Valle Brembana in bianco e nero - I Baschenis in Trentino: dalla Danza macabra alla Leggenda di Carlo Magno

Nevio Basezzi 03/12/2019

Nel quadro della pittura a fresco trentina un ruolo del tutto particolare svolgono i Baschenis, affrescatori itineranti, originari di Averara in Valle Brembana. Per oltre settant’anni, fra il 1470 e il 1540, una decina di essi, padre e figlio, zio e cugino, nonno e nipote, oltre che nella loro terra di origine, furono attivi in dozzine di chiese delle valli Giudicarie, Rendena, di Sole, di Non e di Molveno.

Le loro pitture sono molto omogenee e in molti casi è difficile attribuirle all’uno o all’altro. È un’arte povera di prospettive, di sfumati e di cura nella resa anatomica della figura, ma ricca di colori e di dettagli negli ornati e di capacità di interpretare la fede e la religiosità popolare degli abitanti di quelle valli. I santi raffigurati sono quelli abitualmente presenti nella cultura locale, ben evidenziati con i loro attributi: Caterina con la ruota, Lucia con gli occhi nel vassoio, Cristoforo che giganteggia sulle pareti delle chiese a rassicurare i viandanti e i pellegrini, Sebastiano trafitto dalle frecce, Rocco che mostra il bubbone. Oltre ovviamente ai locali: Vigilio con lo zoccolo e il beato Simonino ricoperto di ferite e con la sciarpa bianca intorno al collo. Sullo sfondo maestose crocifissioni e sulle pareti tante Ultime cene ricche di dettagli. Sulle volte absidali i quattro Evangelisti e i Dottori della Chiesa. Più differenziati i cicli e le storie, spesso tratti dai vangeli apocrifi o dalla “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varagine. È più che mai la “Biblia pauperum”: l’applicazione di quanto già nel VI secolo papa Gregorio Magno aveva mirabilmente sintetizzato, diventa “La Bibbia dei poveri cristi” la gente umile delle vallate alpine.

Nella chiesa di San Vigilio, a Pinzolo in Val Rendena, si trova l’opera più famosa di tutta la produzione pittorica bascheniana: la Danza macabra affrescata da Simone Baschenis nel 1539. Rappresenta la trascrizione in immagini del rapporto con la morte vissuto dagli uomini della prima età moderna. Nelle scene rappresentate in una lunga fascia affrescata sotto lo spiovente del tetto, rivivono forse le sensazioni ispirate dalle sacre rappresentazioni e dalle processioni dei “battuti” e dei “flagellanti” e su tutto aleggia la cultura del rigore riformista dell’epoca. La Danza di Pinzolo si può dividere in tre parti. Un gruppo di scheletri forma una specie di orchestra per accompagnare il ballo, con la Morte che suona una zampogna, e il cartiglio che recita: “Io sont la morte che porto corona et cossi son fiera, forte e dura che trapasso le porte e ultra le mura, e son quella che fa tremar el mondo, revolgendo mia falze atondo atondo”.

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Dopo un Cristo crocifisso vengono diverse classi sociali, descritte con cura particolare nell’abbigliamento e nei dettagli. Infine San Michele e Lucifero accolgono rispettivamente le anime dei buoni e dei reprobi. Sotto ogni figura c’è un commento popolare, in prosa ritmica, condito talvolta con fine ironia, sempre moraleggiante, “Fati bene intanto che seti in vita, che come l’ombra la morte vi seguita, delli vostri delicti penitentia fati. La ve zonzerà più presto che non pensati”.

Altra opera, per la verità estranea alla tradizione religiosa bascheniana è il Privilegio di Santo Stefano, di Carisolo, in Val Rendena, conosciuto anche come La Leggenda di Carlo Magno, attribuito anch’esso a Simone Baschenis. Si tratta di un grande affresco situato all’interno di Santo Stefano, suggestiva chiesetta nascosta tra le pinete dell’alta Val Rendena, e totalmente affrescata sia all’esterno che all’interno. Sotto l’affresco è riprodotta in caratteri gotici una lunga scritta murale, il cui testo risale a epoca molto antica, che descrive il leggendario passaggio di Carlo Magno attraverso queste montagne. Il famoso condottiero franco è accompagnato dal papa Adriano, da sette vescovi, nobili, monaci e guerrieri alla testa di un esercito di ben “quattromila lance”. La convinzione di Carlo Magno di ricoprire la carica di imperatore per una sorta di elezione divina, lo portava a intervenire autoritariamente in materia di fede e di religione e a considerare le sue imprese come crociate della fede, finalizzate alla conversione degli eretici e dei pagani. Proprio per combattere i Longobardi, gli eretici ariani o iconoclasti, definiti pagani o più spesso giudei, Carlo Magno si sarebbe mosso da Pavia verso la città di Bergamo, ove converte al cristianesimo il longobardo duca Lupo e insieme a questi prosegue verso il castello di Monte Cala sopra Lovere (oggi Santuario di San Giovanni ove esiste, in sacrestia, un’ulteriore stesura del Privilegio di Santo Stefano, con alcune variazioni rispetto al testo di Carisolo), anche in questo caso si racconta la conversione di “Aloro” signore del castello.

Il lungo racconto prosegue, tingendosi spesso di fantastico, raccontando le avventure della spedizione alla caccia dei pagani che quando non si convertivano venivano inseguiti e passati per le armi. Così a Breno il signore del castello Cornelio Alano fugge, ma viene catturato da Carlo Magno in Val di Scalve, da cui la leggenda che fa derivare il toponimo Presolana da “Preso Alano”. Tra i soggetti raffigurati nell’affresco si notano papa Adriano che amministra il battesimo a un pagano inginocchiato, alla presenza di Carlo Magno. Tra il seguito vi sono sette vescovi, tra essi Turpino vescovo di Reims, segretario di Carlo Magno, Alcuino abate di Tours e il vescovo Teodolfo, teologi e fondatori della Scuola Palatina di Aquisgrana, impegnati a contrastare le eresie degli ariani e degli adozionisti.

Figurano ancora Antonio da Solerio, paggio di Carlo Magno che regge la bacinella dell’acqua, Eginardo teologo e latinista della scuola palatina e San Glisente, già soldato di Carlo Magno che dopo la battaglia del Mortirolo, lasciate le armi, si ritirò a vita eremitica tra le montagne della Val Camonica. Per comprendere i motivi che possono aver spinto i committenti ad affidare la composizione pittorica di questo grande affresco a Simone Baschenis bisogna forse considerare che il Trentino in quell’epoca era sotto il comando di Bernardo Clesio, principevescovo di Trento e di Bressanone, che aveva rivendicato la signoria di Riva del Garda in base ad un’antica donazione di Carlo Magno e che, esercitando il suo potere sia in materia di religione che di politica, intendeva forse ispirarsi alle gesta del condottiero franco. Un’ultima ipotesi forse è possibile a proposito di quei pagani, giovani e biondi. Luterani? O addirittura anabattisti? L’anabattismo è documentato a Capodiponte qualche anno più tardi, ma è certo che il Clesio nell’ultimo compito pastorale da lui assunto a Bressanone, dedicò tutta la sua energia proprio ad estirpare quella genia di “maledetti”, come li definiva, “pestilentissimi” fra tutti, sovvertitori di ogni legge umana e divina. Simone fu l’ultimo esponente della famiglia a lavorare in Trentino. Verso il 1550 si stabilì definitivamente nella sua casa della Colla, assieme ai figli, due dei quali, Filippo e Cristoforo, continuarono l’attività pittorica in Valle Brembana.

Articolo estratto da "Quaderni Brembani n.16" e scritto da Nevio Basezzi.

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