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Istituto Superiore Turoldo - I bambini e lo sport: ecco perché non conta solo vincere

Un'approfondita e completa analisi pedagogica degli studenti del Liceo delle Scienze Umane che spiegano le regole fondamentali che tutti i genitori e gli allenatori dovrebbero rispettare.
31 Gennaio 2018

Testo scritto dalla studentessa Sara Pesenti, Syria Genini e Alice Ruggeri di 3BU Liceo delle Scienze Umane dell'Istituto Superiore Turoldo di Zogno.

Noi studenti delle Scienze Umane abbiamo deciso di affrontare l’argomento dello sport dal punto di vista pedagogico. Cominciamo da un punto fermo: lo sport fa bene ai bambini. Può essere un’ottima opportunità di iniziare in modo salutare la propria vita. Uno dei principali obiettivi dello sport infantile è la lotta all'obesità e al sovrappeso. Dal punto di vista psicologico, lo sport aiuta il bambino a sviluppare la propria personalità e gli permette di affrontare meglio le difficoltà della vita. Ci sono però degli accorgimenti da tenere in considerazione.

A partire da errori molto comuni commessi da genitori e allenatori, possiamo formulare tre regole fondamentali:

  • No alla competitività: Molti genitori pretendono di ottenere buoni risultati agonistici dai propri figli. Questo approccio abbassa l’autostima del ragazzo, perché punta l’attenzione solo sui risultati che lui ottiene: se i successi non vengono, gli sforzi compiuti perderanno valore e il bambino diventerà insicuro.
  • No all’imposizione: Spesso il genitore forza il bambino a praticare un determinato sport e investe tempo e risorse per creare un campione… senza tenere conto di quali siano i desideri del figlio.
  • No al tifo: Può capitare che il genitore insulti arbitri in una partita tra bambini, oppure accusi di incapacità l’allenatore. Questi comportamenti sono ovviamente diseducativi nei confronti del bambino.

Dobbiamo a questo punto precisare che il termine usato finora, “bambino” o “ragazzo”, da un punto di vista pedagogico è poco preciso. Sarebbe opportuno riferirsi a fasce d’età.

  • Da 0 a 4 anni: l’attività fisica dovrebbe essere rappresentata dal gioco attivo in compagnia dei genitori o di coetanei.
  • Da 5 a 7 anni: è il periodo più importante perché, di fatto, in questo momento si sceglie solitamente uno sport. L’errore da non commettere è orientare il bambino su un solo sport. Bisognerebbe fargli provare “senza impegno” diversi sport, in modo che sia lui a scegliere il suo preferito.
  • Oltre i 7 anni fino all’eventuale agonismo: in questo periodo ci si dovrebbe orientare su un numero limitato di sport.

I bambini iniziano a praticare lo sport per il suo aspetto ludico. Successivamente, possono trovarsi nella condizione di affrontare delle gare, e allora lo sport perde la sua valenza di svago e divertimento per assumere un ruolo prettamente agonistico. I genitori (e i preparatori) devono portare il bambino all’agonismo solo se il bambino è abbastanza maturo da non vivere come un dramma un eventuale insuccesso. Inoltre i genitori devono insegnare al bambino il rispetto per gli altri, per l’allenatore e per gli avversari.

Sia la vittoria sia la sconfitta sono difficili da gestire. Quando vince, il bambino tende in alcuni casi a deridere gli altri. Chi perde, invece, tende a sentirsi inferiore all’avversario e perde fiducia in se stesso. Ogni prestazione sportiva è anche una prova psicologica. Per avere successo ed ottenere risultati, oltre al talento, è necessario essere sereni e avere fiducia in se stessi. Trasmettere un messaggio positivo è il compito di genitori ed educatori che accompagnano i bambini in queste situazioni.

 

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