Nelle RSA personale senza tamponi, a Piazza Brembana costi suddivisi: ''La Regione ci sostenga''

Eleonora Busi 16/10/2020 0 commenti

Mentre l'Italia, e più in generale l'Europa, sembra essere precipitata in una seconda ondata di contagi da Covid-19, qual è la situazione nelle RSA bergamasche? A tirare le somme è Mirko Gaverini, vice presidente dell'Associazione Case di Riposo bergamasche e direttore di quattro strutture a Clusone, Villa d'Almè, Casazza e Tavernola. Diversi i nodi da sciogliere: dai danni economici fino ai tamponi per il personale della struttura e alla mancanza di infermieri.

In questi mesi di apparente calma, le RSA si sono attrezzate in diversi modi per permettere qualche contatto in più fra gli ospiti e le famiglie, organizzando ad esempio visite all'aperto. Di fatto, perciò, solo i membri dello staff hanno accesso alle strutture e questo li rende potenziali veicoli di contagio. Per gli ospiti il sistema prevede un tampone di fronte a casi sospetti, ma per gli operatori non è invece previsto nulla. “Quello dei tamponi – ha spiegato Gaverini, intervistato da Bergamo Corriere – è un onere di cui la Regione ha promesso di farsi a carico, noi li stiamo chiedendo in tutte le salse. Purtroppo, ad oggi, siamo fermi al primo giro di controllo”.

Controlli che, invece, dovrebbero essere periodici ma dal costo insostenibile – stimato a 3 milioni di euro secondo i preventivi – per delle strutture già in ginocchio, che hanno dovuto contare quasi 2.000 morti nei mesi più duri dell'emergenza. È qui infatti che si incontra il secondo nodo della vicenda: i danni economici che la pandemia sta lasciando dietro sé. “Il totale è di 60 milioni – ha riferito Gaverini – Con Ats abbiamo calcolato, inoltre, che per un piano di prevenzione come si deve, da qui ad aprile, servirebbero 3 milioni di euro”.

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Come si stanno organizzando le RSA del territorio? In Valle Brembana un esempio è dato dalla Fondazione Don Palla di Piazza Brembana, che a causa delle rette non incassate si trova ora con un passivo di 300 mila euro. Ma se la politica e la burocrazia devono ancora fare il proprio corso, il presidente Michele Iagulli ha agito per il bene della sua struttura: in collaborazione con la cooperativa che fornisce il personale, ha deciso di suddividere i costi per garantire almeno un tampone al mese ai suoi dipendenti. “Non si può scindere gli ospiti dal personale – ha affermato Iagulli – sono come un'unica entità. Se vogliamo lavorare in modo serio, i tamponi li dobbiamo fare. Il problema, però, è politico”. In tal senso è intervenuta anche la Comunità Montana Valle Brembana, che ha approvato all'unanimità una delibera per sostenere le ragioni delle RSA.

La struttura di Piazza Brembana non è l'unica a trovarsi “in rosso”: anche a Treviglio, ad esempio, si conta un passivo di 400 mila euro. Gaverini snocciola perciò alcuni numeri post-lockdown: “Su 6.500 posti letto – ha affermato – e quasi 2.00 perdite, al 5 di ottobre abbiamo calcolato 980 ingressi mentre restano vuoti 812 posti”. Questo numero comprende anche i posti, 1 ogni 20, che Regione Lombardia ha chiesto di tenere liberi. E la matematica è presto fatta: meno pazienti uguale meno rette e meno contributi dalla Regione.

Tenuto conto – ha aggiunto Gaverini – della particolare situazione di Bergamo, dove si è registrata la metà delle vittime delle RSA di tutta la Lombardia, abbiamo chiesto alla Regione che copra il budget del 2019 e un rimborso per le spese che abbiamo sostenuto per i dispositivi di protezione. È vero che c'è stato un bando a cui molti di noi hanno partecipato, ma chi è riuscito ad accedere ha avuto solo il 9%. Stiamo aspettando risposte”. Infine si parla anche della mancanza di infermieri, chiamati da ospedali e cliniche. “Il privato, soprattutto, propone compensi che noi non possiamo permetterci – ha concluso – Parecchie strutture sono già andate in difficoltà per coprire le 24 ore”.

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(Fonte: Bergamo Corriere)

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