Pensieri in Contrada - Riaprono i roccoli: ecco come cacciavano i nostri nonni

Redazione 03/08/2019

È recente la notizia che la Giunta regionale della Lombardia ha esteso l’autorizzazione ad effettuare la cattura di uccelli selvatici per la cessione ai fini di richiamo. La caccia tradizionale da appostamento si è da sempre avvalsa dei richiami vivi. Per lo scopo dichiarato, però, sono catturabili solamente alcune specie, ossia mèrli, dùrcc, sdurdì, eschère. Potranno essere autorizzati dalla Regione, mediante la stipula di apposita convenzione, ventiquattro impianti di cattura, di cui sedici nella provincia di Bergamo, nei quali, dal primo ottobre al quindici dicembre, saranno prelevati sino a 12.700 esemplari, dei quali 3.383 sul territorio bergamasco. Ho l’impressione che la notizia sia destinata, ancora un volta, a suscitare prese di posizione differenti, da coloro che si preparano ad una levata di scudi a quanti, invece, lance in resta, sostengono l’azione.

Dal mio modesto punto di vista, si tratta di una bella notizia non solo per i seguaci di Sant’Uberto, che nella caccia vivono antiche viscerali passioni, ma per tutti coloro che hanno a cuore il futuro delle architetture rurali, vegetali ed edilizie, connesse agli impianti di cattura tradizionali dei volatili selvatici - i roccoli, per l’appunto – così tanto decantati e bene illustrati sin dal Settecento dall’Abate Giovan Battista Angelini di Strozza e rimasti attivi nelle nostre valli sino a tutta la prima metà del Novecento. Essi fanno parte ormai della storia sociale codificata di molti contesti rurali e costituiscono una componente ambientale e culturale irrinunciabile delle identità di luogo. In Valle Imagna, lungo la linea orizzontale di spartiacque dal Pòren al Sécol, da Valcava sino alla Passàda, ai piedi della cresta del Resegone, era un susseguirsi di roccoli, la maggior parte dei quali oggi in condizioni di abbandono. Altri, invece, erano distribuiti sulle dorsali interne al catino della valle, sempre in posizione dominante e storicamente attraversata dai percorsi migratori degli uccelli. L’amico Santino Calegari ne ha censiti e documentati, solamente in Valle Imagna, circa una settantina, che ci auguriamo di riuscire a presentare presto in una pubblicazione.

Costantino Locatelli, straordinario cantore della sua valle, ricordava quanto affermava il vecchio Ciaèta, all’indomani della prima guerra mondiale: da Fuipiano i portantì scendevano almeno due volte la settimana con andata e ritorno per rifornire il mercato e le pollerie di Borgo Sant’Alessandro, con dèrei stracolmi di feléne di uccelli abbattuti, infilati per i becchi.

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Agosto, per cacciatori da capanno e roccolatori, era un mese di lavoro, intenti a preparare i rispettivi impianti di cattura: pulire per bene il sottobosco, tagliare a raso l’erba nel pascoletto, riordinare le impalcature per la posa delle reti fisse, sistemare i muretti a secco di sostegno del tondo attorno al casello centrale o di delimitazione delle passate, ricostruire ove necessario ol tabiòt, riordinare le ultime piante ancora da scalvà e quindi da sfrondare, tacà sö i fruscù…Insomma, una lunga serie di lavoretti finalizzati a creare le condizioni ottimali per richiamare il passaggio e la posa dei volatili, sia stanziali che durante le migrazioni autunnali. Nel frattempo gli uccelli da richiamo, nelle loro gabbiette riposte sugli scaffali lignei della buia oselànda, attendono di mettere in moto la loro ugola canora, con buona soddisfazione del roccolatore, non appena tacàcc fò söi rampì degli alberi disposti attorno al casèl.

Subito dopo ferragosto, infatti, si apriva la caccia, con anticipo rispetto al calendario venatorio di oggi, e la prima domenica di apertura tutti i versanti della valle risuonavano di spari. Era un vero tripudio per le popolazioni rurali. Una grande festa collettiva. In relazione alla provenienza degli spari, si valutava la fortuna venatoria e la bravura dei singoli cacciatori: - Ol Cèsco l’à sbaràt sèt völte sö al Fughì! Quàci n’avràl falàt?... Ol Tata l’à s-ciopetàt sìch völte sö a l’Èra!...

Al rientro a casa, poi, col sdirnì sö i spàle e ol s-ciòp en del mà, essi avrebbero depositato con orgoglio sol tàol de la cüsìna le loro prede ancora calde, davanti agli occhi attenti e curiosi dei familiari presenti. Nel frattempo la regiùra già pensava a pelài e a quande fài cös, per accontentare il palato dei suoi commensali con un gustoso piatto de polénta e osèi co la pana.

Durante i giorni successivi, nel villaggio si sarebbero diffusi a macchia d’olio i resoconti dei diversi cacciatori, ma le prese di ciascuno tendevano di solito a crescere, nel passaggio delle informazioni di bocca in bocca, perché - si sa - i cacciatori i te ‘mpienés di bàle, mia dóma de balì e le loro reti sono sempre ben tese… Sornioni, ‘ntàt i grégna…

Non c’è dubbio: la caccia al capanno è stata l’espressione venatoria più popolare e diffusa da queste parti e, dal primitivo archibugio, si è passati, in tempi più recenti, alla doppietta calibro 16, con i due asalì esterni che si caricavano, immediatamente prima di sparare, con il pollice della mano destra ferma sul calcio dell’arma: la canna sinistra serviva per ol tir de lontà, quella di destra per ol tir d’apröf. Le cartucce si preparavano in casa qualche giorno prima, non si acquistavano, e il cacciatore calibrava i dosaggi della polvere da sparo in relazione alla collocazione del proprio capanno e alle esigenze di tiro.

Ricordo ancora bene il rito del papà, quando fissava dapprima al tavolo con una morsa ol machinì per la ricarica delle cartucce, quindi predisponeva all’intorno tutto l’occorrente: i bossoli, innanzitutto, costituiti da cilindri di cartone rinforzati da un fondello di ottone, la scatola metallica con la polvere da sparo, ol sachilì con le balìne per l’innesco, i sachilì con i pallini di diverse dimensioni, ol sachèl de la rasgadüra, o anche de la crösca. Quindi procedeva nella ricarica estraendo dalla cartuccia la balìna già utilizzata e sostituendola con il nuovo innesco, oltre il quale, col sò misürì, inseriva la dose di polvere da sparo. A seguire il barraggio di crusca, quindi la carica di pallini, contenuta da un cartoncino che chiude la cartuccia e il suo contenuto. A questo punto è pronta per essere inserita nella doppietta. Il papà non ne preparava molte, solo quelle necessarie per uno o due mesi di caccia, e le conservava sempre in un locale fresco e asciutto.

Sulle orme del papà, anche noi bambini costruivamo le nostre cartucce, dosando la polvere in minore quantità, per quando, la mattina presto, scendevamo alla piccola stala de la Carsàna, nella contrada Fenelècc, dove l’inverno la mamma allevava vacca, vitello, pecora e maiale, e ci appostavamo all’interno col fucile, osservando dalla bösaröla de la pòrta i passerotti che si posavano entro il recinto dol serài, appena lì fuori (le galline stavano rinchiuse en dol polèr), attratti dal pastaròt inserito negli appositi contenitori, oppure sparso sopra la neve fresca del mattino. Con una fucilata si potevano raccogliere anche una decina di passerotti, alcuni colpiti dai pallini, altri caduti en dol ridì, di quattro o cinque metri, disposto lungo tutto il recinto, ben tirato dalla parte opposta dello sparo, dove i poveri uccellini rimanevano intrappolati durante la furiosa fuga, spaventati dal colpo di fucile. Le cartucce costavano e andavano utilizzate con parsimonia. Ci si industriava per poter raggiungere più risultati con una stessa azione. Per questo tipo di caccia, ovviamente da bracconaggio, occorrevano cartucce leggere, per colpire a distanza ravvicinata il volatile senza rovinarlo, ma soprattutto facendo poco rumore. C’era sempre una ragione.

Prima di giungere all’uso delle armi da fuoco, si imparava a cacciare con làs, bachitù, archècc e architù, rit,… L’avvio alla caccia era graduale e si giungeva all’uso del fucile, uno dei pochi beni personali più cari del Tata, solo dopo aver sperimentato e acquisito le abilità venatorie di base, che per bambini e ragazzi erano un gioco. Si imparava giocando con la natura, padroneggiandola sempre di più. Alla cattura di fringuelli e merli nel ridì, poteva seguire la fase del loro allevamento in cattività, dentro una piccola gabbietta di legno: i merli sarebbero stati utilizzati dal Tata quali richiami per il capanno, mentre frànguei e laarì da collocare vicino al bachitù…

Queste attività venatorie, assai diffuse nel contesto rurale, nate quali espressioni di libertà nello sfruttamento delle risorse animali selvatiche, che nel passato non hanno mai avuto particolare interesse per i signori, subirono una importante regolamentazione sotto il dominio austro ungarico, quando venne approvato un Testo Unico (1846) destinato a normare le principali attività venatorie; da quel momento, anche per cacciare con archècc o ridì, bisognava acquisire una specifica licenza comunale, ovviamente previo pagamento di una pur modesta somma di denaro. Riportiamo alcuni di questi documenti nelle immagini di fondo.

C’erano, però, nel passato due modalità di caccia che sono sempre state, per così dire, interdette al popolo: quella alla selvaggina grossa (cervi, cinghiali, caprioli,…), sin dal Medioevo prerogativa dei feudatari e signori proprietari delle terre, e quella con i roccoli, a causa della complessità costruttiva e gestionale degli impianti di cattura. Anch’essi, seppure espressione di una passione popolare, appartenevano di solito alle famiglie più facoltose del villaggio, ossia all’antica nobiltà o alla borghesia nascente. Semmai i contadini venivano assoldati dai signori come roccolatori e uomini di servizio per la manutenzione delle infrastrutture vegetali ed edilizie. Il passaggio dalla posa delle reti mobili, di norma di piccole dimensioni, non più lunghe di quindici o venti metri al massimo, a quelle fisse da roccolo non era indifferente.

Il roccolo si configura come un impianto scientificamente testato, quindi efficace, per la cattura dei volatili vivi, soprattutto quelli di passo. Non è un’architettura spontanea, poiché la sua costituzione rispondeva a regole ben precise, che bisognava conoscere, a cominciare dalla sua localizzazione (intercettando quindi le rotte migratorie dei volatili, soprattutto nel periodo invernale, quando ci sono le förie), dalle sue componenti edilizie (pensiamo anche solo al casèl, la torretta sempre al centro dell’impianto, alta anche quattro o cinque piani, mascherata da alberi, arbusti e rampicanti, dall’alto della quale il roccolatore, sempre guardingo e silenzioso, stava pronto per sborà i osèi). Vi erano altre singolari componenti: corridoi circolari (tondi) e lineari (passate), compresi tra due filari di piante (faggi e carpini, sempre ben capitozzati), entro i quali tendere le lunghe reti di cattura, sostenute da robuste impalcature lignee; alberi fatti crescere nei luoghi più idonei dove appendere le gabbie da richiamo; prato e pascolo sottostante ben curato e pulito.

Appartengono al vissuto della mia infanzia almeno quattro roccoli, distribuiti sul versante orografico sinistro dell’Alta Valle Imagna: li frequentavo abbastanza regolarmente durante le mie scorribande spensierate tra prati e boschi. Innanzitutto ol Ròcol di Bàle, sulla dorsale interna tra i Pidisì e i Càlf, ancora oggi di proprietà della famiglia Locatelli, dove mi spingevo con la doppietta del nonno durante le prime escursioni venatorie; quindi ol Ròcol de San Piro, ai piedi del Monte Pòren, di proprietà degli Zois, che raggiungevo e attraversavo ogni qualvolta, il Lunedì dell’Angelo, si saliva in gruppo all’antica chiesetta sul monte a mangià i pasquaröi; poi ol Ròcol söl Cat, anch’esso sullo spartiacque tra la Valle Imagna e la Valle Brembilla, caratterizzato dalla presenza di grossi faggi capitozzati, simili ad altrettanti guardiani di monte con le braccia aperte rivolte verso l’alto: da lassù, volgendo lo sguardo a oriente, si presentano dinnanzi, in mezzo a estese praterie, le due contrade bergamine de Curnì Olt e Curnì Bas, il piccolo cimitero, la chiesa parrocchiale di Blello, con campanile e canonica annessi; infine ol Ròcol de Piassacà, in posizione preminente al centro della “sella” di displuvio sulla convergenza tra ol Sécol e il versante che sale verso i Tre Faggi: “ad Castrum Plazacavae”, si legge in alcuni antichi documenti, per richiamare probabilmente, in quell’area prossima alla frontiera con lo Stato di Milano, la presenza di un presidio confinario dello Stato di Terraferma di Venezia, dotato anche di torre di avvistamento.

POST SCRIPTUM

Vi invito a leggere due graziosi volumetti pubblicati dal Centro Studi Valle Imagna:

1) Giovan Battista Angelini “La descrizione dell’uccellare col roccolo”, Stamperia Santini, Bergamo 1724; ristampa anastatica del Centro Studi Valle Imagna, 2001.

2) Carlo Trani “Il roccolo del Costone”, pubblicato dal Centro Studi Valle Imagna nel 2008, teatro di vicende venatorie e belliche nel periodo dall’8 settembre 1943 sino alla Liberazione.

Testo scritto da Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna

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