Valle Brembana in bianco e nero - Lorenzo Carrara, il parroco serinese dei record

Roberto Belotti 24/12/2020

Su queste pagine si raccontano le imprese di un protagonista della storia religiosa e culturale di Serina. Un personaggio tanto importante quanto poco conosciuto. Si parla di Lorenzo Carrara, prete serinese dotato di non comune intraprendenza, al quale riuscì di involgere la fama del suo paese, della sua comunità parrocchiale, in un’aura di solido prestigio a cui guardava con interesse il territorio bergamasco tutto intero.

E così correva di bocca in bocca lo stupore per i bagliori di straordinaria novità che si andavano producendo attorno alla chiesa di Serina nei primi decenni del Cinquecento. È una storia vecchia di cinque secoli. Una storia che chiede di essere ripresa e ripensata. I documenti disponibili non sono abbondanti, tuttavia, raccogliendo con pazienza le voci che essi rilasciano e mettendole in dialogo fra loro, si riesce a conquistare qualche buon risultato sul piano della coscienza storica locale riferita a un momento assai significativo del suo comporsi. Breve premessa. La storia di Serina, che i documenti cominciano a certificare a partire dal secolo dodicesimo, risulta robustamente vitalizzata da straordinarie e ricchissime espressioni di religiosità; fenomeno, questo, che troviamo associato a tutti i nostri paesi, tanto delle valli come del piano. Nel volgere dei secoli, a fronte delle discontinue reggenze e occupazioni che condizionarono la vita civile di Serina, troviamo persistente e ininterrotta la “dinastia” dei parroci abilitati alla cura delle anime e destinati a mantenere viva l’identità spirituale e culturale della comunità.

La successione dei parroci di Serina mette in fila trentotto figure di sacerdoti facendoli partire dal secolo XIV per arrivare ai nostri giorni. In questa sequenza troviamo inserito anche il nome di don Lorenzo Carrara che fu impegnato nel governo spirituale e materiale della parrocchia per i quattro decenni che vanno dal 1509 al 1548. Per trovare notizie a buon mercato che parlino di don Lorenzo conviene consultare le pagine manoscritte di don Tomaso Carrara Erasmi, a sua volta parroco di Serina dal 1807 al 1818. Negli scritti di don Tomaso, valente studioso di storia patria, non mancano informazioni circostanziate sui parroci di Serina suoi predecessori.

Secondo le informazioni che fornisce questo nostro primo storico serinese, don Lorenzo Carrara si trovava a reggere la parrocchia di Oltre il Colle quando, con cambio legale e canonico, venne destinato a Serina - che era poi il suo paese d’origine - in sostituzione del parroco Girolamo Carrara che aveva rinunciato al suo mandato pastorale. Se stiamo ancora a quanto scrive lo storico Tomaso Carrara - il quale, a sua volta, richiama gli atti di un notaio serinese - risulta che il nuovo parroco prese possesso del suo nuovo ufficio ai primi di aprile del 1509.

Fu un esordio all’insegna della tribolazione a causa delle inevitabili conseguenze derivate dai fatti di guerra che si sarebbero scatenati sul territorio bergamasco proprio in quei giorni. Il 14 maggio 1509, infatti, Bergamo sarebbe caduta nelle mani dei Francesi per effetto della disastrosa sconfitta subita dall’esercito veneziano nella famosa battaglia di Agnadello. Vicende turbinose e “venti contrari” che si sarebbero protratti fino al 1516, quando il territorio, ormai stremato, avrebbe registrato una desolante sequenza di occupazioni: quella dei Francesi, poi quella dei Veneziani, quindi degli Spagnoli, per tornare definitivamente al “glorioso dominio dei Signori Veneziani”, non senza un breve intermezzo di occupazione Tedesca.

Che non fossero tempi tranquilli lo conferma il fatto che ancora qualche anno più tardi il governo parrocchiale di don Lorenzo Carrara si trovò in balia della violenza più cupa. Un sinistro e rapace personaggio del Cinquecento milanese, tale Gian Giacomo de’ Medici detto il Medeghino, nel giugno 1528 penetrò nelle vallate bergamasche con intenzioni di distruzione e di saccheggio. Sciagure che a Serina vennero mandate ad effetto per mano di Battista de’ Medici, fratello del Medeghino. Lo storico Tomaso non entra nel merito delle iniziative di straordinaria novità intraprese in parrocchia da prete Lorenzo. Ricorda soltanto che il Signore, per ricompensarlo della sua pastorale e sofferta pazienza “lo riempì di quella longhezza de’ giorni promessa ne’ Salmi”. La chiusura di quel lungo mandato pastorale ci viene infine riferita in questi termini: “Arrivato all’età di ottantatré anni, considerandosi per l’ultima sua decrepitezza impotente di reggere la sua diletta greggia, coll’autorità del vescovo Vittor Soranzo in occasione di sua visita pastorale 13 ottobre 1548 ne fece una legale canonica rinuncia a favore del suo nipote che gli fu successore: don Girolamo Lodovico Carrara de Chierici”. 

Giunti a questo punto, per non accontentarci delle evidenze biografiche fin qui recuperate, andiamo a cercarne un paio d’altre che ci aiutino a considerare con maggior discernimento le opere del parroco Lorenzo Carrara. Una prima testimonianza documentale della presenza in parrocchia di don Lorenzo e nel contempo un primo indizio del suo operoso attivismo - argomento di cui tratteremo più avanti - li troviamo segnalati in una carta datata 12 febbraio 1520 conservata nell’Archivio di Stato di Bergamo. Stiamo parlando di un contratto mediante il quale il parroco Lorenzo “presbitero Laurentio de Cararia”, nonché gli “antiani et sindici” della chiesa, ordinano a mastro Pietro da Zogno “Petrus de Mapheis de Zonio” di indorare e ornare l’ancona della Resurrezione, vale a dire la struttura lignea che avrebbe ospitato il polittico detto appunto della Resurrezione che Palma il Vecchio aveva dipinto (o era in procinto di dipingere) per la chiesa di Serina.

Un secondo documento in cui possiamo leggere il nome del parroco Lorenzo si trova fra le carte dell’Archivio della Misericordia di Serina. Si tratta di un atto di vendita stipulato il 17 giugno 1533 in cui la parte venditrice, vale a dire la Schola di Santa Maria di Serina è rappresentata dal “Rev. d. presbitero Laurentio de Cararia, rectore titulato ecclesie et schole Sancte Marie de Serina”.  Una volta comprovata l’esistenza di questo nostro personaggio storico, non ci resta che illustrare quelle che possiamo definire le “mirabilia laurenziane”, vale a dire i fatti straordinari (quelli che conosciamo, perlomeno) che ci inducono a celebrare, ancorché modestamente, la ritrovata memoria di don Lorenzo Carrara.

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Il registro dei battesimi fin dal 1509

Prima impresa di portata storica compiuta da prete Lorenzo fu l’adozione, in tempi assolutamente precoci, del registro dei battesimi per i nati della parrocchia di Serina. Per comprendere la singolarità di quella decisione che per la storia della diocesi di Bergamo stabilisce, come vedremo, un vero e proprio record, bisogna che ci appropriamo di alcune sommarie notizie di storia ecclesiastica. Come è noto, nel secolo sedicesimo in Europa si verificò la rottura dell’unità religiosa sulla quale la civiltà dell’Occidente aveva costruito la propria identità. Per questo e per altri motivi ancora fu convocato il Concilio di Trento (1545-1563) i cui decreti intesero definire la riforma della Chiesa cattolica nella sua dottrina e nei suoi costumi.

Fra gli esiti del Concilio di Trento si rivelò di importanza non secondaria, proprio anche dal punto di vista storico, l’istituzione obbligatoria delle cosiddette anagrafi parrocchiali. Con una serie provvedimenti che andarono completandosi e formalizzandosi compiutamente all’indomani della chiusura dell’assise conciliare, i parroci furono obbligati a tenere e ad aggiornare regolarmente i libri (o registri) dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni, dei morti, nonché il libro contenente la registrazione dello “stato delle anime” parrocchiale, vale a dire l’elenco delle famiglie localizzate nel contesto topografico della parrocchia. Puntiamo ora la nostra attenzione su un capitolo specifico dell’anagrafe parrocchiale: il libro dei battesimi. Esso nasce non certo come strumento di registrazione anagrafica, ma piuttosto come un distinto elemento di quell’articolato processo pastorale che è la cura delle anime. La riforma tridentina volle infatti legare la registrazione del sacramento del battesimo a quella del matrimonio. Pertanto i registri di battesimo furono introdotti nella legislazione canonica con il decreto del 1563 De reformatione matrimonii (sess. XXIV, capp. 1-2) che obbligava i parroci a registrare i nominativi delle coppie unite in matrimonio e quelli dei battezzati.

Nella diocesi di Bergamo l’applicazione dell’obbligo di registrazione dei battesimi verrà stabilita dal vescovo Federico Cornaro (1561-1577) nel Sinodo del 1564 con il decreto De libris per parochos tenendis che fisserà con precisione anche le modalità di compilazione dei registri. L’iniziativa straordinaria intrapresa dal parroco Lorenzo Carrara fu quella di adottare per la parrocchia di Serina un registro dei battesimi che anticipava di diversi decenni sia le disposizioni del Concilio di Trento che quelle attuative successive. Le date sono di una eloquenza clamorosa: il Concilio si conclude nel 1563; le direttive diocesane del vescovo Cornaro vengono emanate nel 1564. A Serina le registrazioni dei battesimi cominciano invece nel 1509 (25 ottobre), l’anno stesso in cui Lorenzo Carrara prende possesso della parrocchia (aprile).

L’Archivio storico della parrocchia di Santa Maria Annunciata di Serina, pertanto, possiede un Libro di battesimi (Liber baptizatorum), il primo della serie, che registra le nascite a partire dal 25 ottobre 1509.Diciamo subito che il registro serinese è in assoluto il libo canonico più antico di tutta la diocesi di Bergamo. Si consideri che su un totale di 426 archivi parrocchiali (contando anche gli archivi delle poche decine di parrocchie oggi accorpate) solo in una quarantina di casi si rilevano registrazioni canoniche precedenti le imposizioni tridentine e pressoché tutte relative a libri di battesimi.Il fenomeno della precocità serinese in fatto di registrazioni parrocchiali - da ascrivere a merito dell’autonoma iniziativa del parroco Lorenzo - è tanto più straordinario se si considera che si fa apprezzare ben oltre i confini del territorio diocesano bergomense. Si pensi anche solo al fatto che le date di origine dei registri parrocchiali di Venezia decorrono a partire dagli anni Cinquanta del Cinquecento (sec. XVI), precedute solo da pochi casi risalenti agli anni Trenta e Quaranta del secolo e limitati alle registrazioni di battesimi, matrimoni e morti di persone di ceto nobiliare effettuate dai parroci per ordine di un’antica magistratura civile che si chiamava Avogaria di Comun. Mentre a Serina cominciano addirittura, come si diceva, nel primo decennio del Cinquecento. Al di là del giustificato e legittimo orgoglio che si può nutrire per questa forma di primato archivistico serinese, in rapporto, quantomeno, al territorio diocesano, c’è da dire che l’esistenza e la conservazione dei libri di battesimo risulta fondamentale non solo per la conoscenza sacramentale della parrocchia, ma anche per gli studi di carattere demografico, sociale, onomastico e per le ricerche genealogiche. Per assecondare lo spirito di curiosità segnaliamo i nomi dei primi tre soggetti battezzati per mano di don Lorenzo Carrara iscritti nel Liber baptizatorum della parrocchia di Serina. Il 25 ottobre 1509 venne battezzato Bernardo di Pietro Pedrinelli di Valpiana (Bernardus filius Petri); i padrini furono il notaio Bonadeo de Lavalle, Martino da Carara, Bertolasio de Maurizis; risulta debitamente segnalata anche la presenza dell’ostetrica di Valpiana. Il 1° novembre 1509 venne battezzato Giuseppe di Venturino (dicti Pagani) Merloni. Il 14 novembre successivo fu la volta di Ambrogio di Giovanni Merino Tiraboschi Piordelli. Una rapida ricognizione nell’Archivio parrocchiale di Serina evidenzia come decisamente interessanti anche le date di inizio di altre registrazioni: i libri dei matrimoni inaugurano le loro annotazioni nel 1565, i libri dei morti nel 1577, i libri delle cresime nel 1615, i libri cosiddetti “stati d’anime” nel 1647.

Rinascimento artistico serinese

Il genio innovatore e il fortissimo spirito di promozione patriottica di prete Lorenzo (circoscritto, va da sé, alla “piccola patria” parrocchiale) individuò un ulteriore canale di espressione nel progetto di valorizzazione locale che, a ragione, possiamo chiamare il nostro privatissimo e allo stesso tempo inimitabile “rinascimento artistico”. Un traffico d’arte destinato a declinare le sue istanze su valori devozionali e dottrinali, beninteso, ma che, anche a distanza di cinque secoli, si configura pur sempre come un movimento culturale di proporzioni stupefacenti.

Don Lorenzo all’atto del suo esordio pastorale a Serina trovò una chiesa di misure assai più ridotte di quelle che vediamo oggi, esito, queste ultime, del radicale rifacimento barocco procurato negli anni centrali del Settecento. “In ea adsunt altaria septem”,  vale a dire che la chiesa era comunque munita di sette altari ognuno dei quali decorato e affrescato secondo il gusto del tempo. Come leggeremo da qui in avanti, don Lorenzo nei quarant’anni del suo mandato si industriò oltre ogni dire per dotare la sua chiesa (e con essa la storia artistica di Serina) di un lotto consistente di tavole pittoriche destinate a sconvolgere profondamente l’impatto visivo di qualsivoglia osservatore. E lo fece sulla scorta di un attivismo condotto senza respiro, consumato nel giro di pochi anni, quasi fosse costretto a rincorrere, col rischio di perderli, gli esiti di un fenomeno artistico che gli girava attorno vorticosamente, sospinto dal vento orientale che spirava da Venezia.

Se poi consideriamo i tempi e i contesti in cui egli si trovò ad operare, c’è da riconoscere che l’eredità valoriale e allo stesso tempo concreta che riuscì a trasferire ai suoi successori ha veramente dell’incredibile. Venezia, dicevamo. Su quella “degna et salsa riva” era in piena attività l’insigne pittore serinese Giacomo Nigreti de Lavalle, che la storia dell’arte iscriverà fra i protagonisti del Rinascimento veneziano con il nome di Palma il Vecchio (Serina, 1480ca - Venezia, 1528). Fra Serina e il maestro dei colori opulenti che operava in laguna era attiva una corrispondenza di affetti se non altro famigliare, ma probabilmente anche comunitaria. Nel vai e vieni di notizie, di richieste, di concessioni compiaciute è probabile che si sia fatta sentire anche la voce di don Lorenzo: per iniziativa personale, ma anche per conto di coloro che lo sostenevano nella promozione delle opere parrocchiali. Quello che poi ne derivò è materia di rara bellezza che possiamo toccare con mano anche oggi. Per prime (ma non siamo del tutto sicuri che siano state proprio le prime, in rapporto agli altri arrivi) giunsero a Serina le sei tavole del polittico detto della Presentazione di Maria eseguito, così suggerisce la critica, fra il 1514 e il 1515 e destinato all’altare propriamente dedicato alla Presentazione della Vergine. Sei tavole di pioppo lucentissime sulle quali erano rappresentati S. Giuseppe, S. Apollonia, Beato Alberto Carmelitano, La Presentazione della Vergine, S. Giovanni Evangelista, San Francesco.

Pochi anni più tardi, vale a dire fra il 1520 e il 1522, Palma il Vecchio realizzò un secondo polittico a cinque scomparti per la chiesa di Serina: cinque tavole dell’opera pittorica denominata Polittico della Resurrezione di Cristo andarono ad illustrare l’altare dedicato al Santissimo (altare che in seguito troveremo nominato come “del Redentore”). Oggi il polittico si può ricostruire con sole tre tavole, mettendo al centro la figura intera della Resurrezione e, ai lati, quelle parimenti intere di San Filippo e di San Giacomo. In origine, sopra le tre figure, a sinistra e a destra, vi erano due pannelli a mezzo busto che rappresentavano due sante. Le due tavole sono disperse, ma una di esse potrebbe essere la Santa Caterina da Siena che ora si trova nelle collezioni dell’Accademia Carrara di Bergamo. Come abbiamo già riferito nella prima parte di questo articolo, per questa seconda impresa palmesca il parroco Lorenzo si attivò personalmente per commissionare (12 febbraio 1520) a un “indorator” di Zogno la lavorazione della struttura lignea che avrebbe ospitato il polittico sull’altare del Redentore. Negli stessi anni in cui ci si dava d’attorno per lumeggiare a dovere la chiesa di Serina con i fasti pittorici del Palma, l’attenzione di don Lorenzo venne catturata da un altro fermento artistico anch’esso in qualche modo imparentato con Venezia.

A Bergamo si parlava, e si parlava con toni di accesa ammirazione, del ritorno in città del pittore Andrea Previtali (Brembate Sopra, 1470/80 - Bergamo, 1528). Previtali era stato a Venezia per una dozzina di anni alla scuola dell’immenso Giovanni Bellini (1430ca-1516), pittore ufficiale della Serenissima a cui verrà assegnato il merito di “avere inventato la pittura veneziana” (R. Longhi). Ebbene, munito di esperienza e di credenziali così importanti, Previtali era tornato a Bergamo per offrire le sue prestazioni a una committenza prevalentemente religiosa che intendeva sfruttare le sue conclamate doti artistiche. Per farla breve, perché a questo punto la tentazione di tirarla per le lunghe è davvero forte, diremo soltanto che fra il 1515 e il 1520 Andrea Previtali realizzò per la chiesa di Serina un trittico destinato all’altare di San Pietro Martire (oggi altare della Madonna del Rosario) denominato per ciò stesso Trittico di San Pietro Martire. Era composto di tre stupende tavole con al centro la figura di San Pietro Martire, a destra quella di San Nicola da Tolentino e a sinistra quella del vescovo benedettino San Gottardo. Le prime due tavole sono tuttora esposte nella sagrestia della chiesa parrocchiale,16 mentre la terza, quella di San Gottardo, ha preso il volo e a Serina non la si può più vedere. Non si sa quando di preciso e neppure in quali circostanze, ma sta di fatto che probabilmente la tavola venne ceduta a qualche collezionista, così che oggi si trova conservata al Museo Civico di Abano Terme in posizione tristemente solitaria. Diamo pure per scontato che nel formarsi della decisione di acquistare il sontuoso trittico da collocare nel bel mezzo della chiesa di Serina abbiano contribuito le varie congregazioni e aggregazioni che si muovevano nell’orbita ecclesiale locale, ma è del tutto pacifico che al centro dell’intera operazione dobbiamo collocare, ancora una volta, il parroco Lorenzo.

Lasciamo spazio ora al breve racconto di un’ultima impresa artistico-religiosa che prete Lorenzo portò a compimento negli stessi anni in cui si andavano formando o completando anche le altre. Rapida premessa. Al tempo del Palma, erano attive a Venezia un paio di botteghe di artisti-artigiani provenienti da Santa Croce, piccolo paese oggi frazione del comune di San Pellegrino Terme. Stiamo parlando dei famosi pittori “da Santacroce” dei quali l’esponente più rappresentativo, Francesco di Simone (1470/75-1508), nel 1506 eseguì un polittico di ottima fattura a tre scomparti destinato alla chiesa di Lepreno. Sulle tavole del trittico erano rappresentati San Giacomo Maggiore, tavola centrale, San Giovanni Battista a sinistra, Sant’Alessandro Martire a destra. I parrocchiani di Serina con alla testa il parroco Lorenzo, che sicuramente ben conosceva il polittico leprenese, si fecero prendere dal desiderio di portare anche dentro la chiesa di Serina un’opera dei pittori da Santacroce per collocarla sull’altare di Santa Maria (che era il terzo altare a destra, corrispondente a quello che oggi è l’altare della Scuola dei Morti). L’idea venne a completa maturazione nel 1517. A quel tempo, però, l’autore dei quadri di Lepreno non si poteva più interpellare poiché era morto nel 1508: si decise pertanto di contattare un altro Santacroce, vale a dire Francesco Rizzo di Bernardo (1485ca-1546ca) che era stato garzone di Francesco e ne aveva ereditato la bottega. I due non erano parenti, ma erano legati dalla comune provenienza famigliare dal paese di Santa Croce e a Venezia, nel tempo della loro collaborazione, abitavano entrambi nella contrada di San Cassiano. Nel 1517, dunque, Francesco Rizzo da Santacroce, stipula col rettore della chiesa di Santa Maria di Serina, Lorenzo de Cararia, un contratto che prevede un compenso di 17 ducati e mezzo d’oro per l’esecuzione di un polittico. Nel contratto sono descritte esattamente le figure dei santi che il pittore si impegnava a dipingere (“de pingendo anchonam sitam ad altare sito in prefata ecclesia a meridie parte cum figuris sanctorum Petri apostuli, sancti Joannis Baptiste, Hieronimi, Magdalene [...] pietatis cum domina ab una parte et altera parte sancto Joanne”). Sempre nel contratto, sottoscritto il 15 settembre 1517, si precisa che il polittico a cinque scomparti avrebbe dovuto essere realizzato entro il mese di maggio del successivo 1518.

Del polittico di Francesco Rizzo oggi sono presenti a Serina, collocati nella sagrestia della chiesa parrocchiale, tre dipinti: Pietà (Gesù Cristo morto sorretto da Maria Vergine e da San Giovanni Evangelista), San Pietro Apostolo, San Giovanni Battista (i due santi sono dipinti a figura intera). Mancano all’appello - a causa di successivi smembramenti e alienazioni - due tavole con le figure (mezze figure) di Santa Maria Maddalena e San Gerolamo oltre a una scultura lignea di autore sconosciuto - “Madonna sedente di rilievo indorata” - che era posta in posizione centrale contornata dai dipinti. Francesco Rizzo intese firmare la sua opera e pertanto un cartellino posto alle spalle di San Pietro ci avverte che “Franc[esc]o Rizzo de sa[n]ta Crogie depense / questa hopera / in Venezia 1518”. La cornice intagliata e indorata fu commissionata ancora a Pietro Maffeis di Zogno, lo stesso che nel febbraio del 1520 riceverà l’incarico di indorare e ornare l’ancona della Resurrezione di Palma il Vecchio. C’è un ultimo particolare che vale la pena di recuperare a proposito dell’esecuzione di quest’opera pittorica: un particolare che la dice lunga sull’atteggiamento campanilistico delle nostre comunità. I buoni serinesi, guidati dall’autorevole parroco Lorenzo, avevano provveduto a far inserire nel contratto stipulato col pittore da Santacroce la clausola che il polittico di Serina avrebbe dovuto risultare migliore di quello di Lepreno: “ad paragonum et de melius anchone de Leverene”. Occorre dire che all’epoca dei fatti Lepreno, per tutta una serie di inevitabili congiunture storiche, aveva intrapreso la strada della decadenza economica e la chiesa stessa, che era pur stata matrice di quella di Serina, secondo le cronache dell’epoca si trovava in condizioni di conclamato impoverimento.

Articolo estratto da "Quaderni Brembani n.18" e scritto da Roberto Belotti.

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