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Coronavirus, al Mario Negri di Bergamo si studia una cura: sperimentazione forse le prossime settimane

Una speranza contro il coronavirus arriva proprio da Bergamo, più precisamente dall'Istituto Mario Negri che, da qualche settimana, ha allestito nei suoi spazi un laboratorio per studiare il Covid ad altissima sicurezza.
9 Aprile 2020

Una speranza contro il coronavirus arriva proprio da Bergamo, una delle province d'Italia maggiormente colpita dalla sua forza devastante, più precisamente dall'Istituto Mario Negri che, da qualche settimana, ha allestito nei suoi spazi un laboratorio per studiare il Covid ad altissima sicurezza. Dietro la porta blindata, esperti e scienziati con tuta integrale, camice, cuffia, mascherine, guanti, occhiali e sovrascarpe studiano il virus da vicino e lavorano incessantemente per trovarne una cura, con risultati che fanno ben sperare, nonostante la prudenza.

Nel nostro campo non si può essere assolutisti – ha spiegato la coordinatrice Ariela Benigni Stiamo valutando quali alterazioni sono presenti nei tessuti dei pazienti affetti da Covid-19 e nello stesso tempo stiamo sperimentando farmaci che lo possono contrastare”. Perché l'Istituto bergamasco ha un primato: un test unico al mondo, messo a punto nello studio di alcune patologie rare, che nessun altro – nemmeno in America – è riuscito a replicare.

Questo test ha due funzioni, la prima di evidenziare l'alterazione di una cellula e la seconda offre al tempo stesso la risposta di uno o più farmaci in grado di stabilizzarla e, quindi, guarirla. L'analisi in corso, che è concentrata su dieci malati medio-gravi, si sta orientando verso un medicinale specifico, reperibile solamente attraverso multinazionali: il primo responso dovrebbe arrivare a breve, anche se i primissimi dati raccolti fanno ben sperare – seppur con moderazione.

Questione di una, massimo due settimane e dal laboratorio “sottovuoto” potrebbe arrivare una proposta di cura, in collaborazione con l'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e l'inizio di conseguenza della sperimentazione diretta sul paziente. Oltre che la condivisione con il resto del mondo. “Si tratterebbe comunque di una prima risposta scientifica al coronavirus, ma la cura rappresenterebbe soltanto un ponte in attesa del vaccino – sono le parole della coordinatrice Benigni – Non voglio dare false speranze, ma i primi risultati ci stanno convincendo di essere sulla buona strada”.

(Fonte: L'Eco di Bergamo)

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