Dopo il liceo sceglie i formaggi: Pietro Milesi, il casaro 23enne di Piazza Brembana

La grande tradizione bergamasca come obiettivo, un lavoro che diventa recupero del territorio e del suo sapere. Pietro Milesi, a soli 23 anni, pratica un mestiere antico e affascinante: quello del casaro.
30 Giugno 2026

La grande tradizione bergamasca come obiettivo, un lavoro che diventa recupero del territorio e del suo sapere. Pietro Milesi, a soli 23 anni, pratica un mestiere antico e affascinante: quello del casaro. “Io sono di Piazza Brembana e lavoro per la Latteria sociale di Valtorta. Ho iniziato qui perché volevo fare qualcosa di nuovo. Ho studiato al liceo scientifico - racconta  - ma all’università non ho trovato un indirizzo che facesse per me. Ho lasciato gli studi e, tramite mio cugino, ho provato a lavorare alla latteria, ormai tre anni fa”.

Oggi, Pietro può dire che la sua scelta è stata quella giusta. “È un tipo di lavoro che mi piace, siamo una piccola azienda quindi facciamo di tutto, dalla raccolta del latte alla caseificazione alla vendita. Infatti, abbiamo anche uno spaccio agricolo in cui facciamo vendita diretta oppure ai fornitori all’ingrosso. Seguiamo tutto il processo, dalla lavorazione in poi. Copriamo 9 aziende localizzate tutte in alta Valle Brembana, da Camerata a Moio, Olmo e ben quattro qui a Valtorta. Siamo organizzati per eseguire consegne autonomamente con un furgone anche a privati oppure a rivendite o ristoranti, ma facciamo anche spedizione con corriere refrigerato all’estero, cerchiamo di soddisfare un po’ tutti”.

Dalle parole di Pietro è chiaro un fatto: la domanda è alta, specie per formaggi particolari. “C’è richiesta, soprattutto per i prodotti di nicchia. Noi produciamo due formaggi unici nel loro genere, sono presidio Slow Food e portano avanti la tradizione. Sono l’Agrì di Valtorta, che facciamo solo noi, e lo Stracchino all’antica. Chi li conosce sa bene il progetto che sta dietro alla loro produzione”. Non si tratta infatti solo di lavoro manuale, che pure è importante. “Per ogni formaggio c’è dello studio, facciamo tanto lavoro artigianale; quindi, la rivendita inizia ad essere destinata ad un settore medio alto. Magari sulla carta è anche un lavoro semplice, ma c’è un mondo interessante da capire e da definire. Produciamo anche il Formai de Mut dell’Alta Valle Brembana DOP, riconosciuto a livello nazionale nel ’97”.

Insomma, una vera eccellenza di cui Pietro fa parte e che lo ha cambiato nel corso del tempo. “Noi siamo andati a fare ricerca nel nostro patrimonio caseario, Bergamo e le valli hanno un’enorme diversità di lavorazione casearie, proviamo a valorizzarle e a portarle avanti. Quando ho iniziato, ne conoscevo solo una parte, poi mi sono appassionato personalmente: a me è sempre piaciuto lavorare in alta montagna, ci si fa una cultura partendo soprattutto dai colleghi, che mi hanno insegnato questa arte”.

La soddisfazione è tanta: “Un altro aspetto che mi piace è avere il ritorno da parte della gente, noi vendiamo il prodotto e quindi abbiamo un riscontro da parte dei clienti” . Ma non è tutto rose e fiori: “Ovviamente, lavorare in alta montagna non è sempre facile, bisogna coprire distanze lunghe, anche solo se abbiamo bisogno di qualcosa. Non esistono giorni di riposo, anche durante le festività, noi siamo in sei quindi ruotiamo su turni anche sui weekend. È anche faticoso manualmente, ma dà tante soddisfazioni”.

La giovane età di Pietro ci aiuta anche a capire come i ragazzi della sua generazione vedano questo tipo di mestiere. “In realtà, è un tipo di lavoro che affascina, ma che in tanti non scelgono: la maggior parte dei miei coetanei si sposta verso Bergamo per lavorare, mentre le opportunità potrebbero esserci qua. L’interesse c’è e credo che questo tipo di discorso sia interessante, anche per tutto il contesto vallare. Grazie a realtà come la nostra, la Valle Brembana potrebbe rivivere dal punto di vista del turismo. Il Formai de Mut, ad esempio, può essere realizzato solo in Alta Valle, quindi attraverso i prodotti si può presentare il territorio” spiega.

È proprio per questo che il giovane casaro guarda avanti con ottimismo. “Nel futuro ci sono tante sfide, non è facile capire come proseguirà questo settore, ma io vedo maggiore attenzione per queste realtà. Sono dell’idea che noi, gente di montagna, sappiamo come aiutarci per migliorare e andare avanti. C’è comunque tanto lavoro da fare per riscoprire un senso di appartenenza alle nostre zone, noi proviamo a far sì che le persone restino e che le latterie siano giustamente ricompensate: è una catena di tanti fattori, personalmente sono fiducioso”.

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