''RSA bergamasche a rischio chiusura'': il grido d'allarme dei sindacati

Redazione 09/03/2021 0 commenti

Nelle ultime ore i rappresentanti delle case di riposo della provincia di Bergamo hanno lanciato congiuntamente un grido d’allarme in merito alla situazione economico-finanziaria non più sostenibile del sistema delle RSA. I sindacati dei pensionati SPI-CGIL, FNP-CISL e UILP-UIL provinciali raccolgono e rilanciano quell’appello.

“Il problema del finanziamento delle RSA da parte di Regione Lombardia, per la parte che riguarda la spesa sanitaria, è un problema ormai ventennale. La normativa nazionale prevede infatti che tale quota debba rappresentare il 50% del costo totale, ma la Regione Lombardia è sempre rimasta abbondantemente al di sotto di questa soglia. Negli anni si sono ripetute sollecitazioni, manifestazioni e anche vere e proprie vertenze sindacali che, pur avendo ottenuto parziali risultati come gli accordi sul voucher per le prime classi SOSIA, non hanno tuttavia risolto il sostanziale sottofinanziamento strutturale delle RSA da parte della Regione.

A questa già difficile situazione si aggiunge quando accaduto in questo ultimo anno in cui, nella confusione e nel panico delle prime settimane di pandemia, la nostra società ‘ha accettato’ che le persone anziane e fragili fossero in qualche modo ‘sacrificabili’ rispetto a un fenomeno che non si riusciva a gestire. Nell’ultimo anno, a perdere la vita a causa del Covid sono stati circa 2.000 ospiti delle RSA della provincia di Bergamo, circa un terzo dell’intera loro popolazione. 

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Dal crudo punto di vista economico questo ha rappresentato per quelle amministrazioni una notevole perdita di introiti per l’impossibilità di riscuotere le rette delle persone decedute, inoltre l’impossibilità di permettere nuovi ingressi ha impedito per buona parte dello scorso anno, e parzialmente anche oggi, di poter recuperare quelle cifre. A questo si devono aggiungere i maggiori costi sanitari per gli adeguamenti strutturali e le protezioni individuali. Non è quindi difficile immaginare il disagio economico di queste strutture in questo particolare momento.

La Regione Lombardia spiega che, ‘bontà sua’, ha mantenuto la copertura sanitaria per il totale dei posti letto ante pandemia quindi anche di quelli lasciati vuoti dalle persone decedute e non sostituiti per mesi da nuovi ingressi. Per quanto riguarda i costi dei DPI già lo scorso anno il presidente Fontana aveva dichiarato che le RSA rappresentano datori di lavoro privati e a loro compete il costo e l’onere dell’approvvigionamento degli stessi.

Per la Regione quindi assolvere al finanziamento della parte sanitaria è assolvere in toto l’obbligo di sostenere il sistema delle RSA. Per quanto riguarda le mancate rette non si prevedono i ‘ristori’ che sono stati previsti per tutti gli altri settori. Le RSA per provvedimenti nazionali e regionali hanno dovuto ridurre le loro attività e per questo dovrebbero essere sostenute anche per la parte delle rette non riscosse, almeno per il periodo in cui è stato impossibile ammettere nuovi utenti.

Le RSA sono il luogo fisico in cui molte persone fragili e anziane trascorrono la parte finale della loro vita. Strutture solide ed economicamente stabili consentono a queste persone di vivere in luoghi attrezzati, funzionali e spesso belli, usufruendo di cure adeguate. Si ristora qualunque settore produttivo e qualunque categoria professionale e si dimentica il più grande e antico patrimonio di assistenza della nostra comunità.

SPI-CGIL, FNP-CISL e  UILP-UIL sono a fianco delle RSA contro l’ennesimo esempio di miopia e approssimazione di Regione Lombardia. Occorre però precisare: il ventilato rincaro delle rette 10/12 euro giornalieri (oltre 300 mensili), denominato dai responsabili delle case di riposo ‘Tariffa Moratti/Fontana’, può essere un estremo grido per farsi ascoltare, non deve essere una minaccia perché in questo caso i minacciati sarebbero gli ospiti e i loro familiari. Non possiamo accettare una tale ipotesi in cui a pagare siano ancora gli ultimi”.

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