Testo a cura di dr. Carlo Plaino e dr.ssa Marianna Berizzi.
Negli ultimi anni, e in particolar modo dopo i più recenti fatti cronaca, il tema della violenza sociale è tornato al centro dell’attenzione nella nostra provincia. In Italia, secondo i dati ISTAT, milioni di cittadini dichiarano di aver subito almeno un reato e le denunce per aggressioni risultano in aumento negli ultimi anni. Parallelamente cresce la preoccupazione per i reati contro la persona e per il coinvolgimento di minori. In Lombardia si registra un’elevata concentrazione di episodi violenti. Nel territorio di Bergamo i reati sono in crescita: oltre 37.000 casi annui, con un incremento recente e circa 34 reati ogni 1.000 abitanti; inoltre l’indice di criminalità violenta colloca la provincia tra le più elevate in Regione.
Per comprendere il problema dobbiamo calarci nell’ottica per cui non si tratta solo di “più violenza”, ma di una crescente disinibizione: atti aggressivi vengono compiuti con minore controllo, minor senso di colpa e maggiore esposizione/esibizione pubblica. Il problema riguarda la difficoltà nel regolare emozioni intense, nel riconoscere limiti e nel gestire conflitti in modo costruttivo a cui si aggiunge spesso la ricerca di “spettacolarità”.
Un ragazzo di appena tredici anni che accoltella la propria insegnante non è solo una notizia di cronaca: è uno specchio, duro e spietato, della società in cui viviamo. Un gesto così estremo non nasce nel vuoto, ma si inserisce in un contesto più ampio in cui il valore della vita sembra essersi progressivamente indebolito. Se a questo si aggiunge la trasmissione in diretta dell’atto su una piattaforma social, il quadro diventa ancora più inquietante: non siamo più solo di fronte ad un atto di violenza, ma alla sua trasformazione in spettacolo.
La tecnologia, che dovrebbe essere uno strumento di connessione e conoscenza, viene sempre più spesso utilizzata come mezzo per amplificare gesti estremi. Filmare e condividere un atto violento significa cercare un pubblico, un riconoscimento, forse persino una forma distorta di approvazione. È qui che emerge un cambiamento culturale profondo: la perdita del senso del limite e della gravità delle proprie azioni. Di fronte a episodi come questo, non basta chiedersi “come è potuto accadere”, ma “che cosa stiamo diventando”. Perché quando la violenza smette di essere solo un atto e diventa contenuto, allora il problema non è più solo individuale: è culturale, collettivo e urgente.
Le cause del dis-controllo, del comportamento e dell’atto violento ed i fattori di mantenimento dello stesso sono riconducibili a più livelli:
- Biologici: impulsività temperamentale, immaturità dei sistemi di auto-controllo (soprattutto negli adolescenti).
- Psicologici: difficoltà nella gestione della rabbia, bassa tolleranza alla frustrazione, pensieri ostili (“mi stanno mancando di rispetto”), bisogno di affermazione.
- Sociali: modelli violenti nei media e nei contesti di appartenenza, indebolimento delle figure educative, isolamento sociale, dinamiche di gruppo che rinforzano comportamenti aggressivi.
Questi fattori si mantengono perché spesso la violenza produce un “vantaggio immediato” (sfogo, potere, attenzione, popolarità), rinforzando il comportamento stesso: ecco perché l’eccessiva attenzione mediatica talvolta rischia di essere controproducente. Spesso le concatenazioni della violenza sono caratterizzate da: emozioni: rabbia intensa, irritabilità, senso di ingiustizia; sensazioni fisiche: tensione muscolare, aumento del battito, agitazione; pensieri: interpretazioni ostili (“ce l’hanno con me”), rigidità (“o vinco o perdo”); azioni: aggressioni verbali o fisiche, comportamenti intimidatori; relazioni sociali: conflitti frequenti, difficoltà empatiche, isolamento o appartenenza a gruppi devianti.
Chi vive queste difficoltà tende a evitare il confronto emotivo autentico e la responsabilità personale (spesso sono presenti meccanismi di disimpegno morale atti a sminuire e svalutare l’atto e l’accaduto). Negli ultimi anni si è assistito a una crescente banalizzazione della violenza: i social media e certi contenuti digitali espongono quotidianamente i più giovani a immagini e linguaggi aggressivi, spesso senza adeguati strumenti per interpretarli.
La violenza diventa così familiare, quasi normale, perdendo il suo peso reale. Quando la violenza viene messa in scena, si compie un ulteriore passo verso la disumanizzazione, la vittima non è più una persona, ma diventa parte di un contenuto; il dolore reale si trasforma in qualcosa da guardare, commentare, condividere. Questo meccanismo non solo amplifica il trauma, ma contribuisce a normalizzare ciò che dovrebbe essere inaccettabile.
Ad un problema così complesso non è chiaramente possibile rispondere, terapeuticamente, in modo semplice perché si rendono necessari più interventi a diversi livelli e qui, ancora una volta, la questione è più ampia. La ricerca di visibilità ad ogni costo, la confusione tra realtà e rappresentazione, la difficoltà a riconoscere il valore della vita umana: sono tutti segnali di una società in cui qualcosa si è incrinato. In questo vuoto si insinua la fragilità emotiva. I giovani di oggi, pur essendo più connessi che mai, sono spesso soli, incapaci di gestire frustrazione, rabbia e fallimento. Quando manca l’educazione all’empatia, quando non si impara a riconoscere l’altro come persona e non come ostacolo, il passo verso la disumanizzazione può diventare pericolosamente breve.
Solo a titolo esemplificativo possiamo segnalare alcuni interventi necessari sui vari livelli di funzionamento individuale e sociale:
- Interventi psicologici: lavorano su pensieri automatici e gestione della rabbia, sulle dinamiche familiari e sociali, sulla comprensione dei vissuti profondi e delle fragilità sottostanti.
- Farmacologici: in casi specifici (impulsività grave e disturbi associati), sotto controllo medico, si rende necessario un intervento farmacologico contenitivo
- Sociali: educazione emotiva nelle scuole, rafforzamento delle reti territoriali, sport e attività strutturate.
- Tecniche e Gruppi di Auto-aiuto: allenamento alla consapevolezza e tecniche di autoregolazione emotiva e sociale.
Affrontare la violenza sociale non significa solo reprimere i comportamenti, ma costruire competenze emotive, relazionali e sociali: una responsabilità condivisa tra individui, famiglie e comunità. Restituire valore alla vita significa ripartire dalle basi: educare al rispetto, all’ascolto, alla gestione delle emozioni. Significa investire nella scuola, sostenere le famiglie, creare spazi in cui i giovani possano sentirsi visti e compresi. Significa, in definitiva, ricordare che ogni vita — anche quella di un ragazzo smarrito — ha un valore immenso, e che proprio da questo valore deve ripartire il futuro della nostra società.






