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Don Sergio e i suoi 25 anni di sacerdozio: "A 20 anni mi innamorai, ma la vocazione era più forte"

Trovarsi in tenera età ad affrontare la scelta di diventare prete comporta una serie di difficoltà. Ne parla don Sergio Carrara, arciprete di Dossena. Un lungo racconto sul tema delle privazioni e delle rinunce.
5 Maggio 2022

Dopo quella dedicata ai sindaci, inauguriamo la nuova rubrica mensile dedicata ai parroci delle nostre valli "Preti (e uomini) di montagna" con don Sergio Carrara, arciprete di Dossena, che si racconta in una lunga intervista ripercorrendo il cammino della sua vita, da prete e da uomo. Una narrazione autobiografica che si apre con la genesi della vocazione e si evolve in una testimonianza sincera sulla vita dedita a Dio, che lascia spazio a riflessioni sul tema della privazione, affrontate in chiave spirituale ma al tempo stesso pragmatica, senza cadere nella banalità di una retorica esclusivamente religiosa.

Nato a Zorzone, frazione di Oltre il Colle, don Sergio festeggerà a maggio i 50 anni, di cui 25 da prete. La vocazione è stata fortemente sentita già in tenera età, quando il piccolo Sergio faceva il chierichetto e quelli furono gli anni in cui capì che avrebbe voluto dedicare la sua vita al Signore: “Quando facevo il chierichetto venivano organizzate una volta al mese le giornate di orientamento vocazionale in seminario. Il mio parroco ci andava portando con sé i bimbi della 5ª elementare, che avrebbero iniziato il cammino in 1ª media. Io, però, volevo andarci già in 3ª elementare e ho pianto molto quando avevo saputo che non era consentito. Alla fine sono riuscito comunque ad andare in 4ª mentendo, infatti alla base della mia vocazione c’è una menzogna” spiega sorridendo don Sergio con il suo caratteristico stile spontaneo e allegro, che prosegue raccontando gli anni del seminario: “Andavo al seminario in Città Alta, dove ho frequentato le medie, le superiori e i 6 anni di teologia, per un totale di 14 anni. Ai miei tempi si poteva rientrare dalla famiglia il weekend. Noi di 1ª media eravamo in 44, di cui solo 8 sono diventati preti. Ma durante ogni anno scolastico qualcuno lasciava e qualcuno arrivava da tutta la diocesi di Bergamo e alla fine abbiamo preso messa in 22 e siamo tutt’ora sparpagliati in giro per la Bergamasca. Sono diventato prete il 31 maggio 1997, all’età di 25 anni”.

Don Sergio continua confessando alcuni retroscena del seminario e opponendosi a certi pregiudizi su di esso: “In seminario si vive insieme, si mangia, si dorme, si studia e si prega sempre insieme. Ma la prima cosa che abbiamo fatto insieme è stata quella di ridere, gli anni del seminario sono stati gli anni della spensieratezza. Mi è capitato di sentirmi dire che quelli che vanno lì subiscono un lavaggio del cervello. Non mi sono mai sentito rispettato nella mia libertà quanto in seminario. I superiori che ci seguivano erano molto intelligenti e competenti, è stata una fortuna. Addirittura loro cercavano di raffreddarti per la paura che qualcuno diventasse prete senza che fosse effettivamente la sua strada, ponevano ostacoli e creavano le difficoltà per vedere se davvero tu eri chiamato a questo compito. L’atteggiamento era l’inclinazione a raffreddare più che a caldeggiare, per la paura che si diventasse prete in modo condizionato”.

"A 20 anni mi innamorai di una ragazza, ma la vocazione era più forte"

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La fisarmonica e il sigaro toscano, due passioni di don Sergio

Il cammino spirituale che conduce ad una vita interamente dedita al Signore è di per sé un percorso lungo e complesso, chi lo intraprende necessita spesso di supporto per affrontarne le insidie. La famiglia, nel caso di Sergio, è stata il sostegno essenziale e imprescindibile per far fronte ad una scelta radicale e accingersi alla vita da prete: “I miei genitori mi hanno sicuramente influenzato e sostenuto. Andavo a messa tutti i giorni, erano molto credenti. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia comprensiva che ha sempre rispettato la mia libertà. Non mi ha mai spinto né per diventare prete né per stare a casa. Essendo la mia una famiglia molto praticante per loro era un onore, ma non tutti hanno questo privilegio”.

Di fondamentale aiuto per prendere la decisione è stato anche il parroco di Zorzone che, con le sue prediche, ha motivato e stimolato Sergio: “Nel mio paese, che era a 13 chilometri da Dossena e aveva 200 abitanti, c’era un parroco molto bravo nel periodo in cui io facevo il chierichetto. Alcune sue frasi mi colpirono particolarmente e mi incentivarono sulla scelta. Sono frasi che ricordo ancora e porto con me, come “non c’è niente di meglio che dare la vita per Dio”, così io capii che una persona può impiegare il suo tempo e le sue energie ad esempio per la propria azienda, ma Dio è l’unico che non passa mai e che rimarrà per sempre”.

È insolito affrontare una scelta di vita ai soli 10 anni e questo ha comportato per Sergio una serie di difficoltà, superate dalla forza della vocazione; difficoltà che variavano lungo il percorso, a seconda dell’età e della maturità con cui venivano fronteggiate, dai dubbi sull’incertezza del futuro all’innamoramento per una ragazza: “Io ho sempre avuto l’idea di diventare prete e in 14 anni di seminario ho avuto forse solo una settimana di dubbi e titubanze. Negli anni delle medie le difficoltà erano la nostalgia di casa e della mamma, lo stare via così tanto mi faceva venire il groppo alla gola, ma la voglia di diventare prete era più forte. Negli anni dell’adolescenza e del liceo le difficoltà erano legate allo studio, che era particolarmente faticoso, tanto che sono arrivato ad essere deperito fisicamente. Attorno ai 20 anni le difficoltà le ho riscontrate sul piano affettivo, infatti mi ero innamorato di una ragazza, ma sapevo che l’innamoramento sarebbe passato; l’idea di dedicare la vita al Signore era ancora più forte e quest’esperienza è servita molto, perché poi la scelta è stata più libera. Ricordo ad esempio che durante il liceo il vescovo di allora Monsignor Giulio Oggioni disse 'non può diventare prete chi non ha seriamente pensato al matrimonio', solo più avanti capii che aveva ragione”.

Il tema della privazione

Il percorso per diventare prete dura tutta la vita e oggi per Sergio i problemi da affrontare sono cambiati: Le difficoltà del presente non riguardano più la scelta, si tratta principalmente di incomprensioni con collaboratori o con la gente, tanto che a volte mi causano insonnia e non dormo la notte” dichiara don Sergio, che continua lasciandosi andare ad una sincera riflessione sul tema delle privazioni: “Spesso quando mi fanno delle domande incontro la parola rinuncia. Naturalmente si pensa subito al sesso, ma adesso faccio un esempio metaforico per far capire che non si tratta di una privazione: supponiamo che una persona abbia fame e gli venga offerto un piatto prelibato, ma poi gli viene detto che se rifiuta potrà recarsi in una stanza piana di cibo illimitato. Diventare prete significa legare il tuo cuore al Signore. Oltre a quella citata prima ci sono altre due frasi che mi hanno spronato e convinto a legare il mio cuore a Dio: “Chi crede in me ha la vita eterna” e così risolsi il problema della morte e “Chi per me rinuncerà a padre, madre, fratelli, sorelle e campi riceverà 100 volte padri, madri, fratelli, sorelle e campi” e affidando il mio destino a Lui ho trovato moltissime persone che ogni giorno mi riempiono di affetto”.

Poi prosegue: “Se una donna ha il potere di riempire il cuore di un uomo, figurati il Creatore. Nelle stesse identiche condizioni di vita qualcuno sta bene e altri male: ad esempio nella routine quotidiana. Essere prete è una vocazione, è una chiamata. Se Lui ti ha chiamato a questo ti ha creato capace di stare bene così, non si tratta di rinuncia. È affascinante poterGli dire “non sono mai stato d’altri che di te”. È Lui che ha scelto noi, che ci è venuto a cercare. “Cuore indiviso per Cristo” è la frase che spiega proprio questo: se è lui che ti chiama alla vita da prete ti rende anche psicologicamente forte e in grado di stare bene in condizioni in cui altri non sopravviverebbero”.

"Il prete non sposato è completamente consegnato alle persone"

Prosegue poi discutendo il complesso tema del matrimonio per i preti: “Alcuni vorrebbero che i preti potessero sposarsi. Ma se tu, prete, non sei sposato allora sei completamente della gente. Ricordo che anni fa ne parlai con i ragazzi delle medie e che mi dissero “se tu avessi figli tuoi io non riuscirei più ad abbracciarti” e questo accadde perché loro intuivano che il fatto di avere dei figli ti allontana un po’ dalla gente, capivano che sarei stato meno loro. Il prete non sposato è completamente consegnato alle persone. Se Gesù è davvero quello di cui parliamo ha tutto il potere di crearti facendoti stare bene pur essendo completamente suo anche nel fisico. Io guardo le donne e ne riconosco la bellezza, non sono disincarnato. Ma non vivo la loro assenza nella mia vita come una mancanza o una rinuncia”.

Questa lunga narrazione si conclude con un’importante riflessione: “Un altro rilevante argomento è il fatto che si può diventare prete solo dopo essere diventato uomo e aver risolto una crescita affettiva, aver condotto una vita serena maturando e sviluppando le dimensioni della propria personalità. Anche i preti, come tutti, sono per strada, che è ciò che mi accomuna anche ai giovani. Stiamo crescendo, col tempo si matura e si ha più consapevolezza del rapporto con se stessi e con gli altri”.

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Commenti:
  1. Le parole di Don Carrara sono illuminanti.
    Da quando ho scoperto su youtube le Messe che trasmette da Dossena ogni giorno, mi è difficile seguire le omelie di altri celebranti con lo stesso interesse. Mi conforta e mi aiuta molto il suo modo di esporre la Parola. Gli ogni bene e prego per lui.

  2. Bellissimo articolo. Mentre lo leggevo mi sono commossa. Conosco Don Sergio anche se non sono della zona. Rendo grazie al Signore del dono dei Santi Sacerdoti. E ogni giorno prego per loro.
    Ciao

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