È arrivato davvero l’autunno, non solo perché dopo il 23 settembre di quest’anno, in occasione dell’equinozio, la stagione è cambiata secondo il calendario astronomico. E’ arrivato l’autunno perché finalmente le temperature anomale che ci hanno accompagnato da giugno fino a pochi giorni fa sono sparite; “finalmente”, per il semplice fatto che davvero abbiamo vissuto la stagione calda più eccessiva a nostra memoria!
Sì, siamo effettivamente reduci dalla stagione più calda mai registrata e tali condizioni non sembrano essere state una eccezione che non tornerà; gli scienziati che si occupano di “climate change” infatti ci presentano scenari (che ci erano stati in qualche maniera predetti, peraltro…ma non è questa la sede per parlarne) tutt’altro che confortanti: quella appena trascorsa è stata un’estate con condizioni ambientali cui dobbiamo forzatamente imparare a fare i conti, sperando non siano destinate a peggiorare troppo.
Ma come si fa a “fare i conti” con condizioni ambientali disagevoli? Come possiamo adattarci e trovare comfort se il corpo ci trasmette segnali tutt’altro che piacevoli? Siamo in grado di trovare quella che si definisce “omeostasi”, ovvero un buon equilibrio psico-fisico all’interno del quale stare bene, dentro un contesto ambientale nuovo e certamente non facile? Esiste un limite oltre il quale le capacità di adattamento dell’organismo umano non possono spingersi? Quanta parte ha la forza di volontà e qual è il limite dinanzi al quale fermarsi? Quanto ha senso “spingersi” oltre la naturale tendenza a non cambiare, restando ancorati alle abitudini consolidate? Sembra, questo, un discorso filosofico, ma in realtà ha una solidissima base nella realtà biologica del nostro organismo. Sono tutte domande che aprono il campo a valutazioni essenziali per capire cosa fare quando ci troviamo a dover fronteggiare condizioni ambientali sfidanti.
Partirei con un concetto essenziale: il corpo umano ha capacità di adattamento all’ambiente circostante che consentono agli individui di sopravvivere con il minor disagio possibile al cambiare delle condizioni esterne. Può sembrare un concetto banale, dato che tutti noi diamo per scontato di poter restare nella nostra casa, nel nostro paese, nel nostro ambiente lungo l’arco dell’anno in ogni anno nella nostra vita, nonostante alle nostre latitudini ci sia un’evidente e marcata escursione termica nelle diverse stagioni.
“D’estate fa caldo e d’inverno fa freddo”. Si dice così, e noi a questo siamo “abituati”. Ecco, è questa la chiave interpretativa: generare abitudine, ovvero “istruire” il nostro corpo a modulare le diverse funzioni in modo da stare bene, o, quanto meno, meglio possibile indipendentemente dalle condizioni esterne: un esempio intuitivo è il fenomeno della sudorazione nei periodi caldi per abbassare la temperatura corporea e riportare il corpo nelle condizioni ideali. Nella stessa maniera funzionano alcuni processi metabolici che si adattano alle richieste dell’organismo che mutano in ragione delle condizioni esterne: in condizioni di freddo estremo, il corpo, regolato da centraline fisiologiche, dovrà bruciare più calorie per evitare che l’abbassamento della temperatura esterna possa ripercuotersi all’interno; al contrario, quando si vive in ambienti estremamente caldi, il metabolismo interno si rallenterà.
In altri casi, invece, le reazioni del nostro corpo conseguenti alle condizioni esterne si traducono in meccanismi di adeguamento i cui effetti per l’individuo sono tutt’altro che positivi. L’esempio più noto ed eclatante è quello dell’effetto del caldo sulla circolazione sanguigna: l’aumento delle temperature provoca come conseguenza diretta un effetto vasodilatatorio, con ripercussioni sia a livello di pressione che di microcircolo periferico:
- La vasodilatazione è uno dei meccanismi di compensazione fisiologica con cui il corpo risponde all’aumento della pressione nel circolo sanguigno: durante uno sforzo fisico, il corpo richiede al cuore un incremento di nutrimento; il sistema circolatorio “risponde” pompando una maggior quantità di sangue nel circolo diretto alla periferia con conseguente aumento (transitorio, benigno, fisiologico) della pressione; per evitare di sottoporre il cuore ad uno sforzo eccessivo, l’organismo mette in atto un sistema di compensazione, che è appunto la vasodilatazione con abbassamento della pressione e quindi dello sforzo che il cuore deve compiere nell’esercizio delle sue funzioni; una delle conseguenze più visibili è il colorito dell’incarnato che diventa rosso fino ad essere paonazzo! Tutto questo avviene normalmente ed è un effetto compensatorio benigno. Se tuttavia la vasodilatazione si prolunga nel tempo, a causa per esempio di una prolungata esposizione a temperature molto alte, l’individuo è costretto a dover convivere con un livello della pressione arteriosa cui il corpo non è abituato (ecco che torna il concetto di “abituarsi”): aumenta la fatica, aumento il senso di spaesamento (il sangue per arrivare alla testa deve risalire contro la forza di gravità, se la pressione si abbassa, si abbassa anche la spinta propulsiva, per cui il nutrimento cerebrale diminuisce) e aumento il rischio di svenimenti, che di per sé sono benigni, ma, stante l’impossibilità di prevedere gli effetti delle cadute conseguenti, possono portare danni collaterali piuttosto pesanti.
- A seguito di prolungata esposizione a temperature alte, quasi tutti tendiamo a sperimentare un fastidioso effetto di rigonfiamento degli arti inferiori: il sangue giunge alle estremità inferiori del nostro corpo facilmente, sotto la spinta del cuore e facilitato dalla forza di gravità, ma per risalire verso il cuore nel processo di ritorno, deve essere spinto da una forza propulsiva cui concorre la tonicità muscolare delle pareti dei vasi sanguigni; se, a causa del caldo eccessivo, questa tonicità muscolare risulta compromessa (le pareti muscolari si rilasciano e i vasi si dilatano), il ritorno venoso dalle estremità inferiori risulta meno efficace. Risultato: le gambe si gonfiano, il che di per sé non è un effetto grave a meno che non si protragga nel tempo e non ci sia una pericolosa tendenza alla formazione di trombi e coaguli, il che porterebbe a potenziali rischi gravi per l’individuo.
Questo effetto vasodilatatorio indotto dal caldo è un caso molto diffuso e, data la stagione estremamente calda da cui siamo reduci, credo che gli effetti siano qualcosa di molto ben chiaro e molto chiaramente scolpito nella memoria recente per la maggior parte di noi. Tra l’altro, per lo stesso meccanismo di trasudazione cutanea cui facevamo riferimento poc’anzi, l’organismo esposto alle alte temperature va incontro al rischio di uno stato di disidratazione, con perdita di liquidi ma anche di Sali minerali: se da un lato questo porta ad una aumentata incidenza di crampi muscolari, dall’altro provoca un effetto molto pericoloso, in particolare nelle persone anziane, sulle funzionalità cerebrali.
Giova a questo punto sottolineare due elementi di distinzione che ritengo essenziali: quanto a lungo dobbiamo fronteggiare una condizione disagevole e differente rispetto a quella cui siamo abituati, quella in cui il nostro organismo si trova in stato di comfort, e quanto il dis-comfort che la nuova condizione genera in noi investe la sfera emotiva e psicologica e quanto quella fisica.
Abbiamo parlato di “abitudine”, di “istruire” il nostro organismo: secondo questo concetto, in linea teorica, più a lungo e più stabilmente dovremo vivere in un nuovo contesto, e maggiore sarà la probabilità di riuscire ad adattarsi nel tempo; è purtuttavia vero anche un altro aspetto: se le nuove e diverse condizioni ambientali, quelle che ci tolgono dalla zona comfort in cui il nostro corpo vive la sua “omeostasi” (ovvero, in parole semplici, la condizione in cui sta bene e in equilibrio), generano effetti fortemente disagevoli, più lunga sarà l’esposizione e più marcato sarà il dis-comfort conseguente. Per capirci, tornando all’esempio precedente dell’effetto sulla pressione sanguigna: se vivere in un ambiente con temperature costantemente superiori ai 30 gradi porta ad un individuo un marcato stato ipotensivo con evidente sintomatologia di disagio e malessere, non è detto che l’organismo trovi le risorse per adattarsi; esiste un rischio, percentualmente non stimabile, che al di sopra di una certa soglia alcuni individui non riescano a ritrovare la sensazione di benessere e la loro pressione resti costantemente troppo bassa, con i potenziali effetti avversi già descritti.
A questo quadro prettamente “fisico”, si abbina inoltre la questione legata alla sfera psicologica: in taluni casi si assisterà a una sorta di resa dinanzi al disagio fisico (“se fa così caldo, non ho nessuna voglia di fare questo o quest’altro”), mentre in altri, in direzione diametralmente opposta, assisteremo a un rifiuto di arrendersi e piegarsi alle condizioni disagevoli (“non mi interessa se ci sono 40 gradi, voglio fare questa cosa e la faccio!”). Probabilmente la soluzione più logica sta in mezzo tra i due estremi: non si può forzare il proprio corpo disinteressandosi degli effetti che le condizioni ambientali possono generare, ma non si può nemmeno pretendere di vivere la quotidianità solo a patto che le condizioni siano quelle ideali se questo non è “ambientalmente” possibile.
Il discorso qui si fa complesso ed esce dalla sfera di competenza stretta della materia sanitaria. Il messaggio che forse è importante considerare è: andare avanti, ma con gradualità ed ascoltando i segnali che il corpo rimanda, cercando, per quel che è possibile, di non amplificarli ma nemmeno tacitarli. La gradualità è la sola condizione che può consentirci di trovare un adattamento da cui consegua un comfort migliore possibile.
In seguito a queste considerazioni, emerge un quadro molto chiaro: l’organismo ha la capacità di adattarsi all’ambiente e alle condizioni climatiche che via via si presentano, ma questo adattamento richiede un tempo e una progressiva gradualità per evitare che lo shock susseguente a drastici e repentini cambi di scenario possano determinare effetti negativi sullo stato di salute di ogni individuo, in special modo nei confronti di coloro che già in partenza presentano delle condizioni precarie. Gradualità, prudenza, cautela. Il segreto (nemmeno poi tanto segreto) per stare meglio possibile dentro l’ambiente che cambia.





