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L'Aès di Roncobello, testimone dell'amore di un padre per il proprio figlio

L'Aès di Roncobello, un imponente abete bianco che si trova lungo la strada che porta alle Baite di Mezzeno, è il silenzioso protagonista di una bella storia in cui la Natura e l'amore di un padre si intrecciano per dare vita ad un sempiterno ricordo.
13 Aprile 2021

Con i suoi 46 metri di altezza è uno degli abeti bianchi più alti d'Italia, dal 2013 iscritto al registro degli Alberi Monumentali tutelati dalla legge. L'“Aès” di Roncobello, conosciuto anche come “Pinetù”, patriarca indiscusso dell'abetina lungo la strada che dalla frazione di Capovalle porta alle Baite di Mezzeno, è il silenzioso protagonista di una bella storia in cui la Natura e l'amore di un padre nei confronti del proprio figlio caduto in guerra si intrecciano per dare vita ad un sempiterno ricordo.

Raggiungere questo “gigante buono” non è difficile: percorrendo la strada comunale che da Roncobello porta all'Alpeggio di Mezzeno, si incontra la frazione di Capovalle. L'Aès si trova in Val Secca, a circa 1,5 chilometri di distanza dalla frazione oltre la diga e l'oasi alpina, a margine di quel sentiero sul quale ha vegliato solenne per decenni donando ombra ed un appoggio ai viandanti ed escursionisti che passavano di là. Quasi come un atto di riconoscenza nei confronti dell'essere umano che per amore anni addietro decise di salvarlo dal suo inesorabile destino.

A riportare alla memoria l'incredibile storia è Gian Giacomo della Torre, magistrato di Bergamo di passaggio da quelle parti nel 1959, che proprio davanti all'abete bianco incontrò un vecchio montanaro del posto il quale – con un sorriso compiaciuto sul viso – gli raccontò il commovente episodio. Agli inizi del 1900 vi era un pastorello originario della zona che spesso e volentieri si trovava a passare nei pressi di quel bosco, vuoi per il pascolo, vuoi per la ricerca di funghi oppure mirtilli. Era un giovane come tanti, dentro ai suoi occhi si leggeva ancora la spensieratezza di chi è nel fiore dei suoi anni nonostante la vita in montagna, a quei tempi, non regalasse niente a nessuno.

Un giorno, come si usava allora, mentre passava da quelle parti il ragazzo prese il falcetto che portava sempre con sé ed incise sul tronco dell'albero più grande della zona il proprio nome. Gli anni passarono e all'alba della Prima Guerra Mondiale il giovane venne chiamato alle armi come Alpino e partì alla volta degli altopiani veneti dove, in uno dei tanti conflitti, incontrò purtroppo la morte. Arrivò la fine della Guerra ed il proprietario del bosco decise di vendere il legname per ricavarne qualche soldo.

Venuto a sapere della notizia il padre del ragazzo, che aveva sempre portato nel cuore il ricordo del proprio figlio scomparso, si avvicinò agli uomini incaricati del taglio pregandoli di poter comprare l'abete, tanto prezioso ai suoi occhi e nel suo cuore. Il valore economico era poco, ineguagliabile quello morale. E così avvenne una “magia”: quelle persone semplici compresero il suo dolore e decisero di risparmiare l'albero, salvandolo dal proprio destino.

Della storia del pastorello, del quale non si è mai conosciuto il nome, purtroppo non esiste traccia, né sul tronco né in documenti ufficiali. Ne rimane soltanto un ricordo, portato avanti di generazione in generazione. Forse si tratta soltanto di una leggenda per giustificare la presenza di un abete bianco tanto grande in un luogo in cui lo sfruttamento dei boschi è sempre stato il perno per intere comunità. Forse non è mai esistito alcun pastorello, ma è bello pensare che l'amore di quel padre nei confronti del proprio figlio viva ancora nelle forti radici di quel maestoso albero secolare.

(Fonte immagine in evidenza: roncobello.com)

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