Come ogni anno, da 21 anni, durante il periodo di Carnevale nelle contrade di Berbenno la tradizione non si mette semplicemente in scena, si vive, con allegria e risate. La Mascheràda de Berbèn non è uno spettacolo teatrale nel senso classico del termine, ma un appuntamento che ogni anno riporta il paese fuori dalle case, nelle corti e nelle vie, con il desiderio di stare insieme e di ridere di sé. A raccontarlo è Carlo Musitelli, musicista sanpellegrinese che vive a Berbenno, e maschera del gruppo, uno di quelli che, quando arriva il momento, indossa il personaggio e si lascia guidare dall’istinto.
"Non esiste una compagnia strutturata. Siamo 8-10 attori e 4-5 musicisti, tra cui io stesso che suono il baghèt insieme ad alcuni elementi della banda - racconta Musitelli. - Abbiamo tra i 25 e i 56 anni e siamo tutti del paese. Ci ritroviamo solo in occasione della mascherata. Durante l’anno può capitare di incontrarsi in oratorio per una comunione o una cresima, ma questo di Carnevale per noi resta un momento unico, preparato e vissuto in un tempo preciso".
Se nei primi anni c’era un copione, oggi rimane solo una traccia: "Tutto è affidato all’improvvisazione, prendiamo spunto da fatti locali, storie condivise e vicende che fanno discutere al bar o sul sagrato della Chiesa. Ogni sera nascono situazioni nuove e battute che cambiano da una contrada all’altra. È una comicità immediata, spontanea, che vive del rapporto diretto con il pubblico" - prosegue.
Non mancano le prese di mira, nemmeno quelle rivolte ai parroci. È successo negli anni e succede ancora, senza che nessuno si sia mai sentito davvero offeso: "Essere chiamati in causa significa essere riconosciuti come parte della comunità. Le querele sono rimaste a zero. Anche quando si scherzò su un episodio delicato come l’incendio dell’archivio parrocchiale, il clima restò quello della condivisione, seppur con la prima vera critica arrivata da un parroco di un’altra parrocchia che non aveva apprezzato".
Un tempo si arrivava a due contrade a sera. Oggi il ritmo è più sostenibile, anche perché l’età avanza, ma l’attesa non è cambiata. Gli abitanti preparano bevande calde, pane e salame, dolci da offrire a fine serata. Diventa così un’occasione di incontro, un invito a uscire di casa e a lasciare da parte telefoni e serie televisive per ritrovare il gusto della presenza. Ogni anno cambia il tema e cambiano le battute. L’unico momento più solenne dovrebbe essere la morale finale, una poesia in dialetto che Musitelli scrive il giorno prima o addirittura il giorno stesso. Non sempre però riesce a declamarla, spesso interrotto dalle altre maschere. Che non sappiano che è stato anche tra i vincitori del premio di poesia dialettale di Dossena? Nessuno lo sà.
Accanto alla leggerezza c’è anche una consapevolezza più profonda. Continuando Carlo ha concluso dicendo: "Oggi i bambini e i ragazzi parlano e capiscono sempre meno il dialetto e il timore è quello di diventare gli ultimi custodi di questa tradizione. Si scherza immaginando che fra qualche anno ogni maschera avrà accanto una badante pronta a suggerire le battute, ma dietro l’ironia resta la domanda su chi raccoglierà il testimone".
La Mascherada tornerà ancora nelle contrade per l'ultima volta stasera, martedì 17 febbraio, alle ore 20.30, in piazza della Chiesa, concludendo il suo giro serale tra corti e piazze. Un’occasione per lasciarsi coinvolgere, uscire di casa e riscoprire il piacere di una risata condivisa, dal vivo: "Tutto passa, nulla è eterno... tranne la Mascherada! Se volete gustarla meglio, non basta un assaggio, bisogna mangiare tutte le portate! E alura... Sóta! Ringraziamo anticipatamente tutti i contradaioli che accoglieranno le maschere! Castigat ridendo mores" - conclude.






