Istat: in Italia a marzo 50% di decessi in più rispetto agli ultimi 5 anni, in Bergamasca +568%

Eleonora Busi 04/05/2020 0 commenti

Un recente Rapporto Istat, redatto insieme all'Istituto Superiore di Sanità, dedicato all'impatto dell'epidemia sulla mortalità, ha evidenziato che a livello medio nazionale nel corso del solo marzo 2020 si è verificata una crescita dei decessi del 49,4% in più rispetto alla media stimata nel marzo 2015-2019. Il report, redatto su un campione di 6.866 Comuni (per cui l'87% di quelli complessivi italiani) ha assunto come riferimento il periodo che va dal primo decesso per Covid-19 riportato dal Sistema di Sorveglianza Integrata, databile al 20 febbraio, fino al 31 marzo.

I numeri dell'epidemia – La crescita di quasi il 50% si riscontra nei numeri: dai 65.592 decessi di media nel periodo 2016-2019, si è passati a 90.046 soltanto nel 2020 con un eccesso quindi di 25.254 persone, il 54% dei quali hanno avuto come diagnosi la morte per coronavirus (dunque 13.710 persone). Il 32% di questi decessi ha riguardato persone di genere femminile. La grande maggioranza delle morti (l'89% del totale), comunque, è stata registrata nelle province definite a “diffusione alta”, mentre in quelle a “diffusione media” e “bassa” hanno registrato rispettivamente l'8% ed il 3%.

Per capire meglio il concetto, bisognerebbe dividere l'Italia in tre sezioni, in base alla diffusione del virus. Nelle regioni del Sud e delle isole, l'epidemia è risultata piuttosto contenuta, mentre al Centro e Nord la diffusione è stata sicuramente più elevata. Da qui la definizione delle tre classi, dove la “diffusione bassa” comprende le province con valori del tasso inferiore a 40 casi per 100 mila residenti, quella “media” riguarda quelle fra i 40 ed i 100 casi mentre la terza, quella “alta”, si riferisce a tutte le province con positivi superiori ai 100 casi ogni 100 mila abitanti.

La diffusione, a parte qualche “enclave”, è abbastanza omogenea fra Nord (e una parte di Centro), Centro e Sud: nelle aree a media e bassa diffusione, il numero dei casi ha iniziato ad aumentare solo dalla metà di marzo raggiungendo il picco fra il 24 ed il 25. Come riporta lo studio, tuttavia, non si è ancora assistito ad una diminuzione costante e perciò non significa che l'epidemia sia finita, ma che piuttosto sia solamente rallentata soprattutto in seguito alle misure di “lockdown” su tutto il territorio nazionale dall'11 marzo.

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Le province più colpite – Sono 38 le province (37 del Nord + Pesaro-Urbino) e 3.271 i Comuni dove il coronavirus ha colpito maggiormente e dove si è registrato il 91% dell'eccesso di mortalità riscontrato a livello medio nazionale. In queste aree, i decessi sono più che raddoppiati rispetto alle media 2015-2019, passando da 26.218 a 49.351, un aumento di 23.133 decessi: poco più della metà di questi (12.156, circa il 52%) è costituita dai morti riportati al Sistema di Sorveglianza Integrata Covid-19, dunque a causa del coronavirus.

Chi ha dovuto pagare il prezzo più alto in vite umane ha subito incremento percentuali perfino a tre cifre: a Bergamo l'incremento è stato del 568%, Cremona il 391%, Lodi il 371%, Brescia il 291%, Piacenza il 264%, Parma il 208%, Lecco il 274%, Pavia il 133%, Mantova il 122%, Pesaro e Urbino il 120%. Come evidenziato anche dai dati Istat-Iss, la nostra bergamasca è stata senza ombra di dubbio fra le più colpite in tutta Italia.

L'epidemia non ha comunque colpito tutto lo stivale allo stesso modo. Al centrosud, in alcune province, si sono registrati addirittura meno morti rispetto alla media degli anni scorsi. Ciò si è verificato nelle aree a bassa diffusione (circa 1.817 Comuni e 34 province), dove i decessi del mese di marzo 2020 sono mediamente inferiori dell'1,8% se paragonati alla media del quinquennio precedente. In particolare, a spiccare è il dato di Roma: -9,4% rispetto alla mortalità degli ultimi cinque anni, 3.757 decessi quest'anno contro i 4.121 in media. Situazione simile registrata anche a Napoli, con uno -0,9% di mortalità.

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