Le nostre Leggende - La misteriosa autostoppista fantasma della Val Serina

Eleonora Busi 12/08/2020

Non tutte le leggende sono nate in tempi antichi: alcune, più recenti, si sono fatte strada attraverso i passaparola fra i giovani di oggi, prima di diventare di dominio pubblico. Un esempio è quello che vede come protagonisti un ragazzo, una misteriosa autostoppista e la Val Serina. Era una serata come tante, ma per qualche motivo comunque fuori tono. Nonostante le luci stroboscopiche e la musica ad alto volume che faceva tremare i timpani della discoteca Snoopy di Serina, dopo la mezzanotte Luca – il protagonista del racconto – decise che sarebbe tornato a casa a riposare per l'indomani, poiché aveva in programma una gara di atletica molto importante.

Si diresse con passo deciso e sicuro verso la sua auto sportiva e uscendo dal parcheggio notò una figura ferma sul ciglio della strada, con il braccio teso a chiedere un passaggio. Si trattava di una giovane ragazza, dall'abbigliamento particolare e anche un po' antiquato: indossava una giacchetta bianca attillata e una gonnellina blu a pieghe, lunga fino al ginocchio. Com'era sua abitudine, Luca si fermò e le chiese “Vuoi un passaggio?”. La ragazza annuì e risposte “Mi porti fino a Zogno?” con un tono di voce che non lasciava trasparire alcuna emozione. “Ciao, io sono Luca” fece lui, dopo che la giovane si accomodò sul sedile accanto al suo. “Cristina” rispose lei, con un tono incolore mentre si sistemava i capelli con le mani.

Eri allo Snoopy? Non ti ho notato in tutta la serata” fece il giovane, “Per la verità sono stata seduta in un angolo tutta la serata. Sempre la stessa musica, monotona e assordante. E poi ho dovuto tenere a bada un rompiscatole che mi ha importunata fin dall'inizio” replicò lei. “Hai ragione, la musica che passa qui non è il massimo. Sempre la solita storia, è per questo che vengo di rado. A me piace altro” aggiunse Luca, accendendo lo stereo che, in quel momento, trasmetteva l'ultimo disco di Vasco Rossi. Alzò il volume e la musica inondò l'abitacolo, “che ne dici?” le chiese, ma lei rispose assorta “Mai sentita”.

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Lungo i tornanti della Val Serina, i due erano ormai giunti all'orrido di Bracca. “Non mi sembra di averti mai vista. Sei di Zogno? – chiese ancora lui, nel tentativo di intavolare una discussione – non ti ho mai notata nemmeno a scuola. Io sono stato fino all'anno scorso a Camanghé”. “Anch'io ho frequentato quella zona per un po', ma adesso manco dalla valle da parecchio tempo” risposte la ragazza con tono stanco, come a non voler più continuare una conversazione con lui. Quando l'auto uscì finalmente dall'orrido ed imboccò il rettilineo, la ragazza lo fermò. “Lasciami qui. Sono arrivata”. Ma con grande stupore di Luca, in quella zona non vi erano abitazioni: solo lo stabilimento della Bracca ed il piccolo cimitero di Ambria.

Qui non ci sono case, non è che ti sei sbagliata?” domandò confuso il giovane, che per tutta risposta ricevette uno stanco “Ciao, buona notte” dalla ragazza, prima di vederla scomparire nel buio della notte. “Ma vai al Diavolo!” mormorò lui, partendo rombando con la sua auto. La notte passò e quando, il giorno dopo Luca tirò fuori dal box la sua auto si accorse che da sotto il sedile sporgevano i manici di una borsetta nera, sicuramente di proprietà della strana ragazza della sera prima. Per nulla contento di doverla nuovamente incontrare, Luca rovistò fra le sue cose con l'intento di trovare un documento d'identità e dunque un indirizzo a cui riportare la borsetta.

Quello che vide sulla carta d'identità però lo lasciò stranito: Cristina era nata il 10 agosto 1965, a quei tempi aveva quindi trentaquattro anni nonostante all'apparenza ne dimostrasse poco più di venti. Con fastidio gettò la borsetta nell'abitacolo e partì in direzione dell'indirizzo che aveva appena scovato. Si arrestò davanti ad una villetta unifamiliare di Ambria, con un bel giardino ed una bassa inferriata. Luca suonò al citofono e rimase in attesa. Alla porta si affacciò una donna, dai folti capelli brizzolati e con l'aria interrogativa. “Buongiorno signora, abita qui Cristina? Ieri sera mi ha chiesto un passaggio e ha dimenticato la borsetta sulla mia macchina, eccola, gliel'ho riportata” affermò lui.

La donna però sembrava indispettita ed angosciata. “Guarda che io non ho mica voglia di scherzare! Vai a casa, villano, e lascia stare mia figlia” replicò indispettita in fitto dialetto bergamasco, sbattendogli in faccia la porta di casa. Convinto a voler arrivare fino in fondo a questa vicenda, Luca suonò nuovamente e a lungo e questa volta ad affacciarsi furono due uomini, uno magro sulla sessantina – sicuramente il marito della donna – e un giovane robusto, probabilmente loro figlio. “Da che parte esce quella borsetta? Fammela un po' vedere” chiese con fare brusco il padre ad un perplesso Luca, che raccontò del passaggio e descrisse meticolosamente l'aspetto di Cristina e di come si fosse congedata all'altezza del cimitero di Ambria.

Io sono venuto solo per restituire la borsetta e ho dovuto aprirla per trovare l'indirizzo di quella che penso sia vostra figlia, chiedete a lei se non è vero. Ecco prendete” affermò porgendo la borsetta all'uomo. “Verificate che non manchi niente”, aggiunse. Intervenne la madre, che nel frattempo si era avvicinata ai tre. “Mi ricordo che aveva una borsetta come questa – affermò singhiozzando – ma non può essere sua, comunque la ragazza non poteva certo essere la mia Cristina”. Poi prese la borsetta e cominciò a rovistare nel contenuto per scovare la carta d'identità. Impallidì e quasi perse l'equilibrio quando, finalmente, la aprì.

Mamma mia – esclamò con un filo di voce, appoggiata al marito per non svenire – è proprio lei. Controlla anche tu. Come è possibile se la mia Cristina è morta quindici anni fa?”. Così raccontarono tutta la storia a Luca: la misteriosa ragazza era morta quindici anni prima in un incidente stradale, proprio all'uscita dell'orrido di Braccia, mentre rincasava in autostop dopo una serata trascorsa allo Snoopy di Serina. E la sua tomba si trovava nel piccolo cimitero proprio dove lei chiese di scendere dall'auto.

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(Fonte: “Storie e leggende della Bergamasca” di Wanda Taufer e Tarcisio Bottani).







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