Don Gianni Carminati, decano dei parroci bergamaschi: "Fate preghiere brevi, ma autentiche"

Da ormai 15 anni vive nel borgo di Clanezzo don Gianni Carminati, il parroco più anziano della diocesi di Bergamo.
23 Settembre 2025

Borgo di Clanezzo, là dove la pianura cede il passo ai primi rilievi montuosi nel territorio che il nostro ama chiamare “Porta delle Valli”: lì vive e presta servizio, da ormai quindici anni, il parroco più anziano della diocesi di Bergamo: don Gianni Carminati, che si presente come “il vecchio parroco, a cui mancano poco più di tredici anni per arrivare ai cento” e sente di essere uomo e prete “diversamente giovane”.

Giovanni è il suo nome di battesimo ed è sempre animato dallo spirito di quel ragazzino che, un giorno, in quarta elementare, dopo un “boh” e soli tre secondi di riflessione, rispose "sì" alla domanda dell'allora parroco di Romano di Lombardia, suo paese natale, che gli chiedeva: "Non ti piacerebbe diventare prete?". "La mia vocazione non è nata lì, ma l’ho scoperta in quel momento - ricorda don Gianni -. È poi cresciuta grazie a don Battista che l'aveva percepita".

Così, il cammino si è tracciato. Una vocazione coltivata con discrezione e sostenuta da una famiglia che ha “capito senza che io dicessi nulla”. Maggiore di sette fratelli (quattro maschi e tre femmine), don Gianni ha assunto fin da piccolo quel senso di responsabilità che spesso tocca al primogenito. Il legame con fratelli e sorelle rimane ancora oggi fortissimo, nonostante la distanza e il tempo: "Siamo sempre stati uniti e ci vogliamo un sacco di bene. Anche se non ci vediamo per mesi, quando ci ritroviamo parliamo come se ci vedessimo tutti i giorni. Sette è davvero un numero perfetto".

La famiglia Carminati, pur essendo “forestiera” a Romano di Lombardia, era molto stimata e benvoluta. Il nonno Giovanni, arrivato da Treviglio nel 1924, aveva rilevato un negozio di merceria, oggi riconosciuto come negozio storico della Lombardia. Quella bottega rappresentava un patrimonio prezioso, frutto di grandi sacrifici e di un impegno costante. Quando parla della sua famiglia, don Gianni lo fa con emozione, orgoglio e gratitudine, ricordando chi non c'è più e l’intenso legame che lo unisce a ciascuno di loro. In questo contesto di amore e laboriosità, la fede si radicava naturalmente.

Ordinato sacerdote nel 1962, all’età di 23 anni e 6 mesi, don Gianni si dedicherà con passione al Seminario come insegnante della Sacra Scrittura e anche per i ragazzi delle scuole meedie; poi, avendo anche vari impegni parrocchiali, sarà occupato in Curia, dapprima per la pastorale giovanile e poi per l’Evangelizzazione e la Catechesi. La sua prima esperienza da parroco fu a Mezzoldo, in Alta Valle Brembana: lui, un "ciuccianebbia" (come si autodefinisce) nato e cresciuto tra le nebbie della bassa pianura nebbiosa, si ritrovò immerso in un mondo nuovo e affascinante: la montagna. Camminatore instancabile, dotato di "una bella gamba" fino a pochi anni fa, amava condividere con ragazzi e giovani lunghe camminate: momenti preziosi per educarli alla bellezza di ciò che li circondava, al valore della condivisione e al senso di responsabilità. Zaino a spalle, partiva con gli adolescenti dal Passo di San Marco e percorreva la Via Francigena, lasciando a loro il compito di organizzare percorsi e alloggi, affinché si allenassero all’autonomia e alla cura degli altri.

Col tempo, però, aveva incominciato a vivere anche l’altro volto della montagna: lo spopolamento progressivo, l’insufficienza di servizi anche scolastici, le difficoltà di molte famiglie a restare. Eppure, don Gianni non smise mai di impegnarsi per stare vicino alla sua gente e per contattare le parrocchie della Diocesi: in quel periodo percorreva in media 90-130 chilometri al giorno.

Non si può assolutamente tralasciare che Gerusalemme occupa un posto speciale nel cuore di don Gianni:. Per oltre venticinque anni ha accompagnato gruppi di pellegrini, conoscendo la Terra Santa come pochi. Oggi, sa che Gerusalemme non è più una meta raggiungere come prima, ma è pur sempre un luogo che abita nella sua memoria e alimenta la sua preghiera. "È la metà del mio cuore", confida con la luce negli occhi. Quando, dopo ventun anni di sua presenza come parroco, venne il momento di lasciare la Parrocchia di San Tomaso in Bergamo, lo fece con la pace di chi si affida completamente alla volontà della Chiesa. E quando il Vescovo gli disse: "C’è una piccola parrocchia, quella di Clanezzo», don Gianni obbedì con serenità, accettando senza rimpianti che il suo sogno di tornare a Gerusalemme fosse sostituito da questa nuova missione, in un borgo che aveva visitato di passaggio due o tre volte nel passato. Ed ora: "Prego il Signore che io possa morire parroco qui. Tutti sanno che Gerusalemme resterà sempre il luogo che porto nel cuore, ma il mio corpo e il mio servizio sono per questa comunità che mi è stata affidata".

Chi incontra don Gianni trova un uomo colto, curioso e profondamente umano. Ha il senso della trasmissione di un biblista e una benevolenza che ricorda quella di un nonno affettuoso. Ama condividere “un boccone”, come dice lui, in buona compagnia e con un buon calice di vino, perché Giovanni sa godersi i momenti semplici della vita. Inoltre, è un parroco che sa ascoltare davvero: "Se la comunità preferisce una cosa che non sia contro il Signore, io la accetto e decido che così si faccia. Se va bene, è merito loro. Se va male… so che la colpa è mia: avrei dovuto riflettere meglio io".

A pochi giorni dagli 87 anni, sorprende per la lucidità con cui richiama alla mente tutte le sue conoscenze. Racconta con gusto, evidenzia i particolari, fa rivivere ogni episodio come una scena di un film: le sue storie hanno immagini vive, quasi cinematografiche. Alla mia domanda se voglia lasciare un messaggio a voi, lettori, don Gianni ha risposto senza esitazione: è un messaggio religioso, concreto, accessibile a tutti per costruire ai giorni d’oggi un vero rapporto con il Signore. "Pregare si può ovunque e in ogni momento. Non servono discorsi lunghi: bastano pensieri brevi, parole di invocazione di aiuto o gratitudine, anche solo un 'Grazie, Signore'. Sant’Agostino lo diceva già prima di me: meglio preghiere brevi, ma autentiche. Un pensiero di tre secondi ripetuto cento volte vale più di una preghiera lunga detta senza cuore in chiesa."

Con un sorriso, aggiunge: "Allora, fa tante preghiere brevi… talmente brevi che finiscono prima ancora di cominciare, perché ormai stai pregando tutto il giorno!". Poi si fa più serio: "Gli antichi le chiamavano giaculatorie, piccole frecce lanciate al cielo. Tu hai l’arco, hai la faretra… di tanto in tanto fai un tiro. Ogni freccia si pianta nel cuore del Signore, legata a un filo. E tutti questi fili ti tengono su e ti legano a Lui"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultime Notizie

X
X
linkcross