Ci sono esperienze che si scelgono per il panorama, per l'adrenalina o per la voglia di mettersi alla prova. E poi ce ne sono altre che diventano qualcosa di molto più profondo: un gesto d'amore, una promessa mantenuta, un modo per sentirsi ancora vicini a chi non c'è più. Per Marta Buzzoni, 29 anni, di San Giovanni Bianco, attraversare il Ponte Tibetano di Dossena non è stata soltanto un'escursione diversa dal solito. È stato un viaggio nel cuore.
L'idea è nata quasi per caso, insieme ad alcuni colleghi: una gita fuori porta e un’esperienza da condividere. Questa esperienza però, Marta l’aveva immaginata diversa: “In famiglia avevamo parlato più volte di venirci tutti insieme, ma non siamo mai riusciti ad organizzarci. Poi, lo scorso 12 dicembre, la mia vita è cambiata drasticamente a causa della perdita del mio papà Vittorio. Non solo ha lasciato un vuoto dentro di me, ma anche una promessa rimasta aperta” racconta Marta.
Per questo, quando è arrivato il giorno della gita, ieri, domenica 2 agosto, la giovane ha deciso di portare con sé una fotografia del padre. “Volevo averlo al mio fianco. Attraversare quel ponte più per lui che per me”, spiega Marta. Una semplice fotografia è diventata così il simbolo di una presenza che il tempo non è riuscito a cancellare. Se il peso emotivo del momento sembrava la prova più difficile da affrontare, il ponte in realtà ha rappresentato un ostacolo ulteriore per la ragazza: "Pensavo di essere tranquilla. Invece, appena ho messo piede sul ponte, è arrivata un'ondata di ansia. Il ponte oscilla molto e da la sensazione di essere su una barca. Soffrendo io di mal di mare, dopo i primi due passi volevo tornare indietro - spiega - A darmi la forza di proseguire sono stati i miei colleghi che mi hanno incoraggiata, e ancora di più il pensiero che mio papà fosse lì ad accompagnarmi. Conoscendolo, ero sicura che si sarebbe fatto delle gran risate vedendomi in quello stato. Continuavo a sentirlo dire in bergamasco: "Alà cagheta". E, in mezzo alla paura, mi è venuto spontaneo sorridere”.
A rendere quell'attraversamento ancora più intenso è stato poi l’arrivo della pioggia. Nel mezzo del ponte, sospesi nel vuoto, è scoppiato un temporale. “Il paesaggio era incredibile. Nonostante tutto, è stato quasi piacevole”, racconta sorridendo. Quando finalmente ha raggiunto l'altra estremità del ponte, Marta ha sentito di aver concluso qualcosa che andava ben oltre una semplice sfida personale: “Mi sono detta: "Ce l'ho fatta. Per me, per te, per noi"”.
La fotografia stretta tra le mani ha dato un significato completamente diverso a ogni singolo passo: “Senza quella foto sarebbe stato un ponte qualsiasi. Con lui tra le mani, invece, mi sembrava davvero di condividere quell'esperienza con il mio papà. Mi ha fatto sentire meno sola”, confida.
Quello che Marta porterà con sé non è soltanto il ricordo di un ponte sospeso tra due versanti della Val Brembana, ma quello di un ponte invisibile, costruito tra il dolore e l'amore. “Questa esperienza mi ha insegnato che una persona, anche quando non c'è più fisicamente, può continuare ad accompagnarti nei momenti importanti della vita. Quel ponte non è stato solo una sfida contro la paura, ma un modo per mantenere una promessa fatta senza saperlo. Alla fine non ho attraversato soltanto un ponte: ho attraversato un pezzo del mio dolore, trasformandolo in un ricordo che porterò con me per sempre. E sono sicura che, da qualche parte, mio papà quel ponte lo abbia percorso insieme a me”.
Per chi osservava quella ragazza avanzare lentamente, con una fotografia stretta al petto, era semplicemente una visitatrice intenta ad attraversare il Ponte Tibetano di Dossena. In realtà, quel giorno, su quel ponte, erano in due.




