Testo a cura di dr. Carlo Plaino e dr.ssa Marianna Berizzi.
Tanti i casi di vandalismo negli ultimi mesi nelle nostre valli, con anche casi di danneggiamenti in alta montagna. Eventi causati dalla rabbia? Ma la rabbia porta ad essere inevitabilmente aggressivi? Facciamo chiarezza. Aggressività e rabbia sono collegate, ma non sono la stessa cosa. Dal punto di vista etimologico, aggressività deriva da aggredior, “muoversi verso, andare contro, assalire”. Alla base c'è gradior, “procedere, avanzare”: l'idea originaria è quindi quella di un movimento verso l'altro, spesso contro l'altro. Rabbia deriva invece dal latino rabies, “furia, furore, violenza”, collegato a rabere, “essere furioso, infuriarsi”.
Sul piano psicologico, dunque, si può distinguere la rabbia come stato emotivo e l’aggressività come tendenza o modalità di comportamento. La rabbia può alimentare l'aggressività, ma non necessariamente: una persona può provare molta rabbia senza aggredire nessuno. Al contrario, un comportamento aggressivo può anche avere cause diverse dalla rabbia, come paura, frustrazione, difesa o ricerca di controllo. C'è quindi una differenza interessante tra le due parole: “rabbia” descrive soprattutto ciò che si prova; “aggressività” descrive soprattutto ciò che si fa o verso cui ci si dirige.
La rabbia, come il bel film Inside Out ci ha mostrato è un’emozione normale e nobile, come gioia, tristezza, disgusto e paura, ma quando diventa intensa, frequente o difficile da controllare può trasformarsi in un problema personale e collettivo. Nel 2024 in Italia i reati denunciati sono stati 2.380.653, con i danneggiamenti in aumento dell’1,6% sul 2023. In Lombardia i danneggiamenti denunciati erano 62.120 nel 2023; nella provincia di Bergamo, nel 2024, sono stati 4.990. Questi numeri non significano che ogni danneggiamento nasca dalla rabbia: vandalismo e danneggiamento hanno cause diverse. Ricordano però che la gestione dell’impulsività può essere anche una questione di convivenza civile.
Comprendere il problema - La rabbia non è una patologia da eliminare. È un’emozione che segnala che qualcosa viene percepito come minaccioso, ingiusto o frustrante. Diventa problematica quando è sproporzionata, persistente, frequente o porta a comportamenti dannosi. Non conta soltanto ciò che accade: conta anche il significato che attribuiamo all’evento. La rabbia coinvolge i sistemi di attacco/fuga e aumenta l’attivazione fisica; pensieri automatici come “mi manca di rispetto”, “non è giusto”, “lo fanno apposta”, aspettative rigide, interpretazioni delle intenzioni altrui possono alimentarla; infine modelli appresi in famiglia, conflitti, relazioni difficili e contesti di gruppo possono rinforzare modalità aggressive. Il ciclo si mantiene perché pensieri, emozioni e comportamenti si influenzano a vicenda: reagire aggredendo può dare sollievo immediato, ma peggiorare relazioni e problemi, creando nuove occasioni di rabbia.
Le manifestazioni principali della rabbia possono riguardare irritazione, rancore, ira, agitazione, umiliazione, tristezza, senso di colpa o ingiustizia unite a sensazioni fisiche come tachicardia, tremore, respiro affannoso, mascella contratta, rigidità muscolare nonché a pensieri: “non è giusto”, “non mi rispetta”, “nessuno mi ascolta” che sono infine seguiti da azioni: urlare, minacciare, lanciare oggetti, colpire superfici, bere di più, fare del male a sé o agli altri che generano poi relazioni compromesse con litigi più frequenti, isolamento, perdita di sostegno, maggiore aggressività.
L’intervento psicologico può insegnare a riconoscere pensieri automatici, regolare l’attivazione, risolvere problemi e comunicare meglio. La psicoterapia cognitivo-comportamentale lavora su interpretazioni e comportamenti; quella interpersonale sulle relazioni e sui conflitti. Il medico di medicina generale può orientare verso il professionista più adatto. I farmaci non curano “la rabbia” in sé: un eventuale trattamento farmacologico va valutato quando esiste una condizione clinica che lo richieda. Sono utili anche reti familiari, scuola, gruppi e iniziative comunitarie. Il self-help può integrare, non sostituire, l’aiuto professionale.
Tre mosse da provare subito
- Cognitive: chiediti “che cosa sto pensando per essere così arrabbiato?”. Cerca poi un’altra interpretazione realistica: “quali fatti la confermano? Quali la contraddicono?”. Non significa pensare positivo, ma pensare con maggiore precisione. Se compare la ruminazione, interrompi la catena di “e se…” e sposta intenzionalmente l’attenzione.
- Comportamentali: rimanda la risposta quando sei molto attivato: conta fino a dieci o lascia passare del tempo prima di scrivere o parlare. Allontanati dalla situazione. Fai una camminata, rilassa progressivamente i muscoli e rallenta il respiro, con un’espirazione leggermente più lunga dell’inspirazione. Poi affronta il problema per piccoli passi.
Come aiutare qualcuno - Ascoltare senza giudicare è spesso più utile che dire “non hai motivo di arrabbiarti”. Chiedi cosa è successo, senza insistere se le domande aumentano l’agitazione. Puoi proporre una pausa, una passeggiata o un’attività che riduca l’attivazione. Se compaiono minacce o aggressioni, la priorità è la sicurezza: non è compito di familiari o amici placare una persona aggressiva; meglio prendere distanza e chiedere aiuto.
La risposta è anche collettiva - Prevenire il vandalismo non significa soltanto controllare e sanzionare. Servono luoghi curati e vissuti, opportunità per adolescenti e giovani, educazione alle competenze emotive e alla gestione dei conflitti, collaborazione tra Comuni, scuole, famiglie, associazioni. Segnalare tempestivamente i danneggiamenti ai servizi competenti aiuta a intervenire; la sicurezza, però, non va affidata alla “giustizia fai da te”. Una comunità può ridurre il problema creando occasioni in cui la rabbia trovi parole, ascolto e responsabilità prima di trasformarsi in un gesto.
Dove chiedere aiuto - Nelle Valli Brembana e Imagna il riferimento territoriale è la Casa di Comunità, di Sant’Omobono Terme per la Valle Imagna e di Zogno per la Valle Brembana, dove è presente l’Area di Psicologia: offre consultazione e sostegno psicologico, per adulti, minori, coppie e famiglie, oltre a interventi di gruppo e di comunità. L’accesso è gratuito e senza impegnativa, su prenotazione al 035 2674482.
Il Punto Unico di Accesso orienta ai servizi sociosanitari e sociali: 035 6313564. Per bambini e adolescenti è attivo il servizio di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, al 035 6313562. A Bergamo sono disponibili i Consultori familiari e il servizio psicologico dell’ASST Papa Giovanni XXIII. Anche il medico di medicina generale resta un primo punto di orientamento.





