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Carlotta Marini, la donna che visse al fianco di Simone Pianetti

Il 20 aprile 1893, giovedì, don Luigi Traini, rettore della Chiesa di San Gallo, unì in matrimonio secondo il rito religioso, Carlotta Marini e Simone Pianetti.
28 Febbraio 2022

Articolo estratto da "Quaderni Brembani n.20" e scritto da Enzo Rombolà. 

Il 20 aprile 1893, giovedì, don Luigi Traini, rettore della Chiesa di San Gallo, unì in matrimonio secondo il rito religioso, Carlotta Marini e Simone Pianetti. Carlotta non aveva ancora raggiunto la maggiore età, aveva solo 19 anni. Era nata a Savona il 16 aprile 1873, nella casa Carlevarini, posta in via Santuario della Borgata n. 4 del rione San Bernardo, da Giuseppe e Carolina Gervasoni, entrambi nati a Sarnico in provincia di Bergamo. Molto probabilmente i genitori si erano trasferiti a Savona per motivi di lavoro, in quanto il padre, nell’atto di nascita di Carlotta, esistente in Comune, è indicato “Assistente Ferroviario”; purtroppo Carlotta non ebbe la fortuna di godere della presenza del padre per molto tempo, in quanto morì a Sarnico, all’età di 31 anni, il 7 ottobre 1883. Dopo la morte del padre, la madre ritornò a San Gallo, suo paese d’origine, portando insieme la figlia Carlotta, e li erano ancora residenti all’atto della celebrazione del matrimonio. Lo sposo era nato il 7 settembre 1858 da Giovanni e Bottani Vittoria, a Camerata Cornello, paese posto quasi di fronte a San Gallo, sulla sponda destra del Brembo, dove sarebbero andati ad abitare, nella casa posta al numero due, del centro, nella zona alta.

Simone, aveva tredici anni in più di Carlotta e molti travagli sulle spalle, essendo da poco rientrato in Italia dagli Stati Uniti, dove era emigrato circa dieci anni prima, in cerca di fortuna. L’esperienza di emigrante lo avrebbe condizionato nelle scelte effettuate negli anni futuri, mettendolo in contrasti insanabili con gli abitanti del centro dove erano andati ad abitare. Camerata Cornello, infatti, era una comunità molto piccola e le persone, se non legate da rapporti di parentela, si conoscevano bene tra di loro, e ciò rappresentava una risorsa in quanto potevano contare sulla solidarietà ed aiuto reciproco in caso di bisogno; le stesse persone, però diventavano nemici implacabili nel caso di scelte non condivise, come sarebbe successo qualche anno dopo a Carlotta.

La vita era molto dura, soprattutto per una donna, che doveva allevare da sola i figli nati dal matrimonio non potendo contare su nessun aiuto dalle istituzioni pubbliche. Il 20 giugno 1894, nacque il primo figlio, che fu chiamato Giovanni Battista, come il nonno paterno; pochi mesi dopo, purtroppo, morì la cognata di Carlotta, Maria Teresa, sorella di Simone, di soli 26 anni, abitante anche lei nel centro di Camerata e sulla quale, forse, avrebbe potuto contare per qualche aiuto.

L’anno successivo, il 26 marzo, nacque la seconda figlia, alla quale fu dato il nome di Vittoria Carolina. Il 16 gennaio del 1898, nacque il terzo figlio, Aristide, morto il primo febbraio del 1899. Lo stesso anno, il 13 settembre, nacque il quarto figlio, chiamato Aristide, come il fratellino morto prematuramente. Il quinto figlio nacque 3 luglio 1901 e gli fu dato il nome di Carlo Giuseppe: Carlo era il nome del nonno paterno di Carolina e Giuseppe il nome del papà. Il 15 giugno 1904 nacque il sesto figlio, chiamato Giuseppe Gaetano. Il sei luglio 1906, nacque il settimo figlio, chiamato Arturo. Il 20 marzo 1909, infine, nacque a San Gallo l’ultima figlia, chiamata Carolina, come la nonna materna. Carlotta aveva trentasei anni e sette figli da accudire, dei quali il più grande aveva solo 15 anni. Simone sosteneva la famiglia, gestendo una locanda, ricavata al piano terreno della sua abitazione, ed alla quale era annessa una salumeria, vendita di generi alimentari sali e tabacchi, unico negozio esistente nel centro; al primo piano dell’abitazione, aveva ricavato anche delle stanze da affittare ai forestieri che chiedevano ospitalità. Sebbene la trasformazione dell’abitazione avesse richiesto un impegno finanziario notevole, circa 150.000 lire, somma conseguita utilizzando l’eredità paterna di lire 80.000 e la dote di Carolina, di lire 70.000, gli affari non andavano male e la famiglia poteva vivere dignitosamente.

La Valle Brembana, in quelli anni, fu oggetto di eventi straordinari di notevole portata che, avrebbero determinato una ventata di modernità nelle comunità interessate ed un benessere con conseguente modifica del modo di vivere degli abitanti. Dopo la costruzione della strada di fondovalle, avvenuta nel 1882, che rendeva più agevole gli spostamenti dei passeggeri e delle merci, nel 1906 arrivò la ferrovia, e con il miglioramento del sistema viario, importanti insediamenti industriali furono realizzati nella valle. A San Pellegrino, in modo particolare, era “esploso” il turismo termale, che in pochi anni, avrebbe raggiunto il boom trasformando per sempre la vita di quella comunità.

Anche i paesi vicini, sebbene non interessati direttamente dal turismo, trassero beneficio dalla situazione economica emergente. Simone pensò di sfruttare la nuova opportunità, sotto l’aspetto economico, utilizzando un locale della sua locanda, per il ballo. Come è facile immaginare, il nuovo che avanzava, poteva sconvolgere il modo di vivere tradizionale, sollecitando la resistenza dei rappresentanti dei ceti sociali più conservatori. La comunità religiosa ed il parroco furono, probabilmente, tra i primi a rilevare il pericolo derivante da alcune innovazioni ed a denunciare il rischio che la nuova situazione potesse ripercuotersi sul modo di vivere tradizionale, arrecando danni irreversibili ai valori tradizionali della comunità. I gruppi legati alla Chiesa diffusero il malcontento e denunciarono il pericolo che certe abitudini potessero favorire la perversione e il peccato. L’insofferenza, considerato il carattere di Simone, era più facile scaricarla su Carlotta, sicuramente meno reattiva del marito; da Cronaca di una Vendetta di Denis Pianetti, rileviamo un fatto, indicativo del clima che regnava in quegli anni a Camerata Cornello: “... Avveniva talvolta che passando sotto le finestre del municipio salendo a Camerata cadessero sul capo di mia madre e di mia sorella Vita delle cose eterogenee e non inodore: passa la cagna e la cagnetta aveva detto talvolta Valeria Giudici”.

Questa è la testimonianza resa dal figlio Giovanni Battista, detto Nino. Valeria Giudici, figlia del Segretario comunale Abramo Giudici, era anche la responsabile dell’Associazione “Le figlie di Maria” di Camerata Cornello. Gli affari, cominciarono ad andar male, e diminuirono le entrate della famiglia Pianetti, costringendoli a fare sacrifici per riuscire ad acquistare il minimo indispensabile per vivere. La goccia che fece traboccare il vaso sembra sia stato un accertamento tributario, di importo considerevole e comunque non sopportabile da Simone. Decisero pertanto di cedere l’osteria e di abbandonare nottetempo Camerata Cornello.

Della partenza, a quanto pare, era venuta a conoscenza Valeria Giudici che organizzo le Figlie di Maria, per suonare le latte in segno di sfregio. La partenza sembra sia avvenuta ai primi del 1909, in pieno inverno, poiché la figlia Carolina, nata il 20 marzo dello stesso anno, fu registrata nel Comune di San Gallo, ed è indicata la nascita nella casa posta in via Centro, n. 12. La destinazione della famiglia, infatti, fu San Gallo, ospiti della mamma Carolina, che abitava in quella frazione. Chi conosce la zona, sa cosa vuol dire spostarsi di notte da Camerata a San Gallo, percorrendo solo un tratto di strada carrozzabile ed il resto mulattiere, al buio e con un percorso irto e disagevole. Carlotta, inoltre, era incinta e prossima al parto. Il soggiorno a San Gallo, ospiti della mamma, ebbe breve durata, perché nel 1910 la famiglia Pianetti, prese dimora nell’abitazione dell’oste Canali Attilio fu Martino, a San Giovanni Bianco. Anche questa sistemazione finì presto, perché il proprietario citò in giudizio Simone Pianetti, perché abusivamente allevava animali in casa; persa la causa, dovette abbandonare entro pochi giorni l’abitazione.

Quasi immediatamente trovò un’altra sistemazione ed avviò una nuova attività, avendo così la possibilità di sperare in un futuro migliore per la numerosa famiglia: prese in
affitto da un certo Gavazzi, originario della Val Taleggio, un mulino posto sulla sponda destra del Brembo, in prossimità della farmacia Quarenghi. La famiglia si sistemò al primo piano dell’edificio e al piano terra furono impiantati un mulino elettrico ed un negozio per la vendita di generi alimentari. Era una scelta avveniristica, perché il mulino elettrico, come si è verificato in seguito, soppiantò i tradizionali mulini, posti lungo le sponde dei corsi d’acqua, molte volte raggiungibili solo con difficoltà e meno efficienti di quello elettrico; anche il negozio, posto lungo la strada di fondo valle, era in una posizione strategica che con il tempo si sarebbe rivelata vincente, in quanto poteva avvantaggiarsi dei viandanti che transitavano sulla nuova strada, sia per andare a Bergamo che per raggiungere i paesi dell’alta valle. Le cose andavano bene, ma come spesso accade, qualcuno trovò il modo di mettere il bastone tra le ruote, diffondendo notizie false sulla qualità del servizio di molitura del mulino elettrico, la cui farina era definita non commestibile; altri contrasti erano sorti con il parroco di Camerata Cornello don Camillo Filippi, in seguito alla cessione di un terreno di proprietà della famiglia Pianetti, al Cornello, nel 1912.

I contrasti personali si ripercossero sull’attività commerciale e causarono una diminuzione delle entrate, con la conseguente necessità di ricorrere al credito, sovente negato quando era necessario. I segni premonitori, della tragedia che stava per consumarsi, c’erano anche stati, ma furono sottovalutati e nessuno di quanti avrebbero potuto prevenirli, intervennero, così che, Simone, persa la speranza di poter rimediare e convinto che la causa dei suoi problemi fossero determinate persone, reagì a modo suo, imbracciando il fucile usato per andare a caccia e cancellando dal mondo le persone che lo avevano ostacolato. La mattina del 13 luglio 1914, uscì di casa armato di fucile e nel giro di poche ore fece una strage: uccise il dottor Domenico Morali di San Giovanni Bianco, il segretario del Comune di Camerata Abramo Giudici, la figlia del segretario Valeria, il Giudice conciliatore Giovanni Ghilardi; il messo comunale Giovanni Giupponi; il parroco don Camillo Filippo ed infine Caterina Milesi, una contadina di Cantalto una frazione nei pressi della Pianca.

Abbandonò poi i centri abitati, facendo perdere le proprie tracce e rifugiandosi sulle montagne che erano state in passato teatro delle sue battute di caccia. Le forze dell’ordine si misero subito alla sua ricerca, mobilitando tutti i militari disponibili e facendo intervenire anche l’esercito, senza raggiungere nessun risultato apprezzabile. La famiglia, e soprattutto la moglie Carlotta, finì nell’occhio del ciclone, e tutti cominciarono a pagare un prezzo indicibile. “Come riferirono alcuni giornali - riportiamo testualmente quanto inserito nel volume citato - la moglie dell’assassino si era allontanata da casa con i propri figli - tranne il maggiore, Nino, che si trovava nel milanese - ed aveva riparato in luogo segreto, forse presso alcuni parenti. Chi ebbe occasione di incontrarla disse che continuava a piangere. In realtà e a chi tentava di interrogarla rispondeva ugualmente con un pianto straziante: il suo pensiero era rivolto al marito, ai poveri figli, ma anche a tutte le famiglie che egli aveva gettato nelle lacrime e nel lutto”.

In realtà la famiglia si trovava in una stanza dell’albergo delle “Tre Corone”, sorvegliata da alcuni carabinieri. In seguito, Carlotta, avrebbe rilasciato alcune dichiarazioni, puntualmente riportate
dalla stampa che, con quasi tutte le testate giornalistiche più importanti, era presente a San Giovanni Bianco. “...Verso le 10,30 - riportiamo dal volume citato - fui raggiunta dalla terribile notizia che mio marito aveva ucciso il medico condotto. Ero ancora sotto l’impressione di questo fatto, quando successivamente sono giunte le altre tragiche informazioni. Da ieri ho come la sensazione di non vivere più. Ora attendo un mio figlio da Milano: io sono qui circondata da altri figli più piccoli, ai quali tento di tenere celata la strage compiuta dal padre”.
Il calvario a cui andava incontro la famiglia, sarebbe durato 15 giorni, fino al 28 luglio, quando, come avremo modo di vedere, di fatto la vicenda Pianetti si sarebbe chiusa. Durante questi giorni vi furono dei fatti rilevanti, alcuni dei quali riteniamo opportuno ricordare. Il 20 luglio, il brigadiere dei carabinieri Quinto Giorgioni, convinse Carlotta a scrivere una lettera a Simone, che riportiamo, per intero: “Simone. Le tue gesta ci hanno spezzato il cuore gettandoci nel lutto più profondo. Ma dimmi, non hai pensato che dietro a te stanno la tua povera consorte e i desolati figli? Ma è ormai inutile rievocare il doloroso passato perché non vi è più rimedio. Ora dobbiamo pensare al presente e all’avvenire. La vita che stai conducendo è orribile. Ogni dì giungono al nostro orecchio voci che ci atterriscono. Simone, poni fine a questo stato di cose, per te, per la tua famiglia, non sopprimendoti, ma affidandoti alla giustizia degli uomini che hai offeso. Pensa che c’è un Dio nel quale credi; se non saprai espiare, non potrai sperare la sua misericordia”. E concluse: “Se hai ancora un po’ di cuore paterno, ascolta la voce dei tuoi figli. Sono la moglie tua Carlotta”. Seguivano le esortazioni ad arrendersi e la firma di tutti i figli.

Se la fede cristiana che aveva ispirato le parole di Carlotta fosse stata posseduta dalle persone con le quali era venuto a contatto Simone e delle quali era in seguito diventato carnefice, la strage sarebbe stata certamente evitata. Le due attività commerciali avviate dal Pianetti, prima a Camerata e poi a San Giovanni, erano lecite e avevano lo scopo di procurare un giusto guadagno, per dar da mangiare alla sua famiglia, di nove persone, tra le quali sette figli molti in minore età. Gli ostacoli che gli erano stati frapposti, Simone aveva cercato di superarli ricorrendo
alla giustizia ed alle azioni legali, mai ad azioni di forza o minacce. Il 21 luglio 1914, Carlotta ricevette una lettera scritta da Bortolo Belotti, uomo politico di spicco della Valle Brembana, che riportiamo per intero. “Signora Pianetti, so di scriverLe in momenti di immenso lutto; ma appunto perciò mi lusingo che possa giungerLe non discara una mia parola di ricordo e di conforto! Dio ha voluto provarla nel modo più terribile che sia dato di immaginare: ma lasci a Lui di provvedere e intanto creda che gli animi di tutti i buoni, non solamente dei nostri paesi, sentono la sua sciagura e compiangono sinceramente Lei e la sua famiglia. Certo il suo disgraziato marito è stato travolto da un impeto scuro di follia, perché io che lo conosco, non so ancora trovare altra spiegazione delle sue gesta luttuose, che hanno diffuso tanto dolore nella Valle. Ma poiché - come le dicevo - io conosco suo marito, che anzi mi ha dato replicate dimostrazioni di deferenza, se Lei ha occasione di fargli pervenire comunque notizie di me, La prego di dirgli, anche a mio nome, di supplicarlo, anzi, a nome, che si costituisca nelle mani della giustizia e con questo atto, che sarà apprezzato come si deve, si procuri almeno il conforto di aver fatto cessare uno stato di penoso dolore per tutti. Faccia sapere a suo marito che anche per tale atto, io non gli sarò nemico e che anzi lo aiuterò perché la giustizia non si perda e non erri quando dovrà compiere la ricerca del suo oscuro pensiero, e giudichi umanamente e non per vendetta. Ma lo supplichi a nome mio di costituirsi! La prego di fare in modo - se può - che Suo marito conosca presto il mio sentimento, mandandogli anche se crede, questa mia lettera e La prego inoltre di gradire il modesto aiuto che Le accompagno per i suoi figlioli. In questo momento più che mai sento di rappresentare tutta la nostra buona gente, mandandoLe ancora una parola di conforto, di incoraggiamento e di speranza nella Provvidenza, che non è mai ingiusta. La saluto con i suoi figlioli. Dev. Avv. Belotti”.

È una lettera che denota la stima e la fiducia dell’onorevole Belotti nei confronti di Carlotta, dimostrando di comprendere, anche se non può giustificare, il comportamento del marito e demandando a lei la responsabilità di convincerlo a fare la scelta più giusta per sé e per la sua famiglia. L’atto finale della vita di Simone Pianetti ha come scenario le montagne delle Prealpi Orobiche e precisamente il monte Pegherolo, nei pressi di Piazzatorre, dove il figlio Nino insieme all’amico di famiglia Todeschini, arrivò la mattina del 28 luglio, munito di lascia passare delle autorità militari.

L’incontro fu possibile grazie all’intermediazione di due mandriani, presenti nella zona, Carlo e Giorgio Manzoni. Riportiamo la ricostruzione dell’incontro, fatta da Denis Pianetti nell’opera citata: “Dall’alto del suo nascondiglio, dietro una roccia, con fucile spianato, Simone Pianetti si accorse che due persone si stavano avvicinando e, riconosciuto fra i due il figlio Nino, fu preso da tale emozione e sgomento che rimase impietrito per alcuni istanti. Ebbe come vergogna di riapparire così davanti al figlio, tanto che prese a fuggire per nascondersi, ma il figlio lo inseguì chiamandolo: ‘Papà, papà! Fermati, fermati, ho una lettera della mamma!’.

A quel punto il Pianetti si fermò e, accertatosi che non vi fosse nessun altro fuorché loro due, tornò sui suoi passi e corse incontro al figlio, che gli si gettò tra le braccia. ‘Non finiva di stringermi a sé e di chiamarmi per nome’ disse il figlio. Mentre i due si stringevano forte singhiozzando, il Todeschini rimase muto spettatore di quella dolorosa scena. L’assassino era irriconoscibile: aveva il viso scarno e nero, reso gonfio agli zigomi da quella malattia al fegato di cui egli soffriva da tempo, la barba arruffata e gli occhi rossi. Ma Nino fu soprattutto colpito dalla sua folta capigliatura che ‘fino a qualche giorno prima brizzolata, era ora diventata candida come la neve’. Sembrava  sfinito, tremava; gli abiti stracciati, con una sola camicia di lino addosso, le scarpe consunte e a pezzi. Il figlio impressionato dalle pietose condizioni del padre, si levò la camicia di flanella che indossava e gliela diede; cessato il pianto intenso che gli serrava la gola, il Pianetti esclamò: "Lo so, ho fatto una cosa orribile. Perdonatemi non ne potevo più”. Continua la ricostruzione dei fatti: “Con ansia il Pianetti chiese al figlio notizie della moglie e dei figli e, apprendendo che essi vivevano nell’angoscia e nel dolore più assoluti, scoppiò nuovamente in un pianto convulso... Le sue notti le passava in un luogo sicuro, dove nessuno poteva arrivare, col fucile tra le braccia pronto a difendersi; ma pur rifugiandosi in qualche angolo di montagna inaccessibile a tutti, egli non riusciva a prendere sonno: il fatto di non poter dormire era per lui il maggior tormento.

“Il sonno, il sonno è il mio peggior tormento. Il sonno che mi prostra, che mi logora, che mi uccide. Cado dal sonno e non posso dormire. Talvolta, nascosto in alcuni luoghi, dove sono certo che nessuno potrebbe sorprendermi, mi lascio prendere dal torpore; ma dopo pochi minuti mi sveglio di soprassalto e con le mani cerco subito il fucile. Non posso dormire; mi pare sempre di vedermi addossi i carabinieri”. Il figlio Nino e l’amico Todeschini tentarono di convincerlo a costituirsi, per il suo bene e per il bene della famiglia; dopo alcuni momenti che facevano intravedere la possibilità che potesse accettare la soluzione proposta si allontanava e la prospettiva di un suicidio prendeva il sopravvento, gettando nella disperazione il figlio e l’amico. Consegnata la lettera di Carlotta, risponde subito: “Cara Carlotta ... - e dopo aver domandato perdono e dichiaratosi pentito di quanto aveva fatto e felice per aver ricevuto notizie di lei, continuava - Questo mi è stato di grande conforto come di conforto mi è stata la lettera che l’on. Belotti mi ha diretto. Io sono obbligatissimo per questo al deputato. Assicuro però tutto il mondo che io non farò più male a nessuno: non avrei voluto farne nemmeno agli altri, ma specialmente tre o quattro mi avevano troppo offeso. Se non l’avessi fatto, ora non lo farei più, ma è inutile, ora quel che è fatto è fatto e non c’è più rimedio. Che iddio mi condanni pure in eterno, ma protegga voi innocenti miei figliuoli. Fatti coraggio, Carlotta, aspettati a sopportare qualunque altra croce ti possa accadere; tu fa di difendere i nostri figli e famiglia. Tuo Simone”.

Scrisse anche un biglietto al cognato Orlandini segretario del Comune di San Gallo, rassicurandolo che non aveva alcuna intenzione di fargli del male e raccomandandogli la sua famiglia ed un’altra lettera all’onorevole Bortolo Belotti. Dopo il commiato tra padre e figlio, Simone si allontanò tra le montagne, scomparendo alla loro vista. Fu questo l’ultimo atto del Pianetti, anche se, per molto tempo si continuò a parlare diffusamente di lui. A questo punto, come in un film, potremmo far scorrere i titoli di coda, indicando le vicende che hanno interessato la sua famiglia, intenta ad allontanarsi dalla triste vicenda e trovare un appiglio per continuare a sperare nel futuro. Il 3 maggio 1919, a Tirana, il figlio Giovanni Battista (Nino) si sposò con Bonanzi
Attilia Antonietta; morì a Milano il 9 giugno 1985. La figlia Carolina, il 30 ottobre 1926 si sposò con Gallanotti Giovanni, a Sesto San Giovanni (MI); morì il 9 agosto 1988 nello stesso Comune.
Il 28.10.1919 la figlia Vittoria Carolina sposò a San Gallo Astori Mario Giovanni; morì a Milano il 9 settembre 1984. Il figlio Carlo, il 27 novembre 1921 sposò a Sesto San Giovanni, Fumagalli Margherita. La moglie, Carlotta Marini, morì a Sesto San Giovanni, il 29 febbraio 1932. Il 23 gennaio 1981, morì a Milano il figlio Aristide. Il 18 febbraio 1983 morì a Garbagnate il figlio Arturo. Infine, il 18 settembre 1986 morì a Vimercate, il figlio Giuseppe Gaetano.

I dati citati nel testo, sono tratti dagli atti di stato civile conservati nei Comuni di Camerata Cornello, San Giovanni Bianco e nell’Archivio di Stato di Bergamo. I brani riportati in corsivo, sono tratti dal volume Cronaca di una Vendetta del quale è autore Denis Pianetti, edito dalla Corponove di Bergamo nel 2014.

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