C'era una volta in Valle Imagna - Le guerre dei Celti capitolo 4

Little Eagle 11/01/2020

Quarta puntata del racconto "Le guerre dei Celti". Un piccolo romanzo storico che ha l'intento di narrare la storia del nostro territorio facendola rientrare nella Grande Storia. Come già fatto con le guerre persiane anche con questi racconti celtici andremo a raccontare le guerre puniche per parlare dei Celti che hanno abitato e vissuto sul nostro territorio, lasciando il segno della loro cultura. 

 (PER LEGGERE CAPITOLI PRECEDENTI: capitolo 1 - capitolo 2 - capitolo 3 )

CAPITOLO 4 - Furore gallico ed orgoglio celtico

Erano venuti  dai villaggi e dai monti   guerrieri giovani e forti pronti , come era costume dei celti alla stagione della guerra . Quell’inverno fu il più lungo e rigido tra quelli che gli abitanti delle montagne e  della pianura del Po avevano vissuto da decenni, ma ora si apriva la stagione nel mese del dio della guerra , e questa guerra , portata dal grande esercito che aveva attraversato le Alpi  ed era ormai era diretto  oltre gli Appennini   contro i romani e Roma, si presentava ricca  di  occasioni di vittoria ,di bottino e di ricchezza . L’indomani sarebbero partiti sotto la guida del giovane Lug  e di Sean per congiungersi  nel territorio di  Lemen con i guerrieri che suo padre  Boido , capo  celta  del forte gallico di Duno,  aveva radunato dalla “Città sul Monte”  e dalla valle dell’Imbro,  ricca di ferro e di armati ! 

Ora si erano convocati ai piedi  del “Monte dentato di creste” che  in forma leonina  domina la valle ,  eretto sulla  pianura e sulle acquose terre  degli Insubri ” ; li aveva radunati Lug  alla “Grotta  Grande”  che il vegliardo druido Belenos suo avolo,   reggeva  con il  culto e la venerazione  della  ” Grande Stalattite “. 

Si apprestavano  alla guerra come ad un rito sacro , andavano alla guerra  con preparazione religiosa i guerrieri celti, che i popoli antichi conoscevano ed ammiravano e temevano,  perché  “ tra i Celti  prevaleva la dottrina di Pitagora  che l’anima del’uomo è immortale  e ,dopo aver completato il corso della sua esistenza,  vive ancora , poiché l’anima passa in un altro corpo”, ed  i druidi ( sacerdoti dei celti ) in particolare intendono  imprimere loro questa nozione, che le anime non periscono, ma passano dall’uno all’altro dopo la morte e in questo modo essi sanno  soprattutto spronare gli uomini al valore, essendo superato il timore della morte “!  Lo chiamavano “furore gallico”  sui campi di battaglia l’ardore irresistibile  del loro combattere, che in maniera misteriosa animava l’animo dei vivi facendo rivivere  la presenza  immortale  dei morti.

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Quando furono  nel  sacro luogo ai piedi della Grande Stalattite  Belenos,  anziano e venerato druido  così parlò :-”Popolazioni antiche venerarono in  questa Grande Grotta  la presenza degli Dei in questa  grande stele eretta dallo stillare   dell’ acqua e  anche noi celti e druidi, cultori dei segreti della  Natura,  sappiamo leggere negli strati sovrapposti, che erigono questa  grande pietra, le forme  sovrapposte dei tempi passati  e trarne la visione  di eventi che  generazioni del passato ebbero a vivere e le cui  anime immortali restano nella storia come incise  in questa pietra  . Voi  Sean e Lug ,che avete convocato e  guidate questa schiera di giovani guerrieri , siete venuti da me per apprendere e conoscere la lunga vicenda che contrappose , e contrappone  ancora ora, l’animo e lo spirito  dei  popoli celtici contro  sopruso e la prepotenza della  città  di Roma. Tutto è raccolto nella mia memoria tramandato dalla tradizione  o testimoniato dalla mia avanzata età , e la  mia capacità di druido ve ne dà ora  il racconto e la  visione  come a me la richiamano  le forme degli strati che in questa Stele di pietra il tempo ha segnato ,strato per strato e visione per visione.” Belenos si tacque  e  con atto rituale , salita la base della “Grande Stalattite” ,  accostò la mano toccando, uno dopo l’altro, quattro di quegli strati diversi e  distinti  di forma e di misura , e come sciamano dal volto ispirato , trasformato lo sguardo , con voce narrante  descrisse quattro visioni  dell’ “epopea   dei celti italici”    come  se le  leggesse , strato per strato,  scritte nei  cerchi degradanti  della colonna di pietra .

E trasse dal primo  strato scelto e toccato  la storia di Brenno. “ Quando Roma spaventata a morte non vedeva possibilità di arrestare l’avanzata dei “giganti biondi  che riempivano tutto intorno di canti selvaggi e di grida spaventevoli, e che ovunque andassero  “coprivano una vasta area ,con cavalli, uomini e carri..” . Lo stato maggiore romano aveva messo insieme un improvviso piano di battaglia su una piccola altura .. ,là dove sbocca nel Tevere il fiumicello detto Allia”… ma Brenno ,il capo dei Galli,  attaccò con occhio sicuro e lungimirante proprio la collina senza curarsi delle schiere ai lati di essa, e si assicurò la vittoria …i legionari fuggirono al Tevere e cercarono di salvarsi annegando in molti … solo i soldati dell’ala esterna fuggirono insieme  a Roma ..rifugiandosi nella cittadella del Campidoglio e  lasciando persino aperte  le porte della città, tanto che i Galli ebbero il sospetto di un trabocchetto..   “ I celti passarono il giorno dopo la battaglia a recidere le teste degli avversari caduti,come era nel loro costume …. e solo tre giorni dopo  fecero capolino in quella Roma ,aperta a loro ed immersa nel vuoto e nel silenzio..  e si diedero al saccheggio..”ora si gettavano a mucchio sulla prima casa a loro portata,ora sulla prossima ,come se solo in essa ci fosse bottino, sempre però tornavano alla piazza del mercato o nelle sue vicinanze ; quella solitudine li spaventava “.

"Trovarono allora  in uno degli atrii abbandonati ,seduti su alti seggi d’avorio ,immobili e vestiti di toghe orlate di porpora i vegliardi del Senato che,  per non gravare sugli assediati, non vollero ritirarsi in Campidoglio  ed impressionarono i nemici  con la  maestà dei loro tratti  quasi fossero degli  dei, salvo essere  poi trucidati dal rompersi del sortilegio nel costatare con la percossa, allo strappo della barba,   che  si trattava di esseri umani fatti di sangue e di carne.  Se sia storia o leggenda il salvataggio della rocca assediata  del Campidoglio  da parte delle oche del tempio di Giunone , se sia storia o leggenda della spada del capo dei Galli  Brenno,gettata sulla bilancia  con la minaccia  “ Guai ai Vinti!” , se sia storia o leggenda che Marco  Furio Camillo abbia ripreso in battaglia  con le armi l’oro del riscatto  prima che il Gallo potesse metterlo al sicuro, ciò  non  è dato sapere, ma è dato sapere che anche   ai  nostri giorni, a  centocinquanta anni buoni dalla frase di Brenno, il Senato vede con  minore preoccupazione un’avanzata della potenza cartaginese sul mare ,nelle isole ed in Iberia piuttosto che  questo nuovo attacco portato da Annibale dalle Alpi, perché in questa  spedizione che anche voi vi apprestate a seguire  contro le legioni romane ,per il Senato il pericolo celtico s’è fatto maggiore  e per i soldati romani si ripresenta la paura del “furore gallico e dell’impeto  celtico”  che hanno sperimentato  in quelle  passate battaglie contro i nostri antenati  “! 

Così parlò Belenos il vegliardo druido custode della Grotta-Santuario  , leggendo assorto  la visione di quel  primo strato  della “sacra stele di pietra".

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