Dal Grande Faggio di Brumano al Platano di Ponte Giurino: i giganti silenziosi della Valle Imagna

Dal gelso di San Tomè al platano di Ponte Giurino, raggiungendo infine i maestosi faggi di Brumano: legni differenti, profili tuttavia complementari, al servizio di un itinerario, di un territorio, vestito a festa, bordato e orlato di fogliami ricamati.
24 Giugno 2026

Un antico adagio misura la grandezza in anni e distanze, necessitanti radici e principi, inizi per spingersi verso l’alto, per abbracciare e accompagnare storie e vicende, tanto comunitarie quanto individuali. La bellezza e l’imponenza, la grazia dei colori e l’incisività dei profumi, l’alternarsi misterioso e giocoso delle stagioni: gli alberi attendono, osservano, introducono l’umano lungo sentieri inattesi, memorie di un tempo elicoidale, di anelli impreziosito.

Dai piedi della Valle alle sue vette più alte, dalle radici alle chiome: la pianta quale metafora di un destino pressoché universale, segnato da un’alfa e un’omega, da una nascita e una morte, da una lenta e progressiva crescita, nelle viscere della terra e nella cerulea volta celeste, desiderosa di senso e di nutrimento, di un traguardo da conquistare a piccoli passi.

Dal gelso di San Tomè al platano di Ponte Giurino, raggiungendo infine i maestosi faggi di Brumano: legni differenti, profili tuttavia complementari, al servizio di un itinerario, di un territorio, vestito a festa, bordato e orlato di fogliami ricamati.

I gelsi rammentano l’antica vocazione agricola delle genti di montagna, scandita dai cicli delle semine, accompagnata dall’allevamento del baco da seta, dalla familiarità con il mondo bovino e i suoi ritmi lenti, le sue transumanze, un’immobilità perennemente in movimento. L’antico tempio di San Tomè condivide la sua notorietà con “monumentali […] presenze vegetali” (I grandi alberi. Monumenti vegetali della terra bergamasca, a cura di G. Rinaldi, Provincia di Bergamo, 2006). Il grande gelso si offre generosamente, da secoli, fornendo materiali indispensabili per l’economia e le attività della zona, testimoniando un passato di sacrificio, di doni profusi in abbondanza: “Nella sua forma leggiamo le capitozzature ricorrenti per l’ottenimento delle fronde da dare in pasto alle larve e con l’abbandono dell’allevamento, per la legna da ardere”.

Un sodalizio che ha garantito all’albero prosperità e cure (“alla conservazione di questo individuo ha probabilmente contribuito il rispetto dovuto al contesto storico, architettonico, religioso di cui è ormai da considerare parte integrante”). Un’attenzione estesa ai pioppi “prossimi al viale d’accesso” e al vecchio e venerabile castagno, “ridotto a un simulacro cavo rivestito appena da qualche lembo di corteccia”, “uno degli ultimi castagni presenti in pianura”.

gelso san tome - La Voce delle Valli
Il gelso di San Tomè

Lasciandosi alle spalle l’Agro degli Almenno, il viandante, “percorrendo la strada statale che da Almenno S. Salvatore porta in Valle Imagna, all’uscita [della] galleria di Ponte Giurino”, si lascia catturare, sul lato sinistro del percorso, dalla vista di “un platano di dimensioni ragguardevoli”. Una pianta alta una trentina di metri, dalla chioma “ampia fino a 20 metri”, “priva di segni”, risparmiata da “potature drastiche”. Il platano ha a lungo ospitato, e ristorato, portando sollievo e riposo, “sotto le sue fronde”, “le mandrie transumanti che dalla bassa pianura venivano condotte sui pascoli tra Brumano e Fuipiano”.

L’albero si colloca simbolicamente e suggestivamente nel cuore della Valle, godendo di una posizione ottimale, bagnata dai raggi solari, che ne ha favorito la conservazione, trovando, pertanto, “condizioni ideali di crescita”, rendendolo “uno dei più begli esempi di platani bergamaschi”. Un’ultima tappa, una meta guadagnata con fatica, al cospetto del “fò grant”, o "Foo del Bus" il faggio grande di Brumano, a "guardia" del rifugio omonimo, protagonista indiscusso del piccolo paesello orobico: “Tra gli esemplari della Bergamasca che più si distinguono in tal senso, [per le proporzioni equilibrate, per l’armonia complessiva e per l’imponenza dimensionale] vi è il faggio di Brumano, il cui tronco colonnare regge una chioma tondeggiante molto vasta costituita da rami che si dipartono da una limitata area d’inserzione a circa 11 m dal suolo”.

L’albero, nonostante una potatura grossolana, subita in un momento non precisato della storia, realizzata “per ricavarne legna da ardere”, mantiene una postura dignitosa e fiera, avendo ricostituito gradualmente “un’impalcatura aerea […] solida e ben orientata nello spazio”. Il faggio diviene così, proprio al termine del nostro breve cammino, un esempio di resilienza e di resistenza, essendo sopravvissuto al duro “trattamento”, allungando tutt’oggi “i rami bassi […] quasi al suolo, mentre quelli più eretti si spingono a circa 30 m dalla base”.

grande faggio brumano2 - La Voce delle Valli
Il Grande Faggio di Brumano

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