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Coronavirus, dati positivi dal candidato-vaccino USA: i volontari hanno sviluppato anticorpi

Mentre in Italia si sta lentamente entrando nel vivo della fase 2, il mondo è alla ricerca di un vaccino che possa mettere definitivamente la parola fine alla pandemia da coronavirus. E i primi risultati sono già arrivati.
18 Maggio 2020

Mentre in Italia si sta lentamente entrando nel vivo della fase 2, il mondo è alla ricerca di un vaccino che possa mettere definitivamente la parola fine alla pandemia da coronavirus. E i primi risultati sono già arrivati: secondo quanto annunciato dalla Moderna, società statunitense di biotecnologia del Massachussets, la fase 1 dei test clinici avrebbe mostrato che le prime otto persone sottoposte alla sperimentazione hanno sviluppato anticorpi in maniera similare ai pazienti di Covid-19 guariti, in alcuni casi in quantità uguale o superiore.

Il prototipo vaccino (denominato “mRNA-1273”) sembrerebbe per ora essere “sicuro e ben tollerato”, senza particolari effetti collaterali, e ben presto si avvierà anche la fase 2 della sperimentazione – in cui si indagherà sull'attività terapeutica in caso di un farmaco, profilattica in caso di vaccino –, con la speranza di partire per luglio con la fase 3, quando i volontari non saranno più poche decine ma centinaia o addirittura migliaia.

Risultati che fanno ben sperare anche all'Università di Oxford, che a maggio partirà con la propria fase 3, come ha spiegato all'Adnkronos Piero Di Lorenzo, l'amministratore delegato e presidente di Irbm, la società di Pomezia che sta collaborando attraverso la sua divisione vaccini Advent Srl con lo Jenner Institute dell'ateneo britannico. Di Lorenzo ha affermato di stare rapportandosi in modo molto stretto con il Governo italiano, così che anche il nostro Paese possa assicurarsi l'accesso al vaccino salva-vita.

Se il candidato diventerà un vaccino lo sapremo a fine settembre. Nel frattempo ad oggi i 510 volontari sani vaccinati il 23 aprile scorso e costantemente monitorati dall'equipe di ricerca non hanno presentato particolari problemi di salute. Una condizione che, se prolungata entro fine maggio, consentirà di passare alla fase finale dove i candidati saranno 6.000, metà riceveranno il candidato-vaccino e l'altra metà un placebo. Intanto anche la Gran Bretagna mette le mani avanti, prenotandone da settembre 30 milioni di dosi.

Ma se un candidato diventasse un vaccino vero e proprio, a chi verrebbe somministrato per primo? “Un elemento chiave sarà avere un modello su chi vaccinare prima, dato che è chiaro non ci sarà mai la possibilità di produrre dosi in quantità tali da avere una disponibilità per tutti a livello mondiale – ha spiegato il direttore dell'Ema Guido Rasi, collegato con la commissione Envi del Parlamento Europeo a Bruxelles – Purtroppo se saremo nella posizione di dare un'autorizzazione per l'utilizzo di un vaccino in Europa, non possiamo garantire che ce ne sarà la disponibilità. Quello che l'Ema sta facendo in stretta collaborazione con la Commissione Europea è vedere se si può effettuare un acquisto congiunto, per renderlo disponibile in Europa”.

L'obiettivo è dunque un modello olistico. “Vaccinare prima le fasce della popolazione che hanno la maggiore possibilità di essere colpite dalla malattia provocata dal coronavirus Sars-Cov-2” ha continuato il direttore Rasi. Anziani over 65, a rigor di logica, primi fra tutti poiché una delle fasce maggiormente a rischio di contrarre l'infezione. “Tutti devono seguire lo stesso modello – ha concluso Rasi – Vaccinando prima i più deboli, in modo da creare un primo cordone di protezione. Abbiamo alcuni mesi per essere pronti”.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano)

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