Dici Carnevale e pensi al borgo di Oneta, che nasconde la casa (museo) di Arlecchino

Sapevate che l'antico borgo di Oneta "nasconde" la casa Natale di una nota maschera del Carnevale italiano? Ebbene sì! In quel piccolo borgo è presente la Casa Museo di Arlecchino.
10 Febbraio 2024

Carnevale è alle porte e tutti, nelle nostre Valli Brembana ed Imagna è tutto pronto per sfoggiare i costumi nelle varie sfilate e manifestazioni in programma nei diversi paesi. Come sappiamo bene, le maschere di Carnevale della tradizione italiana sono tante (20, ad essere precisi) e una di queste ha origini bergamasche, nello specifico brembane, e il paese dove è cresciuta ancora oggi è presente la sua casa, visitabile al pubblico. Stiamo parlando di Arlecchino, maschera “nata” nella frazione di Oneta, sopra il paese di San Giovanni Bianco.

IL BORGO DI ONETA – Per chi non fosse mai stato ad Oneta e nel suo borgo, è bene che conosca qualche informazione importante su questo luogo. Innanzitutto bisogna sapere che Oneta è un piccolo e storico raggruppamento di piccole case antiche (che con l’avanzare restaurate) che mostra tuttora la secolare struttura ad archi ed accoglie il visitatore in un’atmosfera d’altri tempi. In questa borgata, oltre alle case, spiccano due edifici molto importanti: la Chiesetta del Carmine (esempio edificativo quattrocentesco) e – appunto – il Museo Casa di Arlecchino.

Museo casa di Arlecchino

Come citato prima, un luogo che spicca nel borgo di Oneta è il Museo Casa di Arlecchino che si trova all’interno del Palazzo Grataroli ed è di proprietà del Comune di San Giovanni Bianco. Il nome di questa struttura è legato all’attore rinascimentale Alberto Naselli. Il motivo? Anni fa, Naselli rappresentò lo Zanni e la maschera di Arlecchino nelle principali corti europee e, secondo la tradizione (purtroppo non vi sono dei documenti che possono darne la prova e conferma), si dice che egli soggiornò proprio nel palazzo signorile di Oneta. All’interno della Casa è possibile vedere una raccolta di maschere di personaggi della commedia dell’arte. Inoltre, dal 2015 a questa parte, dentro la Casa è presente un teatro stabile di burattini della “Compagnia del Riccio”, dove mettono in scena brevi storie e scenette in occasione delle visite guidate da parte di scolaresche ed altri eventi particolari.

L’edificio che oggi ospita la casa museo è di origine medievale e molti anni fa possedeva, probabilmente, una funzione di tipo difensiva del borgo. Tra il Quattrocento ed il Seicento l’abitazione è divenuto una casa signorile che fu acquistata e ristrutturato dalla potente casata locale della famiglia Grataroli (vantavano grandi ricchezze acquisite a Venezia). Pensate che il loro palazzo è l’unico esempio di architettura veneta in Valle Brembana. I Grataroli fecero decorare la casa con pregevoli affreschi, visibili ancora oggi entrando nel grande salone: la Camera Picta.

Gli affreschi, databili alla seconda metà del XV secolo, testimoniano l’ascesa della famiglia attraverso l’intercessione dei santi guaritori legati alla devozione popolare e attraverso la rappresentazione di un torneo cavalleresco dove i Grataroli, distinguibili per la presenza di una gratarola (una grattugia) disegnata sul loro scudo, sconfiggono i nemici dimostrando il loro potere alle famiglie nobiliari della Valle, raffigurate negli stemmi che contornano la scena. All’ingresso del Palazzo, invece, è visibile un affresco che rappresenta un uomo con un bastone in mano accompagnato dalla scritta: “Chi no è de chortesia, non intrighi in casa mia. Se ge venes un poltron, ghe darò del mio baston”. Questo dipinto è una rappresentazione dell’Homo Sevadego, figura popolare diffusa nelle comunità retico-alpine e metafora dell’attaccamento dell’uomo alla propria terra e del suo rapporto con i cicli della natura.

Il museo è aperto solo il sabato e la domenica, ad eccezione del periodo di Carnevale, durante il quale è aperto più giorni. Per acquistare il biglietto d’ingresso (ad 1,50 €) oppure l’ingresso con visita guidata (a 3,50 €) prenotazioni online a questo link,  oppure telefonare al numero 0345.21020.

1647 casa arlecchino - La Voce delle Valli

La maschera di Arlecchino: origini e storia

Ora arriviamo alla parte clou: raccontare le origini e la storia della maschera di Arlecchino che, molti di voi già sapranno, vanta proprio origini bergamasche e soprattutto brembane. Questa maschera, che è considerata tra le più famose d’Italia, è molto conosciuta per il suo vestito fatto di “cento” toppe di stoffa colorate. Ma come mai è così? A causa della sua povertà Arlecchino non poteva permettersi di avere un costume. Quindi, in occasione del Carnevale che si festeggia a febbraio, i suoi amici hanno deciso di regalargli delle toppe di stoffa di vari colori che provenivano dai loro costumi. A cucire il tutto insieme, secondo la leggenda, pare che sia stata sua madre. Invece, secondo un’altra versione, sembra che Arlecchino sia stato al servizio di un avarissimo speziale che lo vestiva con le toppe dei propri abiti sdruciti.

Durante il periodo della Commedia dell’Arte, nella quale le Maschere Italiane raggiunsero un grande successo ed ebbero anche un pubblico europeo, gli attori che impersonavano Arlecchino, la trasformarono, conservando la maschera nera e il berretto bianco, sostituendo l’antico abito rappezzato con un elegante costume, nel quale le toppe dei tempi poveri sono vagamente ricordate da losanghe a colori alterni, ma ben disposte.

Ha una maschera nera e una spatola di legno. E’ stravagante e scapestrato, ma pieno di astuzia e di coraggio. Soffre di una brutta malattia: la pigrizia. Le sue doti caratteristiche sono: agilità, vivacità e la battuta pronta. Il suo principale antagonista è Brighella, che come dice il nome, è attaccabrighe e imbroglione, ossequioso con i potenti e insolente con i deboli. In alcune scuole primarie ed elementari della bergamasca, quando arriva il periodo di Carnevale, insegnanti e maestre fanno imparare a memoria una poesia proprio su Arlecchino che recita:

IL VESTITO DI ARLECCHINO

Per fare un vestito ad arlecchino
ci mise una toppa Meneghino,
ne mise un’altra Pulcinella,
una Gianduia, una Brighella.
Pantalone, vecchio pidocchio,
ci mise uno strappo sul ginocchio,
e Stenterello, largo di mano
qualche macchia di vino toscano.
Colombina che lo cucì
fece un vestito stretto così.
Arlecchino lo mise lo stesso
ma ci stava un tantino perplesso.
Disse allora Balanzone,
bolognese dottorone:
‘Ti assicuro e te lo giuro
che ti andrà bene il mese venturo
se osserverai la mia ricetta:
un giorno digiuno e l’altro bolletta.

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