Borgo di Clanezzo: anche in antichità una "via" per tagliare il traffico, usata dai commercianti

Antico crocevia tra le valli Brembana e Imagna andiamo a riscoprire la sua evoluzione, anche in chiave di comunicazione viabilistica e di scambi commerciali con il nostro Luca Bugada.
4 Maggio 2026

La memoria di eventi e genti esibisce un profilo dinamico, una natura in movimento, un senso che si svela negli episodi concreti e quotidiani dell’agire umano. Alcuni luoghi, in modo singolare e curioso, sembrano rivelare e custodire un senso comunitario e collettivo, abbracciando e raccontando storie di tutti, passate e presenti, gettando ponti tra famiglie, paesi e valli.

Una menzione particolare, in seno a territori fraterni e comunicanti, cioè quelli della Valle Imagna e della Valle Brembana, va allo splendido borgo di Clanezzo, che da sempre “ha affascinato generazioni di studiosi, per il suo glorioso passato e l’importanza del suo castello, ma anche artisti e letterati, per l’armonia e la poesia del suo paesaggio, nonché la quiete e il silenzio da cui si viene avvolti scendendo o salendo le sue gradinate e percorrendo le vecchie mulattiere” (A. Fusco e D. Pianetti, Alla scoperta dei Canyon bergamaschi. Dalla Via Mala alla Forra Leonardesca, un viaggio tra le più belle gole, gli orridi e le marmitte dei giganti delle Orobie, Corponove). Un complesso residenziale e architettonico, dall’inestimabile valore storico, artistico e culturale, in grado, ancora oggi, di emozionare e di suscitare, in prossimità della sua imponente gola, “un leggero senso di vertigine”.

L’etimologia del nome suggerisce graziosamente un riuscito connubio tra natura e realtà antropiche, proponendosi quale modello vincente di una presenza discreta dell’uomo, in grado di rispettare l’ecosistema e l’ambiente, attraversandoli e servendosene, per secoli, per finalità utili e compatibili con la bellezza dell’antico promontorio: “Il toponimo stesso di Clanezzo, che deriva dal latino alto-medievale Clune, vicino a Clunetio, ovvero “luogo a punta, a cuneo”, allude alla particolare natura del posto; considerando tuttavia l’antico nome Clenezzo o Clenesso (utilizzato durante la dominazione austriaca) e la forma dialettale Clenès si potrebbe far risalire il toponimo alla radice celtica clen, da cui il gaelico e l’inglese glen, che significa fossa, gola”.

La morfologia ospitale della zona ha favorito, da epoche immemori e remote, insediamenti e passaggi, da quelli dei primi cacciatori preistorici, che probabilmente “traccia[rono] e sviluppa[rono] un sentiero divenuto poi una costante via di comunicazione con la valle”, a quelli dei Romani, proseguendo successivamente con le opere realizzate durante il dominio longobardo (alla regina Teodolinda vengono attribuiti castelli e chiese della zona, nonché la commissione dell’importante “costruzione del ponte sul Brembo, i cui resti sono chiamati “Ponte della Regina””), divenendo teatro di leggende e racconti misteriosi durante gli scontri “tra guelfi e ghibellini e… serpenti velenosi”, fino all’avvento del Regno d’Italia che portò, in dote all’area la denominazione vigente.

Clanezzo è e sarà sempre la sua “dogana”, la venerabile “torre, incorporata in un edificio di pietra, […] che ancora sembra controllare e difendere […] l’antico snodo di traffico”, avamposto di confine sorvegliato da guardie e sentinelle, impegnate nella delicata incombenza della riscossione del pedaggio e nella difesa dinanzi ad attacchi e ad assalti.

L’edificio medievale, oggi di dimensioni più ridotte, “si inserisce magnificamente nel contesto naturale e paesaggistico”, rappresentando un portale in grado di instaurare e di suggerire un dialogo fruttuoso e fertilissimo tra la società odierna e quella del tanto, e ingiustamente, vituperato Medioevo. Il celebre ponte, immortalato nel capolavoro cinematografico di Ermanno Olmi del 1965, intitolato E venne un uomo, dedicato alla figura di Papa Giovanni XXIII, una volta superata la torre, si biforca, “mentre a sinistra sale con comodi tornanti verso l’abitato di Clanezzo, sbucando sulla strada all’altezza del castello, a destra scende verso il vecchio “porto”.

Gli uomini, soprattutto i commercianti, sfruttavano il prezioso passaggio per “accelerare i traffici”, conducendo “carovane di cavalli e di muli diretti verso la valle”. Fu comunque possibile, per molti anni, servirsi di una via alternativa, cioè quella fluviale, grazie all’esistenza di una piccola imbarcazione (“simile al ben più celebre traghetto leonardesco dell’Adda”). Alcuni documenti ne attestano l’esistenza già nel 1614. A segnarne il destino, cancellandone la memoria, fu dapprima una piena del Brembo nel corso dell’Ottocento e, in seguito, il “progetto di Vincenzo Beltrami […] di costruire un ponte sospeso, tuttora esistente e ben conservato”.

Foto: Pompeo Sibilia Edizioni, Bergamo

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