Giovani zognesi in missione in Kenya: "Qui per ridare speranza ai ragazzi dimenticati"

Dalle montagne della Val Brembana a quelle della Rift Valley, per vivere due settimane in una missione in Kenya che si prende cura dei ragazzi di strada.
15 Ottobre 2025

Dalle montagne della Val Brembana a quelle della Rift Valley, per vivere due settimane in una missione in Kenya che si prende cura dei ragazzi di strada ed entrare in contatto con una realtà nuova e diversa. È questo il progetto a cui hanno partecipato una trentina di giovani della parrocchia di Zogno, guidati da don Simone Pelis.

Quindici ragazzi hanno vissuto l’esperienza durante la prima metà di settembre; i restanti quindici, durante la seconda metà. L’intera missione è stata svolta all’interno del progetto Welcome to the family, gestito dall’Istituto religioso dei Poveri servi della divina Provvidenza, fondato a Verona da San Giovanni Calabria. I religiosi hanno inaugurato a Nakuru – la quinta città del Kenya - un’attività che prevede il supporto ai bambini di strada. Si tratta di un fenomeno tristemente diffuso nel Paese africano: i bambini vengono lasciati a se stessi dalle famiglie che non sono in grado di prendersene cura, in primis dal punto di vista economico, e finiscono per strada, vivendo di furti ed espedienti e diventando spesso dipendenti da sostanze, come una colla industriale i cui vapori, inalati, permettono di non sentire fame e stanchezza. Una realtà comune a tante metropoli del Sud del mondo.

L’intervento dei missionari si articola in due tappe. A Nakuru, i religiosi hanno aperto un drop-in center, sorta di centro diurno in cui chi vive per strada può trovare un pasto caldo. Da qui, bambini e ragazzi che lo desiderano possono essere trasferiti al Boys ranch, dove hanno alloggiato i ragazzi zognesi durante tutto il viaggio. È una struttura alla periferia di Nakuru dove i ragazzi vivono, vanno a scuola e si occupano dei loro impegni assegnati dai religiosi: badare agli animali, costruire arnie, coltivare il mais bianco e così via. L’obiettivo è reinserire i ragazzi nella propria famiglia d’origine, o quanto meno affidarli ad un parente, al termine di un percorso di riabilitazione e rieducazione che li renda autonomi, scolarizzati e in grado di poter gestire la propria vita e provvedere a sé stessi.

Parallelamente, le religiose delle Sorelle "povere serve della divina Provvidenza" gestiscono il Calabrian shelter, dove vengono ospitate bambine e ragazze vittime di violenza. Qui vengono curate e sostenute fino a che il processo a carico dei loro aggressori non viene concluso: dopodiché, le ragazze possono tornare a casa.  "Una volta terminato un viaggio durato ventiquattro ore e arrivati a Nakuru - racconta uno dei ragazzi zognesi - l’esperienza ha avuto inizio. Scopo principale era calarsi nella realtà dei missionari del luogo, vivendo a contatto con i ragazzi ospiti delle due strutture. Insieme abbiamo condiviso i pomeriggi e i weekend, giocando e stando insieme a bambini e bambine che ci hanno fatto sentire immediatamente accolti e benvoluti. Con loro abbiamo creato legami e relazioni anche stretti, perché in molti era evidente il grande bisogno di affetto e amore. La storia personale della maggior parte di loro parla di violenza e vita di strada, eppure siamo rimasti costantemente colpiti dalla loro vitalità e dalla fiducia che ci hanno accordato fin da subito. L’accoglienza quasi disarmante con cui viene accolto uno straniero rende l’inserimento nella nuova realtà praticamente immediato, fin dal primo giorno si entra in un contesto nuovo con la sensazione di non essere “di troppo”, ma parte di un progetto concreto.

È impossibile tener il conto dei sorrisi che ci hanno regalato - prosegue il giovane - coinvolgendoci in momenti di ballo, di gioco, partite a calcio e scherzi: attimi semplici eppure fondamentali per chi, come loro, è abituato a non viverli. Come abbiamo scoperto subito, i bambini sono tali anche in Kenya e basta un pallone per renderli contenti, basta legare una bottiglia al palo di una porta da calcio per creare un gioco e passarci i pomeriggi. Allo stesso tempo, al Boys ranch e al Calabrian shelter ragazzi e ragazze portano avanti compiti che in Italia non sarebbero mai affidati a loro – uccidere un tacchino, ad esempio - ma che devono imparare a svolgere per acquisire autonomia ed essere indipendenti nella propria vita adulta. Come dice il titolo del progetto, ci siamo davvero sentiti Welcome to the family, benvenuti in una grande famiglia aperta. Il confronto quotidiano con bambini e bambine e con la loro storia personale, che alcuni hanno deciso di raccontarci, ha portato ognuno di noi a interrogarsi sulla loro condizione, su come si possa permettere che persone tanto fragili finiscano per essere rifiutate dalla propria famiglia d’origine. Nonostante ciò, non abbiamo mai percepito rabbia o diffidenza, ma voglia di perdono e di ricostruire la propria esistenza: merito anche del grande lavoro che gli educatori del centro svolgono ogni giorno. Con loro ci siamo confrontati proprio a proposito della situazione dei bambini, delle loro storie e del percorso in cui vengono inseriti.

A fianco dell’attività con i ragazzi, ci è stato chiesto di partecipare in prima persona alla vita quotidiana del Boys ranch e del Calabrian shelter, dandoci da fare nelle diverse attività pratiche. Eccoci allora impegnati con la preparazione del pane, con la raccolta del mais bianco, con la semina delle patate in uno dei campi gestiti dai missionari e in tante altre incombenze che ci hanno calato a pieno in un contesto del tutto diverso da quello a cui siamo abituati. Ciò vale innanzitutto per il modo pratico di lavorare: scordiamoci le motozappe e le mangiatoie automatiche, è tutto fatto a mano dai ragazzi e dagli adulti che lavorano nei centri. Fulcro delle attività manuali era la costruzione delle arnie per le api: tali animali rappresentano una risorsa doppiamente preziosa per la missione. Da un lato, consentono di insegnare ai ragazzi un mestiere che poi possono intraprendere in autonomia e al centro di produrre miele da vendere; dall’altro, insetti tanto organizzati e metodici costituiscono un importante modello terapeutico per i bambini, che imparano così a mettere ordine nella propria vita. Proprio con l’obiettivo di finanziare l’acquisto di materiale per la costruzione delle arnie, la parrocchia di Zogno ha organizzato diverse iniziative durante gli scorsi mesi. Queste hanno avuto un ottimo riscontro, permettendo la raccolta di una somma devoluta poi alla missione keniota, un contributo da parte della comunità zognese alla missione dei Poveri fratelli.

kenya zogno 1 - La Voce delle Valli

Per quanto riguarda le attività, al venerdì e al sabato, ci è stato chiesto di visitare a piccoli gruppi il drop-in center di Nakuru. L’impatto con la città keniota è stato spiazzante, tra il caos del traffico e le capre randagie che vagavano per strada. Anche la realtà del centro ci ha colpiti nel profondo. Qui, come detto, arrivano persone che vivono per strada, alcune da anni o decenni. Abbiamo percepito la situazione difficile in cui si trovano ogni giorno, un cambio di prospettiva radicale che non può non suscitare domande, di fronte a chi non ha una casa e vive, spesso, sotto l’effetto di droghe, dormendo dove capita. Viene da chiedersi come sia possibile ritrovarsi in un’esistenza di quel tipo e, soprattutto, quale assistenza venga fornito a chi ci si trova, considerando che il welfare, in Kenya, è quasi del tutto a pagamento. In questo senso, ci è apparso ancora più importante il lavoro svolto dai missionari, a partire dai piccoli aspetti della vita quotidiana (poter lavare i vestiti al centro) per poi arrivare, forse, a togliere qualcuno dei ragazzi dalla strada.

Uno dei pilastri attorno a cui si basa la vita degli ospiti al Boys ranch è la preghiera. In generale, durante tutto il soggiorno si è avvertito un fortissimo senso religioso da parte della popolazione. Abbiamo avuto l’opportunità di prendere parte a due funzioni domenicali e la partecipazione delle persone alle messe era totale. La stessa messa prevede canti e balli che la rendono molto più partecipata, i fedeli diventano parte integrante del rito, sentito non tanto come una cerimonia solenne, ma più come un ritrovo della comunità che si riunisce per festeggiare. Anche nei ragazzi era forte il senso della religione. Ogni giorno, prima di cena, sia i bambini che le bambine si trovano per la recita del rosario, alla quale anche noi ci siamo uniti. È un momento della giornata che serve per affidare la propria a Dio e, intanto, condividere i momenti vissuti. La preghiera diventa connessione con l’alto, non più una semplice formula da ripetere ma un colloquio in grado di dare forza e sostegno, motore della speranza che anima anche chi ha subito violenza o ha vissuto in condizioni precarie. La fede è insomma un fattore che permea l’esistenza delle persone e contribuisce ad indirizzarne il corso.

A proposito delle condizioni di vita, colpisce soprattutto la grande disuguaglianza tra i diversi strati della popolazione. Un contrasto netto tra precarie baracche di lamiera ai lati della strada e abitazioni a più piani dietro il filo spinato, tra le insegne pubblicitarie che reclamizzano un nuovo modello di cellulare e le strade sterrate appena fuori il centro di Nakuru. Come detto, il welfare keniota è quasi del tutto a pagamento, dalle scuole agli ospedali, dove sono i parenti del ricoverato a dovergli portare i pasti, altrimenti quest’ultimo rischia di morire di fame. Una situazione che genera grandi disuguaglianze tra chi può permettersi di accedere ai servizi e chi invece ne resta escluso. Vale soprattutto per la scuola, il motore del cambiamento sociale. Gli istituti pubblici dovrebbero essere gratuiti, eppure le famiglie devono pagare una tassa per i libri, una per il banco e così via, e spesso le classi sono tanto affollate che occorre pagare un secondo maestro. L’accesso all’istruzione, o alla sanità, non è quindi un diritto per tutti. A ciò si aggiunge una situazione politica che, come ci è stato spiegato, lascia scontenta la maggior parte della popolazione, soprattutto a causa della diffusa corruzione. Ciononostante, girando per le strade colpisce la bassissima età media della popolazione, la presenza di tanti giovani costituisce un fattore che potrebbe portare a cambiamenti futuri.

Dal punto di vista strettamente personale, il confronto con i ragazzi e le ragazze keniote mi ha portato ad interrogarmi su quanto sia importante il ruolo dell’educazione e della famiglia per la crescita di una persona e di come, spesso, basti poco perché la sua traiettoria di vita possa cambiare drasticamente, in un senso o nell’altro. Certo, sono consapevole che anche in Italia esistano bambini esposti a condizioni di vita difficili sin dall’infanzia, ma ciò che mi ha davvero colpito è la differenza con cui vengono trattati ed aiutati: da una parte, uno Stato e una società che si occupa di loro (in Italia il 99% dei bambini frequenta la scuola). Dall’altra, una realtà in cui i giovanissimi sono abbandonati a se stessi, costretti a rubare per vivere, dove l’intervento è affidato a missionari e strutture di volontariato. Un mondo diverso, eppure animato da un senso di umanità e di accoglienza come mai ho sperimentato prima, la capacità di riuscire a sorridere e guardare ancora avanti che è il dono più grande dei bambini di Nakuru".

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