Coronavirus, medico di Bergamo racconta la situazione negli ospedali: ''è come essere in guerra''

Eleonora Busi 10/03/2020 0 commenti

L'Ospedale Papa Giovanni XXIII è uno dei più interessati da questa emergenza Coronavirus: qui sono infatti ricoverati la maggior parte dei casi positivi a Covid-19 della provincia. “Si decide per età, e per condizioni di salute. Come in tutte le situazioni di guerra. Non lo dico io, ma i manuali sui quali abbiamo studiato”. Con queste parole Christian Salaroli, 48 anni dirigente medico e anestesista rianimatore del presidio ospedaliero di Bergamo – appena 7 chilometri dal cluster di Alzano Lombardo – racconta quello che accade all'interno delle mura asettiche dell'ospedale, in un'intervista rilasciata a il Corriere.

Una prima selezione, il triage, viene fatta all'interno del Pronto Soccorso, adibito a stanzone con venti posti letto chiamato “Pemaf”, ovvero “Piano di emergenza per il maxi-afflusso”. “Nei letti d'ospedale vengono ammessi solo donne e uomini con la polmonite da Covid-19, affetti da insufficienza respiratoria. Gli altri, a casa – conferma il medico – Chi resta, li mettiamo in ventilazione non invasiva, che si chiama Niv. Il primo passo è quello”. E poi, cosa succede a chi viene ricoverato?

Come descrive Salaroli, la giornata inizia con il controllo dei pazienti da parte del rianimatore, insieme ai curanti del Pronto soccorso. Si tratta di un parere importante, perché – oltre all'età e al quadro clinico generale – il terzo criterio è la capacità di guarire da un eventuale intervento rianimatorio. “Questa indotta dal Covid-19 – spiega il medico – è una polmonite interstiziale, una forma molto aggressiva che impatta tanto sull'ossigenazione del sangue. I pazienti più colpiti diventano ipossici, ovvero non hanno più quantità sufficienti di ossigeno nell'organismo”.

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La ventilazione non invasiva è, però, solamente una fase di passaggio. “Il momento di scegliere arriva subito dopo. Siamo obbligati a farlo. Nel giro di un paio di giorni, al massimo – prosegue – Siccome purtroppo c'è la sproporzione tra le risorse ospedaliere, i posti letto in terapia intensiva, e gli ammalati critici, non tutti vengono intubati”. A quel punto diventa necessario ventilarli meccanicamente: i pazienti “scelti” vengono tutti intubati e messi in posizione prona. Una manovra per favorire la ventilazione delle zone basse dei polmoni.

Non esiste una regola scritta di “scelta”. “Per consuetudine, anche se mi rendo conto che è una brutta parola, si valutano con molta attenzione i pazienti con gravi patologie cardiorespiratorie e le persone con problemi gravi alle coronarie, perché tollerano male l’ipossia acuta e hanno poche probabilità di sopravvivere alla fase critica. Se una persona tra gli 80 e i 95 anni ha una grave insufficienza respiratoria, verosimilmente non procedi. Se ha una insufficienza multi organica di più di tre organi vitali, significa che ha un tasso di mortalità del cento per cento. Ormai è andato. È una frase terribile. Ma purtroppo è vera. Non siamo in condizione di tentare quelli che si chiamano miracoli. È la realtà”.

Salaroli sfata anche la diceria comune che vede i pazienti morire per patologie pregresse e non per aver contratto il virus. “Questa che non muoiono di coronavirus è una bugia che mi amareggia – spiega – Non è neppure rispettosa nei confronti di chi ci lascia”. Nella sua forma critica, infatti, la polmonite interstiziale incide sui problemi respiratori pregressi. Di conseguenza, il paziente malato non riesce più a sopportare la situazione: il decesso è causato dal virus.

Anche per i medici è una questione tutt'altro che semplice. “Alcuni ne escono stritolati – confessa – Capita al primario, e al ragazzino appena arrivato che si trova di prima mattina a dover decidere della sorte di un essere umano. Su larga scala, lo ripeto. Io per ora dormo la notte. Perché so che la scelta è basata sul presupposto che qualcuno, quasi sempre più giovane, ha più probabilità di sopravvivere dell’altro. Almeno, è una consolazione”.

Per quanto riguarda i provvedimenti del governo, Salaroli non ha dubbi: “Il concetto è giusto, ma arriva con almeno una settimana di ritardo. Quello che conta davvero è un'altra cosa: state a casa. State a casa. Non mi stanco di ripeterlo. Vedo troppa gente per strada. La miglior risposta a questo virus è non andare in giro. Voi non immaginate cosa succede qui dentro. State a casa”. Anche il personale scarseggia, con anestesisti come Salaroli che fanno turni di supporto nella sala operativa, che gestisce Bergamo, Brescia e Sondrio. “Altri medici di ambulanza finiscono in corsia, oggi toccherà a me” aggiunge.

Tanti miei colleghi stanno accusando questa situazione. Non è solo il carico di lavoro, ma quello emotivo, che è devastante. Ho visto piangere infermieri con trent’anni di esperienza alle spalle, Gente che ha crisi di nervi e all’improvviso trema. Voi non sapete cosa sta succedendo negli ospedali”. E il diritto alla cura? In questo momento, spiega il medico, è minacciato da un sistema che non può farsi carico contemporaneamente di ordinario e straordinario, generando come conseguenza ritardi anche per le cure cosiddette “standard”.

Normalmente la chiamata per un infarto viene processata in pochi minuti – conclude – Ora può capitare che si aspetti anche per un’ora o più. Una spiegazione a tutto questo? Non la cerco. Mi dico che è come per la chirurgia di guerra. Si cerca di salvare la pelle solo a chi ce la può fare. È quel che sta succedendo”.

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(Fonte: il Corriere)

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