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"Papa Giovanni azienda ospedaliera, ma ASST Bergamo Est non potrà gestire Bergamo e Val Brembana"

Nel confronto aperto sulla trasformazione dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo da ASST ad azienda ospedaliera, ecco l’intervento unitario delle segreterie di CGIL, CISL e UIL provinciali che si sono espresse attraverso questa nota condivisa.
25 Gennaio 2022

Nel confronto aperto sulla trasformazione dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo da ASST ad azienda ospedaliera, ecco l’intervento unitario delle segreterie di CGIL, CISL e UIL provinciali che si sono espresse attraverso questa nota condivisa.

La creazione delle ASST (Aziende Socio Sanitarie Territoriali) si pensava potesse avvicinare Ospedali e Servizi Territoriali e Sociosanitari ma bisogna francamente ammettere che non è andata così. Per tutti gli ospedali, e non solo per il Papa Giovanni, è stato molto difficile riuscire a gestire contemporaneamente i due settori; a farne le spese sono stati soprattutto i servizi territoriali anche perché la “Riforma” lasciava molti spazi di ambiguità e incertezza sulle competenze.

Ora, con la nuova legge regionale 22, che modifica la riforma del 2015, le difficoltà sono destinate ad aumentare notevolmente perché alle direzioni delle ASST si aggiungono compiti importanti e indubbiamente assai gravosi sotto il profilo gestionale: non solo far partire i nuovi dipartimenti di prevenzione (che avremmo preferito non venissero spezzettati tra ATS e ASST), ma anche la gestione dei medici di medicina generale e dei pediatri. A tutto ciò si somma la responsabilità di cooperare all’attuazione delle importanti misure previste e finanziate dall’Europa col PNRR (Case della Comunità e Ospedali della Comunità) in un contesto in cui i Comuni e il loro Consiglio di Rappresentanza escono indeboliti dalla Legge regionale 22, mentre ci sarebbe stato bisogno di un potenziamento del loro ruolo proprio per gestire la fase di avvio della nuova sanità territoriale. Su questi temi, sia Cgil Cisl Uil che i Comuni, attraverso l’ANCI, hanno avanzato, in tempi non sospetti, delle proposte che però non hanno trovato ascolto.

Tutte le tre ASST bergamasche si troveranno ora in obiettive difficoltà ad affrontare queste sfide, ma maggiori saranno le difficoltà per l’ASST Papa Giovanni perché in questa struttura hanno maggior spazio le attività di ricovero, ambulatoriali e di ricerca previste dalle norme per le “aziende ospedaliere di rilievo nazionale”, attività molto impegnative e più difficilmente conciliabili con le altre responsabilità.

A ciò si aggiunga che, fin dall’inizio della discussione sul profilo da dare al “Nuovo Ospedale” di Bergamo, come Cgil Cisl Uil ci esprimemmo perché il Papa Giovanni conservasse sia “alta specialità” che “attività di base” proprio per dare una risposta completa ai bisogni della popolazione. Del resto, le difficoltà create dalla vicenda COVID hanno posto la parola fine alle ipotesi di modelli ospedalieri piccoli e super specialistici, non in grado di gestire con flessibilità le emergenze, diversamente da quanto fatto dai nostri ospedali e in particolare dal Papa Giovanni.

Ma se il Papa Giovanni diventa Azienda Ospedaliera, come chiediamo, e torna concentrarsi sui ricoveri, sulla specialistica e sulla ricerca, resta il problema di mettere in grado le due ASST, la Est e la Ovest, di gestire bene sia gli attuali che i nuovi compiti. Soprattutto sarà l’ASST Bergamo Est (con ben 7 presidi ospedalieri e altrettanti distretti) a trovarsi in difficoltà nel conciliare l’attività di ricovero con l’attività sociosanitaria in un territorio così vasto. Riteniamo non percorribile l’ipotesi che questa Azienda possa prendere in gestione anche Bergamo se non anche la Valle Brembana, anche in considerazione delle difficoltà organizzative che registriamo già ora in questa ASST. Sembra più realistico mantenere le tre ASST attuali, scorporando la sola attività ospedaliera del Papa Giovanni divenuto Azienda Ospedaliera.

Se va garantita la qualità per tutte le attività di ricovero, va assicurata altresì la qualità dei servizi sociosanitari: l’assistenza domiciliare, le strutture diurne e residenziali per gli anziani e per la disabilità, l’elevata integrazione con le politiche sociali dei Comuni, tutte attività che richiedono un grande sforzo e che devono trovare maggior ascolto e maggior sostegno rispetto a quanto fatto fino ad ora da parte di Regione Lombardia.

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