per abbeverarsi. Il furto avrebbe fatto la fortuna di chi se ne fosse impossessato e molti, sostiene la tradizione, provarono, ma nessuno riuscì, anzi in molti persero, per questo, la vita. 

Nelle lunghe serate invernali, stretti attorno al fuoco, era normale che ognuno ricamasse su questo fatto e così le storie con il drago al centro si sono moltiplicate e Santa Brigida, come ogni paese che si rispetti, si è inventata una propria versione della vicenda proponendo una storia particolare, che affonda le sue radici nella notte dei tempi. Storie particolari ma che, nella sostanza, rispettano alcuni passaggi obbligatori, legati soprattutto a quanto la mitologia celtica proponeva e alla influenza più o meno marcata che questa cultura ha avuto in quel determinato territorio. Elementi comuni sono il suo comparire ai primi di Maggio, abitare in una caverna ed essere assai pericoloso per uomini ed animali.Il tutto in piena sintonia con i miti celtici legati alla Dea Madre la quale ritornava sulla
terra ai primi di maggio ed amava in particolare le grotte ove era presente l’acqua.

Non ci meraviglia pertanto che, secondo la tradizione di Santa Brigida, comparisse proprio in quel periodo ed in una grotta. Ancora oggi i vecchi di questo paese indicano la pozza in cui il Drago si abbeverava ed i meno giovani ricordano con quanto timore si avvicinavano alla grotta, isolata tra i boschi, per gettare pietre e poi scappare a gambe levate. Per ricordare tutto questo e per proseguire con la tradizione degli affreschi dedicati ad aspetti particolari della vita del paese, un gruppo di appassionati, ha fatto realizzare al noto pittore Dunio Piccolin, quotato e capace artista bellunese, con alle spalle ormai un centinaio di opere disseminate in diverse parti d’Italia, un affresco che ne riassumesse la storia ed ha scelto la frazione di Cugno, quale sede più appropriata.

L’inaugurazione è avvenuta lunedì 14 agosto 2017 alla presenza di un folto pubblico che ha gradito l’opera e la sua ambientazione. Nell’affresco di notevoli dimensioni l’artista ha fatto propri tutti questi aspetti e li ha resi in maniera assai coinvolgente, anche grazie ad una tecnica assolutamente nuova e sperimentale: la fusione, in un’unica opera della tecnica del graffito e dell’affresco.
La prima usata nel contorno per movimentare la scena e la seconda nell’opera vera e propria e, ammirando l’affresco, tutti hanno concordato che si è trattato sicuramente di una prova superata felicemente.

L’affresco, nella parte in alto, raffigura un magnifico drago che tiene in bocca un diamante talmente grosso che non poteva che suscitare l’interesse di molti. Così, ben celato dentro un albero, un contadino aspetta che gli si presenti l’occasione per impadronirsene, ma non può non mostrare anche tutta la paura che l’impresa gli provoca. Le mucche, che avvertono grazie al loro istinto la sua presenza, si spaventano e non sanno ove trovare rifugio. Altri uomini si rifugiano terrorizzati in chiesa, unica certezza in quella situazione di grande pericolo. Un bambino, ignaro, dorme nella gerla abbandonata poiché ancora non conosce la cattiveria del Drago del Filù, come era ed è chiamato a Santa Brigida.

Occasione questa per fare una citazione dell’antica usanza di molti paesi di montagna, e Santa Brigida non fa eccezione, di trasportare i bambini piccoli all’interno di una gerla e, simbolicamente, rappresentare pure la innocenza non ancora compromessa dalle cupidigie e dalle paure degli adulti. Infine una maschera posata per terra assume la funzione di aprire all’uomo che la indosserà
le porte di altri mondi negati all’uomo reale e, quindi, raggiungere quelle conoscenze che tanto desidera e, magari trovare il modo di impossessarsi del diamante o, al contrario, di capire che non ne vale la pena. Di fronte a questa ambigua possibilità di lettura, ognuno trarrà le proprie conclusioni...

Articolo estratto da "Quaderni Brembani n.16" e scritto dal Gruppo Culturale di Santa Brigida “Squadra di Mezzo”

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