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Leonardo Zanchi, il giovane insegnante di S.Pellegrino testimone del nonno deportato, contro l'indifferenza

Leonardo Zanchi, di San Pellegrino Terme, presidente dell'ANED di Bergamo e giovane docente di Italiano e Storia presso l'istituto Superiore del Comune della Valle Brembana. Appassionato studioso e puntuale ricercatore è il nipote di un ex-deportato politico nei lager nazisti.
7 Febbraio 2022

Leonardo Zanchi, 25enne di San Pellegrino Terme, presidente dell'ANED di Bergamo e giovane docente di Italiano e Storia presso l'istituto Superiore di San Pellegrino. Appassionato studioso e puntuale ricercatore è il nipote di un ex-deportato politico nei lager nazisti.

“Mio nonno si chiamava Bonifacio Ravasio e fu un deportato politico perché giovane antifascista - racconta Leonardo -. È mancato nel 2016, ormai ottantanovenne, ma solo negli ultimi anni ha cercato di aprirsi un po’ di più su questo capitolo della sua vita, mentre prima non lo aveva praticamente mai fatto. Probabilmente con l’avanzare dell’età comprese che la vita sarebbe finita e doveva sfruttare gli anni rimasti per testimoniare la sua esperienza. Inoltre vide, soprattutto negli ultimi anni, molti compagni che avevano vissuto esperienze analoghe morire e comprese dunque la necessità di parlare per dare voce anche a chi non ce l’aveva più; iniziò così ad andare nelle scuole e a prendere parte più attiva alle cerimonie cui aveva sempre presenziato.” E proprio per contrastare l’espansione di negazionismo e violenza, Leonardo ha deciso di diventare testimone del passato e combattere quell'indifferenza che ha permesso alla follia nazifascista di causare milioni di morti innocenti. L'ultimo intervento di Zanchi in Valle Brembana si è tenuto il 27 gennaio scorso, durante il Giorno della Memoria, a Villa Speranza.

Cos’è l’Associazione Nazionale ex-Deportati nei campi nazisti (ANED)?

"L’ANED nasce nel 1945 per volere dei superstiti dei campi nazisti e per volere dei familiari di coloro che non hanno fatto ritorno. L’Associazione nasce con intenti differenti: per i superstiti significava mantenere i legami tra di loro poiché nell’immediato dopoguerra soltanto chi aveva vissuto quell’esperienza riusciva a comprenderla appieno; quindi solo tra di loro si sentivano capiti e forse potevano dare sfogo a quello che avevano subito, mentre il resto del Paese non li ascoltava e metteva in dubbio quanto successo. Per i familiari delle vittime la nascita dell’Associazione permetteva loro di ottenere informazioni sull’accaduto. È da ammirare la forza incredibile delle donne nello svolgere questa ricerca: spesso erano orfane o vedove di uomini antifascisti deportati e mai ritornati, ma non cedettero al silenzio per scoprire la sorte dei loro cari".

La prima sezione ANED ad essere fondata fu quella di Torino e solamente dopo la nascita di diverse sezioni in Italia venne creata una rete associativa. L’ANED ha sempre cercato di mantenere uniti i due volti della deportazione italiana: quella razziale degli ebrei e quella politica degli antifascisti, oppositori del regime. Oggi sappiamo che gli Ebrei italiani deportati furono oltre 8000, mentre i detenuti politici furono oltre 32000. Tra di essi vi erano scioperanti, dissidenti, antifascisti, operai deportati nella vastità del sistema concentrazionario: alcuni a Mauthausen, altri a Dachau, altri ancora a Buchenwald. Le donne antifasciste vennero deportate invece a Ravensbruck, unico campo femminile.

Mio nonno è mancato nel 2016, ormai ottantanovenne, ma solo negli ultimi anni ha cercato di aprirsi un po’ di più su questo capitolo della sua vita, mentre prima non lo aveva praticamente mai fatto. Probabilmente con l’avanzare dell’età comprese che la vita sarebbe finita e doveva sfruttare gli anni rimasti per testimoniare la sua esperienza. Inoltre vide, soprattutto negli ultimi anni, molti compagni che avevano vissuto esperienze analoghe morire e comprese dunque la necessità di parlare per dare voce anche a chi non ce l’aveva più; iniziò così ad andare nelle scuole e a prendere parte più attiva alle cerimonie cui aveva sempre presenziato. Io lo seguivo, me lo chiedeva lui, ed è a causa dei suoi racconti che mi sono convinto dell'importanza di continuale a tenere vivo il ricordo di questa tragedia per fare in modo che l'indifferenza non porti ad altre catastrofi”.

Il Nonno nacque ad Alzano Lombardo (BG) in una famiglia che non aveva mai sopportato il regime fascista e fin da piccolo aveva quindi respirato in casa delle idee opposte rispetto a quelle della maggioranza del Paese. Soffrì molto tutta l’educazione scolastica, all’epoca già fascistizzata: raccontava con molto fastidio l’obbligo di indossare la divisa scolastica fascista, fare il saluto romano, scrivere “viva il Duce” in fondo ai temi. Fu deportato a Buchenwald. Ritornò in Italia quando era ormai diciottenne e aveva ancora tutta una vita davanti; questo forse gli permise di riscattare quell’esistenza che i nazisti tentarono di sottrargli.

Cosa significa per te Memoria?

“Per me Memoria è guardarsi dentro e riscoprire le proprie radici riflettendo su se stessi. Potremmo definirla come un flusso di vita. Nel mio caso assume una connotazione molto affettiva: ho sentito il dovere di raccogliere la vicenda di mio Nonno in qualche modo, soprattutto da quando è mancato; ho infatti avuto la sensazione che perdendo il Testimone diretto si perdesse anche tutta la sua esperienza. Ho cercato dunque di rendere la Memoria personale una Memoria collettiva. Se tutti i familiari conservano nella dimensione privata la Memoria dei propri cari, questa rimane lì bloccata senza poter diventare collettiva. Eppure il Ricordo è una continua rielaborazione che ha a che fare soprattutto con il presente e con il futuro, non solo col passato. Questa consapevolezza mi ha permesso di modificare la mia percezione riguardo alle attuali discriminazioni, poiché è anche attraverso la Memoria che possiamo diventare buoni cittadini. Questa continua riformulazione della Memoria ci permette di rimanere vigili di fronte ad ogni sorta di revisionismo o comportamento discriminatorio.

La legittimazione a raccontare la vicenda di mio Nonno deriva dalla scrittura di un breve articolo per il giornalino del liceo sulla sua storia. Quando glielo portai mi disse: “c’è qualche cosa ma bisognerebbe raccontare molto di più. Mancano molti aspetti”. Da allora iniziammo a riordinare i pezzi della sua vita e io iniziai a seguirlo nelle scuole per raccontare quanto accaduto. Siccome alcune volte si commuoveva, chiedeva a me di proseguire il discorso; in questi momenti c’è stato una sorta di passaggio del Testimone.”

Leonardo Zanchi è anche il cofondatore del progetto ANEDdoti che prende il nome da ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) ed è un progetto nato durante la pandemia. “Io ed Andrea Giovarruscio, nel 2019, avevamo svolto l’anno di servizio civile presso la Casa della Memoria e, verso la fine di quell’esperienza, ci è venuto in mente di iniziare questo percorso.”

L’arrivo della pandemia ha scombussolato la situazione, portandoli a rivedere l' idea iniziale. “L’idea iniziale è stata quella di dar voce a tutti quei deportati che non hanno fatto ritorno dai campi di sterminio; grazie alla determinazione dei loro cari (ricerche e interviste con altri deportati), che sono riusciti ad acquisire maggiori informazioni su di loro, oggi possiamo conoscere le loro storie. Infatti tante volte i familiari diventano loro stessi dei testimoni e conservano nelle loro case tutta una serie di documenti che noi abbiamo potuto consultare.

Abbiamo dunque deciso di creare un podcast che poteva essere fruibile in qualsiasi momento della giornata e che, soprattutto, non prevedesse l’incontro con altre persone, favorendo così il distanziamento sociale necessario a rallentare la pandemia. Ad oggi, questi episodi si trovano sulle principali piattaforme di streaming (es. Spotify) e ciascuno può andare ad ascoltarli quando preferisce.”

Negli episodi di ANEDdoti si raccontano sia le vicende della singola persona deportata che delle circostanze in cui sono avvenute: è infatti necessario andare a contestualizzare le vicende, spiegando cosa hanno comportato, per esempio, l’emanazione delle Leggi fascistissime o l’Armistizio dell’8 settembre per la popolazione italiana. ANEDdoti quest’anno ha subito un’evoluzione in occasione del Giorno della Memoria: grazie all'aiuto del Comune di Bergamo è stato possibile legare questo progetto alle Pietre di Inciampo. In questo modo, chiunque incontri una Pietra di Inciampo può leggere il nome inciso sopra ed ascoltare un episodio del podcast che faccia riferimento alla persona a cui è stata dedicata la Pietra.

Spesso tendiamo a fare revisionismo e negazionismo e non solo rispetto al passato cosa pensi al riguardo?

“Ci sono delle cose che considero assolutamente irrazionali: negare la Shoah è disarmante, va oltre la ragione. Sembra che ogni volta che ci sia una difficoltà collettiva (come può essere una pandemia o un genocidio), l’uomo abbia bisogno di affidarsi alle teorie del complotto. Lo spiegava bene Umberto Eco: quando l’uomo non riesce a guardare in faccia la realtà per quella che è, si affida ai complottismi. È chiaramente una risposta irrazionale che l’uomo si dà. Credo però che fare finta che questi negazionismi non esistano sia un errore: bisogna confrontarsi. Io vorrei davvero parlare con loro, sia con chi nega le deportazioni nazifasciste, sia con chi nega la pandemia e soprattutto con chi rimpiange determinati periodi, perché siamo in una stagione in cui questi nostalgici (del fascismo e persino neonazisti) si moltiplicano. Cosa rimpiangiamo di quel periodo? Cosa si può rimpiangere di un’epoca simile? Oggi purtroppo assistiamo a chi strizza l’occhio a queste frange estreme per interessi politici e pur di accaparrarsi qualche voto non si esita a tendere la mano a questi negazionisti, tanto della Shoah (che è passato), quanto del covid. Si tratta di mancanza di consapevolezza: quando la rielaborazione del proprio passato è scomoda, ecco che subentrano altri meccanismi spesso nocivi, come appunto negare quello che è stato ma anche una situazione che è davanti ai nostri occhi perché non siamo ancora usciti dalla pandemia.”

Quando parliamo di Memoria parliamo implicitamente anche di oblio, poiché sono due facce della stessa medaglia. Come la Memoria, anche l’oblio è responsabilità di ciascuno di noi. “La Memoria delle deportazioni ha sicuramente avuto dei risvolti positivi perché ci ha permesso di fare i conti con la nostra responsabilità rispetto a quanto accaduto”, continua Zanchi, “non possiamo scordarci che le deportazioni partirono anche dall’Italia (Binario 21 a Milano e Binario 1 a Bergamo sono solo due esempi), contribuendo al genocidio nazifascista di milioni di persone. Le Pietre di Inciampo sono un modo per non dimenticarcelo e “far ritornare le persone a casa”. Ci ricordano che chi è stato perseguitato era uno di noi, con la propria vita e i propri sogni. Se il male venisse meno banalizzato e preso invece più seriamente, ci permetterebbe di interrogare noi stessi; in questo modo annulleremmo la banalizzazione del male e, sotto certi aspetti, anche la ritualità che ha preso il Giorno della Memoria. Se manteniamo la Memoria dentro la Storia, il giorno della Memoria diventerebbe più costruttivo e meno retorico.”

Sei un docente di Italiano e storia, cosa ti senti di dire ai tuoi studenti rispetto allo studio della storia che è sempre molto ostico e all'importanza del ricordo?

“Negare il nostro passato significa negare noi stessi, negare le vite dei nostri nonni o dei nostri genitori. Significa aver sacrificato la vita di migliaia di persone invano, vittime di una guerra senza senso che ci ha portati ad essere nemici tra italiani. Studiate, informatevi, diffidate da chi vuole avere l’ultima parola: sono quelli che vogliono la Libertà a scapito dei Diritti altrui, sono quelli che scelgono la strada dell’indifferenza e dell’inconsapevolezza, che negano la loro Storia, la nostra Storia, perché troppo difficile da rielaborare.”

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