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Bergamo potrebbe riaprire prima? Si prepara un documento, ma nessun cambiamento prima del 27

L'obiettivo del presidente della Provincia Gafforelli è di convocare un tavolo e preparare un documento da sottoporre a regione e ministro Speranza sulla base di uno studio dell'Università.
18 Novembre 2020

L'obiettivo del presidente della Provincia, Gianfranco Gafforelli, è quello di “convocare un tavolo con tutte le forze politiche, parlamentari, consiglieri regionali, sindacati, Confindustria e le parti sociali, per capire meglio lo studio preparato dall'Università sulla seconda ondata del Covid nella nostra provincia”. È ancora tutto in via decisionale, ma l'incontro potrebbe tenersi lunedì prossimo, in Provincia. Lo studio in questione è quello preparato da Paolo Buonanno, ordinario di Economia e prorettore delegato alla comunicazione istituzionale.

Nel suo lavoro è stato evidenziato e sottolineato, infatti, come questa seconda ondata abbia colpito in modo speculare rispetto alla prima: i luoghi più soggetti all'aumento dei contagi si trovano nella parte ovest della Regione, parliamo di Milano, la Brianza, Varese e Como, mentre durante il picco primaverile i più colpiti dal flagello Covid erano Bergamo, Brescia, Lodi e Cremona. “Voglio capire – sono state le parole di Gafforelli – se ci sono i margini per poter trasformare questo studio in una decisione di natura politica”.

L'impegno è quello di preparare tutti insieme un documento da sottoporre alla Regione, piuttosto che al ministro della Salute Roberto Speranza, “per vedere se ci siano possibilità di allentare le limitazioni attuali nella nostra provincia. Lo facciamo per andare incontro a tutte quelle attività che in questo momento vivono una situazione molto difficile essendo tutti in zona rossa seppure con una situazione migliore rispetto ad altre parti della Lombardia. Nessuna volontà di scavalcare né tanto meno imporre qualcosa: non ne ho il poter né tanto meno l'intenzione. Ma qui abbiamo dei dati sui quali credo ci si debba confrontare tutti insieme, naturalmente mettendo al centro di tutto la salute pubblica”.

La volontà che si percepisce, e non solo dalla provincia bergamasca, è dunque quella di cercare uno spiraglio di riapertura. E intanto i presidenti di Regione hanno chiesto un incontro per rivalutare i parametri – finora 21 – che sarebbero utilizzati per decretare l'ingresso o l'uscita di una regione da una fascia più bassa ad una più alta e viceversa, poiché ritenuti “poco congrui”. “I governatori – ha spiegato il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana hanno chiesto di essere maggiormente coinvolti per la classificazione e valutazione dei nuovi parametri, una volta individuati”.

La Lombardia (o alcune sue province) potrebbero diventare zona arancione? “L'eventuale differenziazione territoriale – fa sapere Fontana – non comporta un cambio di zona, ma un allentamento delle misure”. Per vedere un cambio zona o degli eventuali allentamenti sono necessarie, però, che si rimanga per almeno due settimane al di sotto di determinati valori e criteri in modo stabile e continuativo: il quadro lombardo è già da venerdì scorso al di sotto dei parametri che l'hanno resa una zona rossa, diventando perciò tecnicamente arancione. Ma per diventarlo davvero servono, appunto, due settimane e se ci saranno cambiamenti, non li vedremo prima del 27 novembre.

Lo studio della nostra Università – ha spiegato Remo Morzenti Pellegrini, rettore dell'Università degli Studi di Bergamo – suggerisce che le distinzioni regionali basate sul profilo di rischio andrebbero più coerentemente ridefinite quantomeno a livello subregionale o provinciale. È stata evidenziata una relazione inversa tra la severità della prima ondata, misurata a tasso di mortalità in eccesso rispetto agli scorsi anni ed il numero di contagi della seconda”.

I motivi sono due: il primo vede la possibilità che una parte della popolazione sia, ormai, immunizzata, d'altra parte ha dato il proprio contributo anche un cambiamento nei comportamenti individuali, che si sono rivelati più attenti al distanziamento e all'uso delle mascherine. “Un maggior senso di cooperazione che gli economisti chiamano “capitale civico” – ha concluso il rettore – e che potrebbe essere alla base di eventuali provvedimenti meno restrittivi per questa parte del Paese. Non è un “liberi tutti”, ma la necessità di confrontarci con un quadro mutato e vedere se ci siano le condizioni per ripartire già adesso”.

(Fonte: L'Eco di Bergamo)

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