Itinerari fra arte, gusto e fede - La casa, la maschera e il carnevale: le sfumature di Arlecchino

Alessandra Filippi 18/02/2020

Con l’avvicinarsi del Carnevale, la maschera più antica, conosciuta e popolare, ritorna nella nostra memoria sempre più spesso: si sta parlando proprio della maschera di Arlecchino. Il famoso costume veneziano per eccellenza, di origine bergamasca - per la precisione da San Giovanni Bianco -, è diventato tale proprio grazie a Carlo Goldoni: egli ne sancì il passaggio da servitore sciocco a una figura furba, maliziosa, sveglia e vincente.

Il nome “Arlecchino” significa “Re dell’Inferno” e ha origine dalla contaminazione di due tradizioni: i personaggi diabolici della tradizione popolare francese da un lato e lo Zanni bergamasco dall’altro. Con il passare del tempo, però, la connotazione demoniaca diviene sempre meno importante e Arlecchino diventa lo Zanni un po’ imbranato, furbo e sciocco. Ne combina di tutti i colori, si prende gioco dei propri padroni (avari), ma non gliene va bene una. Non ha una passione per il lavoro ed è la maschera più simpatica e fantasiosa di tutte, che ancora incanta e diverte grandi e piccini.

La leggenda del vestito

Il noto personaggio indossa sempre un vestito fatto di losanghe lucenti e multicolori, con annessa una maschera nera fiammante. Arlecchino faceva parte di una famiglia molto povera e un giorno, in vista del Carnevale, la maestra decise di organizzare una festa. Per aiutare il compagno, gli altri bambini portarono alla madre di Arlecchino ognuno un pezzo di stoffa. La madre creò così un vestito originale e fu il costume più ammirato di tutti.

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La casa di Arlecchino a San Giovanni

Situata nel borgo medievale di Oneta, a San Giovanni Bianco, e su quella che anticamente veniva chiamata Via Mercatorum, la casa del nostro protagonista fu costruita attorno al 1400 e terminata nel Seicento con l’aggiunta della cucina. Data la posizione strategica in cui si trova e dalla sua struttura esterna, l’edificio doveva essere fortificato. Infatti, nel salone è ancora visibile una fessura nella parete che testimonia l’esistenza di una torre di avvistamento che dava sulla via sottostante, percorsa ogni giorno da artisti e mercanti.

I proprietari del palazzo appartenevano alla famiglia Grataroli, che vantava ricchezze e fortune acquisite a Venezia. Per questo motivo il palazzo è l’unico esempio di architettura veneta in Valle Brembana: essi hanno costruito portali a tutto sesto e finestre in pietra lavorata, decorando la casa con diversi affreschi (visibili ancora oggi). L’edificio è stato restaurato a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del Novecento. Attualmente ospita un museo dedicato al personaggio che vi abitò, un ristorante e una casa vacanze. Ricordiamo gli orari di visita del museo: mercoledì-venerdì 14.30-17.30; sabato-domenica 10.00-12.00/14.30-17.30. Biglietto di ingresso 1.50 euro, visita guidata 3.50 euro. Per avere ulteriori informazioni, è possibile chiamare l'Associazione OTER al numero 0345 21020.

Come arrivare

Si può raggiungere Oneta comodamente in auto da San Giovanni Bianco oppure si può decidere di percorrere la vecchia Via Mercatorum: si imbocca la mulattiera che dalla statale sale verso le antiche case del paese. Il borgo è formato da un gruppo di belle case antiche che presentano ancora la struttura ad archi, porticati, ballatoi in legno, che accolgono il visitatore in un’atmosfera d’altri tempi.

Dagli Zanni ad Arlecchino

A metà Quattrocento, molti bergamaschi emigrarono a Venezia in cerca di lavoro, tanto che diedero vita a una comunità affezionata alle proprie radici. La maggior parte di loro presentava delle caratteristiche comuni che entrarono a far parte della nascente letteratura del luogo: nasce così la maschera dello Zanni, una figura rozza, tonta e con la parlata cadenzata. Dallo Zanni nacque poi Arlecchino, che riscontrò enorme successo in Europa all’interno della Commedia dell’Arte del Cinquecento.

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