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La (durissima) vita dei bambini-pastore sugli alpeggi della Val Brembana

Nelle società rurali i bambini hanno sempre contribuito, per quanto possibile e a seconda dell’età (che poteva essere anche molto precoce), al conseguimento del reddito famigliare.
31 Maggio 2022

Articolo estratto da "Quaderni Brembani n.20" e scritto da Gianpiero Crotti. 

Nelle società rurali i bambini hanno sempre contribuito, per quanto possibile e a seconda dell’età (che poteva essere anche molto precoce), al conseguimento del reddito famigliare. Seppure non scevra da rischi e conseguenze negative per la salute, era una situazione condivisa con tutti i congiunti, grandi e piccoli e, in qualche modo, mitigata dalla loro presenza e comunque sopportata e conseguentemente accettata come ineluttabile necessità. Le condizioni di estrema povertà dei mezzadri, dei braccianti e delle popolazioni delle montagne non permettevano braccia o anche “piccole braccia” inattive. Il concorrere al reddito famigliare era percepito, fin dalla prima infanzia, come un dovere al quale nessuno dei membri si sarebbe mai sognato di sottrarsi [...].

La sveglia del pastorello era data verso le 4-4,30. Il pastorello accompagnava il famèi per la prima mungitura delle vacche (in alcune zone della media Valle ed in Val Taleggio il termine famèi è però usato per indicare direttamente il pastorello). A seconda della zona del pascolo utilizzata, si camminava anche più di mezz’ora, in qualsiasi condizione di tempo, nella luce incerta dell’alba. Il bocia, non ancora in grado di mungere, era incaricato di “preparare”, manipolandole, le mammelle delle vacche, per facilitarne e velocizzarne la mungitura al famèi. Doveva custodire i secchi pieni di latte in attesa di portarli alla casera, due alla volta, con il basol, ed erano secchi da 20 litri circa ciascuno. Dopo una veloce colazione, qualcuno doveva condurre l’asino a caricare la legna per gli usi della casera, legna tagliata e accatastata l’anno precedente (si consideri che i boschi da taglio erano decisamente più bassi dei pascoli). Il bocia raggiungeva di nuovo la mandria per controllarne il pascolo.

Fino agli anni ’60-‘70 non era ancora utilizzato il recinto elettrico e quindi occorreva mantenere le bestie nel posto assegnato, controllandone i movimenti per ore e ore in solitudine, affinché non si spostassero in altri pascoli. I cani aiutavano, ma fino ad un certo punto. Il rischio era che, mal gestiti, spaventassero troppo le bestie e queste fuggendo si procurassero ferite. Di notte, però, erano insostituibili, con la loro abilità di raggiungere ogni animale che si allontanasse dalla mandria e farlo rientrare! Verso mezzogiorno c’era l’abbeverata alla pozza. Occorreva fare molta attenzione affinché le bestie non entrassero con le quattro zampe e sporcassero l’acqua che non sarebbe più stata bevuta dal resto della mandria. Da una pietra posta al centro della pozza o dal bordo della stessa, con lunghi bastoni, il pastorello disciplinava quindi l’accesso all’abbeverata.

Durante la successiva fase di rumine, espletata la corvée del trasporto del pasto al famèi e dopo il veloce pranzo, ci sarebbe stato il tempo per riposarsi, ma c’erano i sentieri e i pascoli da liberare dai sassi, le mügnaghe (fiori spinosi commestibili quando secchi) da falciare in anticipo, piccole manutenzioni da fare alla baita e, nel caso di estati calde, raccontano i fratelli Monaci che avevano la casera vicino alla diga del Fregabolgia, salire con secchi al passo della Portula a raccogliere neve per tenere fresco il locale dei formaggi.

Di nuovo al pascolo e, verso le 16-17 pronti per la seconda mungitura, con le stesse mansioni e procedure del mattino. Dopo di che, ancora pascolo e quindi, dopo la cena, finita la seconda cagliatura (ormai erano arrivate le 21-22) a dormire. Per i pastorelli in alpeggio c’erano due modi di dormire. In baita, nella promiscuità già descritta, aggiungendo che, a causa della cagliatura fatta a fuoco vivo e dell’assenza di camini, il locale era sempre pieno di fumo e in particolare la parte superiore, sotto il tetto, dove era ricavato il paier per il riposo notturno. La seconda “opportunità” era dormire all’aperto, a guardia della mandria, con il giaciglio ricavato in un avvallamento del terreno, nécia, che veniva rivestita con sassi, quindi riempita con il brüc (erica) e infine svolgendo sopra pelli di pecora. Il pastorello si sdraiava sul quel “letto” e si copriva con il pastrano e un telo impermeabile che, in caso di pioggia, dopo qualche ora, cominciava però a filtrare l’acqua. In quel caso si apriva anche l’ombrello fino a che la pioggia cominciava a «scorrere sotto il culo». Verso la Valtorta, Mezzoldo e la val Taleggio si usava anche la bena, sorta di cassa di legno con aperture sui lati, appena sufficiente per ospitare e proteggere il pastore dalle intemperie notturne, che già a settembre, a quelle altitudini, si facevano sentire.

La vita in alpeggio diventava complicata e pesante in caso di cattivo tempo. Il pastorello doveva eseguire i suoi compiti sotto la pioggia o la grandine, con vestiti non idonei, usando un ombrello e un pastrano tipo militare (le mantelline di gomma sarebbero state fornite poi da ENPMF, Ente nazionale per la protezione morale del fanciullo ). In caso di temporali particolarmente violenti, doveva essere in grado, opponendosi anche fisicamente, di bloccare la fuga delle mucche e dei vitelli che, impazzendo dalla paura, correvano senza meta, a occhi chiusi, porgendo le terga al vento, con il grave rischio che si azzoppassero o cadessero in qualche dirupo. “Quando si vedevano i lampi, si incominciava a prepararsi... qua ci siamo... quando arrivava la grandine, sentivi come il fruscio, la sentivi in lontananza che stava arrivando... in un attimo tutto era bianco e faceva freddo. Quando eri fuori di notte, imparavi a scegliere un sasso che poteva darti un po’ di riparo. Ti rannicchiavi lì, mezzo umido, le coperte già bagnate e stavi lì. Una mattina mi ero sentito un peso sulle spalle: pota era neve, di notte aveva nevicato!». Questi bambini erano anche capaci di lasciarsi però incantare dalla bellezza della montagna. Sebastiano Monaci ricorda che: «...di notte il cielo stellato era una meraviglia, noi chiamavamo il pascolo: l’albergo delle stelle... di giorno, ogni tanto, passava un aereo e noi stavamo tutti col naso all’insù, a guardarlo...».

Foto: ASBg

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