Pensieri in Contrada - Allevamenti intensivi, la Svizzera vuole abolirli. Un esempio da seguire

Antonio Carminati 04/02/2020

Ho letto recentemente che la Svizzera si sta preparando a discutere una proposta popolare per porre fine, entro il proprio territorio, agli allevamenti intensivi dell’industria zootecnica, non solo per proteggere la dignità e il benessere degli animali, ma anche perché dannosi per l’ambiente, ossia ritenuti corresponsabili anche dei cambiamenti climatici. Penso che, se la Confederazione d’Oltralpe avesse davvero il coraggio di accogliere e trasformare in legge questa iniziativa, diffonderebbe un preciso segnale di qualità del proprio ambiente umano non solo all’industria zootecnica, ma a tutti gli altri allevamenti intensivi, per la difesa di territori da preservare ancora a misura d’uomo. Introdurrebbe una tendenza importante, destinata a segnare il passo nell’evoluzione dei sistemi economici rurali, prefigurando diversi scenari di sviluppo.

Finalmente un importante segnale di controtendenza. Non solo: il Paese situato nel cuore delle Alpi Occidentali andrebbe a rafforzare i valori e le tradizioni di libertà di cui la montagna alpina è sempre stata portatrice. Certamente un esempio da seguire, soprattutto nelle nostre vallate, dove è ancora possibile tendere a un’economia alimentare non disgiunta dalla terra e dal lavoro partecipato e consapevole dei suoi abitanti, in grado di soddisfare pienamente nicchie locali di consumo. Vedremo, nei prossimi mesi, se la Svizzera sarà essere all’altezza di questa sfida; fintanto che non giungeranno segnali più rassicuranti, vale per tutti il detto: “Non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco!”.

Gran parte dei prodotti per la nostra tavola, certamente quasi tutti quelli che acquistiamo nei supermercati - carne, uova, formaggi,… - provengono dall’industria alimentare, che nella seconda metà del secolo scorso ha fatto passi da gigante, caratterizzando l’economia di tutti i paesi sviluppati. Il punto forte di tale sistema è la sua capacità di soddisfare la grande massa dei consumatori, offrendo prodotti omologati, dal sapore e gusto costanti, a costi tutto sommato competitivi. Sviluppatosi soprattutto in pianura, o nelle aree pedemontane della catena alpina, dove la maggior quantità di spazio consentiva la realizzazione di stalle industriali più o meno estese, ha gradualmente determinato dapprima la marginalizzazione, poi la scomparsa, degli allevamenti tradizionali, ritenuti sorpassati e non più competitivi. Roba vecchia. L’alimentazione a base di mangimi e la concentrazione in poco spazio di centinaia di capi, allevati esclusivamente a scopo produttivo, ha determinato un progressivo abbandono del territorio. Dall’allevamento diffuso a quello intensivo, concentrato nelle mani di poche persone.

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La montagna non è indenne da questa problematica. In passato, nella tradizione locale c’è sempre stato un nesso funzionale tra l’allevamento bovino e le terre coltive ad esse afferenti: genitori e nonni allevavano tanti capi di bestiame in relazione ai pascoli disponibili e alla produzione di foraggio che potevano ottenere dalla lavorazione dei terreni di proprietà o in conduzione; inoltre, di converso, anche le deiezioni animali prodotte dalla pur modesta mandria risultavano sempre compatibili con la necessità di concimare i medesimi fondi. Tutto rispondeva a una proporzione. Una forma di equilibrio ambientale, per certi versi sofferta, ma efficace. Nell’attività del piccolo allevatore di montagna si manifestava una stretta correlazione, persino quasi naturale, tra le istanze connesse al proprio allevamento zootecnico e quelle della natura circostante, all’interno di un ciclo biologico di utilizzo e restituzione di risorse all’ambiente.

Semmai poteva capitare che un’annata agraria poco favorevole determinasse l’acquisto di foraggio, ma di norma sempre in minima quantità, destinata a fronteggiare una situazione non prevista. Gli allevatori vivevano in simbiosi con il mondo animale e vegetale che la montagna consentiva loro di conoscere e utilizzare, costruendo continue interazioni biologiche con i diversi organismi, come in una forma di mutualismo comune: vacche e prati avevano bisogno dell’allevatore per esprimersi al meglio, anche in condizioni difficili, ma anche quest’ultimo protagonista non avrebbe potuto sopravvivere senza l’apporto di tali componenti naturali. Il piccolo allevatore di monte ha sviluppato nei secoli una proficua relazione dialogica con il contesto di opportunità offerte dal concreto intreccio di vita con luoghi conosciuti e familiari, che però non avrebbe mai osato sfidare. Solo i bergamini avevano avuto la forza e l’intraprendenza di andare oltre, superando lo stretto nesso della relazione ambientale- territoriale: essi, però, senza forzare le condizioni di vita dei luoghi, l’inverno si trasferivano abitualmente con i loro armenti nelle cascine della piana lombarda, dove li attendevano i fienili rigonfi di foraggio fresco di stagione. Per quanti rimanevano nel villaggio, invece, all’alpeggio estivo sui pascoli di monte faceva seguito la stabulazione fissa in stalla durante l’inverno, secondo il rituale del ciclo delle stagioni.

Abbiamo assistito anche recentemente, sempre in montagna, alla scelta di alcune aziende di procedere in direzione di logiche prettamente di tipo industriale, rinunciando ad esempio al pascolo delle vacche da latte, allevate permanentemente a stabulazione fissa e alimentate con mangimi e foraggi soprattutto di provenienza esterna; il rapporto umano con un essere vivente viene sostituito con quello di una sorta di “macchina” produttrice di latte. Oppure, nel settore della caseificazione, assistiamo all’uso costante nel tempo di fermenti e coagulanti chimici, con l’obiettivo di ottenere formaggi “normalizzati”, o, ancora, all’introduzione massiccia dei “micro-caseifici”, i quali emulano la produzione di tipo industriale applicata alle piccole quantità di latte. È la logica dell’industrialismo, che prevale sull’attività agricola e zoo-casearia in senso stretto, diretta nel passato da veri e propri artigiani del gusto, e sulle altre componenti umane dei processi produttivi. Una logica che tende ad essere di generale applicazione, dovunque e ad ogni condizione, anche laddove non ce ne sarebbe bisogno, provocando effetti contrastanti. Soprattutto i territori di montagna, laddove cresce il livello di consapevolezza della popolazione e delle istituzioni, alzano delle difese dall’attacco di questi comportamenti, come pare stia cercando di fare la Svizzera, costruendo percorsi di sviluppo più a misura d’uomo, di animale e di natura.

È vero che l’industrialismo, con le produzioni intensive ad esso connesse, forse è attualmente il solo modello in grado di garantire la sopravvivenza di grandi masse di persone, ma è altrettanto vero che questa logica non può essere di applicazione generale, poiché significherebbe provocare un peggioramento delle condizioni di vita, soprattutto sotto il profilo dell’omologazione sociale e dell’annullamento delle biodiversità. All’industrialismo, in montagna va contrapposto il ruralismo, poiché quassù è ancora possibile, anzi necessario, coltivare relazioni coerenti e identitarie con il territorio, soprattutto attraverso il contatto diretto con la natura, la partecipazione consapevole alle sue risorse, la costruzione di condizioni sociali di indipendenza ed economiche di autosufficienza. Mentre l’industrialismo è una risposta alla vita urbana, il ruralismo, nella sua dimensione estensiva, anche nella costruzione dei processi economici e produttivi diffusi, rappresenta la modalità per eccellenza della vita in montagna.

Ciascun contesto ha bisogno di regole per continuare ad esistere come tale e quello rurale della montagna alpina, pur senza rinunciare agli elementi di modernità, non può fare a meno di dichiarare e difendere i caratteri della propria identità. Se non a pena del misconoscimento complessivo di una storia che viene da lontano, in nome di un falso modernismo.

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