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Agricoltura di montagna in difficoltà, quale futuro per le 900 imprese bergamasche?

Leonardo Bolis, presidente provinciale e regionale di Confai: "L'incremento dei costi per la crisi internazionale si aggiunge alle difficoltà strutturali delle aree montane"
29 Giugno 2022

"La situazione d'emergenza che sta caratterizzando in forma generalizzata l'intero settore primario presenta toni ancor più drammatici in molte aree montane, in quanto gli effetti della congiuntura attuale si sommano ai problemi strutturali propri delle zone svantaggiate".

Con questa riflessione Leonardo Bolis, presidente provinciale e regionale di Confai, è intervenuto nel dibattito sul futuro dell'agricoltura montana, riacceso in questi giorni dalle dichiarazioni degli assessori regionali dell'arco alpino circa la necessità di incrementare le dotazioni del fondo nazionale per la zootecnia da latte di montagna.

"La nostra associazione segue da sempre con estrema attenzione le dinamiche socio-economiche dei distretti montani bergamaschi e lombardi - ricorda Bolis -. Benché da un punto di vista strettamente economico l'agricoltura di montagna non rappresenti certo la quota prevalente della produzione lorda vendibile agricola, riteniamo che il ruolo delle aziende agricole montane sia insostituibile per una serie di funzioni, tra cui quelle di tutela ambientale, presidio territoriale e difesa degli equilibri idrogeologici".

In provincia di Bergamo l'agricoltura montana configura tuttora una realtà di grande rilievo. "Siamo in presenza di circa 900 imprese agricole dedite alla gestione di 30.000 ettari di superficie in contesti caratterizzati da differenti forme di sviluppo e numerosi condizionamenti territoriali - sottolinea il segretario provinciale di Confai Bergamo, Enzo Cattaneo -. In generale, in molte aziende è evidente la difficoltà di generare un reddito sufficiente al sostegno di un'intera unità familiare.

È senz'altro importante percorrere la strada dell'incremento dei fondi di emergenza per la zootecnia di montagna, purché ci sia la consapevolezza che si tratta di misure palliative di fronte all'emergenza. In questo scenario occorre altresì favorire nuovi modelli di sviluppo dell'agricoltura montana, che vadano al di là della pura attività zootecnica ed esplorino una pluralità di opzioni, dalle filiere bioenergetiche alle molteplici forme di agricoltura sociale".

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