La stalla, silenzioso simbolo del Natale: dove ogni anno si rinnova il miracolo

La stalla quale piedistallo e fondamenta della stella, base necessaria per garantire stabilità e significanza: i luoghi del lavoro e dell’incontro, di una quotidiana frequentazione tra persone e animali.
21 Dicembre 2025

Il significato dell’espressione “dalle stelle alle stalle” è noto a tutti, cioè il passare rapidamente, e in modo traumatico, da una condizione di prosperità e di benessere, nonché di felicità, a una radicalmente opposta, caratterizzata da povertà, indigenza e fallimento. Un percorso di caduta e di abbassamento, un esodo e un confino, un destino di progressivo allontanamento dai propri sogni e desideri. Il desiderio, tuttavia, nel suo significato etimologico, testimonia e racconta di un’antropologia, e di una storia, situata perennemente in un limbo tra cielo e terra, scavando uno iato incolmabile tra aspettative e realtà: la natura del desiderare, infatti, si tinge di attese e di speranze, di luci distanti e prossime, di tempi inseriti in un fluire eterno e incommensurabile. Le stelle brillano e orientano l’umana specie, suscitando timori e tremori, curiosità e fantasie, avvertite come remote e irraggiungibili: una bellezza terribile da contemplarsi e da studiare, ma ultimamente inaccessibile e misteriosa.

Il Natale, tuttavia, esibisce graziosamente una forza rappresentativa, in grado di ridurre visivamente la distanza, mediante il valore artistico e culturale dei suoi simboli, in modo particolare attraverso la realizzazione della Natività. Dedicare tempo e cura all’allestimento del presepe, scegliendo i materiali e i colori, posizionando una stella in prossimità di un luogo umile e intimo, privato e sconosciuto, rischiarando un angolo periferico e apparentemente marginale di ogni epoca e vissuto: una grotta o una stalla chiamate a divenire arche vive e attuali di un’umanità differente, luoghi di accoglienza e di edificazione, nel gelo della notte, nella fatica dell’esistenza. La stella abbraccia e sceglie liberamente, lasciandosi guidare da una volontà tanto divina quanto umana, il luogo ove esplicitare ed emanare senso e calore, accarezzando particolarmente i territori di montagna, i loro sentieri, le dimore in pietra, i rifugi per le bestie assonnate durante l’arido inverno.

La stalla quale piedistallo e fondamenta della stella, base necessaria per garantire stabilità e significanza: i luoghi del lavoro e dell’incontro, di una quotidiana frequentazione tra persone e animali, quali radici di un’identità orgogliosa, laica e religiosa, feriale e festiva, autentica in quanto radicata e trasmessa di generazione in generazione. Le stalle della Valle Imagna e della Valle Brembana (stale e stalì), prevalentemente “di piccole e medie dimensioni”, punteggiano e puntellano l’intero “panorama agricolo-montano”, testimoniando da secoli un protagonismo umano “diffus[o] e attiv[o] anche nelle aree più distanti dagli abitanti, e del conseguente lavoro” (Genti, contrade e soprannomi di Valle Imagna. La stala e la cà, a cura di A. Carminati, Centro Studi Valle Imagna, Bergamo, 2001, pag. 151). Strutture spesso “a ridosso del bosco”, protese alla ricerca dei raggi solari, manufatti rurali ove “custodi[re] […] gelosamente, quasi in modo ossessivo, le proprie cose, manifestando la radicata tendenza a possedere” e a raggiungere “un motivo di prestigio di fronte a tutta la comunità” (Ivi, pag. 152).

Mura e pareti funzionali al lavoro e alle differenti attività, necessarie per ovviare alle criticità degli spostamenti (“le vie di accesso ai fondi, costituite da sentieri e mulattiere, erano difficoltose, poco proponibili e adeguate, mentre i terreni si trovavano anche notevolmente distanti tra loro”), stazioni ideali per lo “stallaggio, [il] deposito dei frutti prodotti […] e degli attrezzi agricoli, nonché [per il] ricovero [del] contadino [stesso]” (Ivi, pp. 154-155). Il possesso di una stalla, di codesta “rustica costruzione”, rappresentava motivo di orgoglio per la famiglia o il singolo proprietario, ma non si accompagnava all’acquisizione o alla rivendicazione di una particolare agiatezza economica: l’edificio “rispondeva prevalentemente all’esigenza di favorire un necessario supporto alle attività agricole del campo e del prato”, pur non sopperendo alla “limitatezza dei mezzi rispetto ai fini e [alla] scarsità dei beni rispetto ai bisogni” (Ibidem).

Questi minuti e tipici fabbricati del territorio valdimagnino realizzavano, pertanto, sin dalla posa della loro prima pietra, una sintesi felice e originale di orgoglio e umiltà, fatica e ristoro, lavoro e festa, poggianti su “materiale selezionato e sagomato”, ricavato dallo scavo preliminare: “Si ricercava dunque un terreno compatto, possibilmente presso una vena di roccia stratificata: oltre alla maggior stabilità dell’edificio, lo scavo per le fondamenta avrebbe offerto almeno una parte delle pietre, sempre necessarie e quindi ricercate per le murature.

Tale materiale […] sarebbe innanzitutto servito per le strutture portanti e per il tetto; invece dal pietrisco si ricavava la gèra e il materiale meno adatto poteva servire per ottenere la calce. Detta sostanza, indispensabile quale elemento legante per la pride dei muri perimetrali o per intonacare i muri e imbiancare le pareti, veniva prodotta localmente nelle calchère. Si trattava di fornaci, appositamente costruite, disseminate un po’ su tutto il territorio e destinate alcune a divenire punti di riferimento per individuare località specifiche” (Ivi, pp. 155-157).

Il grazioso miracolo si rinnova ogni anno, adagiandosi delicatamente, e rispettosamente, nel cuore della terra, in una piccola mangiatoia, in una stalla, in una grotta, nell’affaccendarsi quotidiano delle genti, tra pensieri e preoccupazioni, riconoscendone il valore e la dignità: uomini e donne, infanti e vegliardi, stranieri e vicini, creature senzienti e materia inanimata, polvere di stelle ai piedi dell’Altissimo.

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Commenti:
  1. verissimo, gli stallini, di Valsecca, fino alla Passata, ogni famiglia ne possedeva uno. quanto lavoro, fatiche x portare le mucche ai pascoli alti, x avere latte e burro di qualità e formagella.
    Lo stali dol Gusto Buffoni Francesco Giuseppe, dei Tinti, degli Invernizzi, dei Capelecc. dei Ferecc,. ognuno con la sorgentina d' Acqua fresca sgorgare a catenella .🌠🧑‍🎄✨✨🏞️

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