Tanta resistenza, concentrazione e un occhio sul bersaglio che, alla fine, viene colpito in pieno. Pieralberto Carrara, originario di Serina, tre volte campione del mondo in staffetta e vincitore dell'argento nell'individuale alle Olimpiadi di Nagano 1998, oggi ha 59 anni e ha dedicato una vita intera al biathlon, ricevendo in cambio un bagaglio di esperienze immenso e una medaglia olimpica a lungo inseguita. t
“Io ho iniziato a praticare sci di fondo a 6 anni. Era l’unico sport che si potesse fare perché la discesa era troppo cara. Nessuno in Val Serina era un discesista. Dopo la scuola partivamo sugli sci, mio suocero ci insegnava a battere le piste, tutti i ragazzi in colonna uno dietro l’altro. Ci piaceva immedesimarci nei grandi sciatori degli anni ’70, per noi era un gioco” ricorda il campione serinese.
Un gioco che porta buoni frutti per Pieralberto: “A 15 anni avevo avuto già risultati buoni nel fondo; ho iniziato con il biathlon perché a Valpiana avevo provato con le carabine ad aria compressa io e Roberto Marchesi di Sedrina. A me proposero la nazionale C di sci di fondo o la B di Biathlon: scelsi quella più vicina alla nazionale maggiore - racconta - A 16 anni si poteva firmare per due anni nell’Esercito, così avrei anche fatto il servizio militare. Sono rimasto nell’Esercito fino al 1988, quando ho gareggiato a Calgary alle Olimpiadi, poi sono passato nella Forestale per avvicinarmi a casa, quando avrei smesso con lo sport”.
Una carriera che porta il nostro atleta a girare il mondo rappresentando i colori azzurri. “Ho gareggiato ad Albertville (Francia), poi Lillehammer (Norvegia) e a Nagano (Giappone) nel 1998, dove è arrivata la medaglia d'argento nel biathlon individuale alle Olimpiadi Invernali. Le edizioni precedenti eravamo sempre favoriti nella staffetta del biathlon, si pensava di vincere con le mani in tasca, invece qualcosa girava sempre male, magari per l’emozione del momento”. I ricordi sono davvero tanti.
“Le prime Olimpiadi mi hanno lasciato più il segno: in Canada il villaggio olimpico era vicino alle pista di fondo e ho conosciuto tantissimi fondisti, a tavola si mangiava con i campioni del Nord Europa, era bello parlare con questi personaggi. Quando correvo io c’erano molte meno gare, quindi meno possibilità di fare risultato. Nella 10 km a Calgary avevo ottenuto un buon piazzamento, ma non mi inserirono nella staffetta che poi vinse il bronzo, il primo per l’Italia”.
Una delusione riscattata dieci anni dopo, nel’98 in Giappone, con la medaglia d’argendo. “A Nagano è stata una soddisfazione enorme, ancor di più perché sono arrivato secondo nella 20 km. È una gara a singolo e la tensione è tanta ad ogni tiro. L’emozione è stata forte, credo di aver lasciato una traccia indelebile e lo sport mi ha permesso di vivere facendo quello che mi piace, è importante, mi ha dato una possibilità in più anche qui in montagna”.
Un amore che è andato avanti anche dopo la fine dell’attività agonistica, visto che lo sport è decisamente rimasto in casa Carrara. “Io seguo ancora il biathlon, mia nipote Michela Carrara, valdostana, è nella squadra olimpica e quindi seguirò con più interesse ancora le Olimpiadi di Milano-Cortina, anche perché credo che abbiamo ottime possibilità. A livello maschile credo che Tommaso Giacomel abbia dimostrato tantissimo, è secondo in Coppa del Mondo quindi è veramente fortissimo. Certo la gara è una e l’emozione è da gestire. Il brutto è che se arrivi quarto non vale nulla. Anche a livello femminile siamo molto forti, se gira bene nel tiro la possibilità, le chance di medaglia sono alte e la squadra è forte”.
Pieralberto sa che la sua è una disciplina di nicchia e lo ha sperimentato in prima persona. “Il problema del biatlhon è che c’è di mezzo un’arma, quindi occorre avere un centro dedicato. Anche io, negli ultimi anni, non sparavo mai quando ero a casa, dovevo avere i permessi e un allenatore sempre con me al poligono. La burocrazia è molto pesante. Mi allenavo solo a mirare, ora invece c’è il laser, ma ovviamente non è come essere fuori, dove ci sono molte più variabili - spiega - Se non si è in un corpo militare e vicini a un centro, allenarsi è dura e bisogna iniziare dal basso con il movimento: io dico sempre che l’Italia, per il numero di praticanti che ha, è a un livello altissimo”.
Fa riflettere che questa disciplina abbia avuto le sue radici italiane proprio nella Bergamasca. “Qui in provincia c’è un centro a Gromo, piccolo ma bello, purtroppo è difficile portare avanti la tradizione, invece a livello nazionale le cose vanno meglio. Il biathlon è partito qui da noi, in Valle Brembana, grazie a Giambattista Mismetti. Negli anni ’80 si tenevano diversi allenamenti estivi in Valle, venivano atleti da tutto il nord Italia. Bergamo era la patria del biathlon, poi si sono spostati in Alto Adige per avere la neve prima, la zona è stata attrezzata e il movimento si è spostato lì”.





